di Mauro Baldrati
L’altro giorno, in autobus mi sono seduto accanto a una ragazza. Aveva gli auricolari, con la musica a un volume così alto che potevo quasi seguire il pezzo che ascoltava.
Era alta, un po’ rotondetta, capelli neri, vestita di nero, con guanti neri senza dita, smalto nero e un trucco tendente al nero, ma garbato. Ogni tanto apriva la borsetta nera e prendeva un iPod, nero, e girando una piccola manopola cambiava la musica. Insomma, una ragazza in stile dark, benché lieve. Io osservavo il lettore: sembrava molto funzionale, quando girava la manopola vedevo varie icone, “artisti” oppure “album”, e altri simboli e titoli. Lo guardavo perché mia figlia, che ha perduto il suo lettore mp3, e ha protestato quando le ho passato il mio, perché a me non piace ascoltare musica in cuffia mentre viaggio o cammino, vuole l’iPod. A me sembra un consumismo esagerato, perché l’mp3 è perfettamente funzionale alle sue esigenze. Questo però lo decido io, lei non è di questa idea.
Quando c’è stato un cambio di pezzo, e quindi una pausa, le ho chiesto se il suo lettore era un modello recente e quanto costa, perché interessava mia figlia. Lei si è sfilata gli auricolari, ci ha pensato un po’, ha sorriso e ha detto che non è dei più recenti e l’ha pagato circa 150 euro. Non c’era disagio né imbarazzo in lei. A Bologna, città dove “siamo messi male”, come scrive Loriano Macchiavelli ne I sotterranei di Bologna, è ancora possibile parlare cordialmente tra sconosciuti, per strada, al bar, senza particolari problemi. Questo aspetto l’ho notato anche a Roma, quando ci ho abitato, negli anni Ottanta. Grandi discussioni, battute, scherzi, in trattoria, al bar, sull’autobus; era normale, e suppongo lo sia ancora, mentre a Milano, negli anni Novanta, l’interlocutore subito si ritirava, si poneva in posizione di difesa, e suppongo che anche lì poco sia cambiato.
La ragazza mi ha mostrato il funzionamento del lettore, e devo ammettere che è molto più comodo rispetto all’mp3, ha un video più ampio, e si naviga bene, mentre l’mp3 ha una finestrella piccolissima, come una strada stretta e a senso unico in cui può passare un solo mezzo per volta.
Visto che non sembrava seccata dal mio abbordaggio le ho chiesto che musica ascoltava. Lei ha detto: “anni ‘80”. E io, abbastanza sorpreso: “ah”. Perché mi stupisce questa continua riproposizione della musica di quel periodo, anche nelle radio. E’ una colonna sonora che sembra dei nostri giorni, sembra uscita dal tempo, per così dire. Allora le ho chiesto: “come mai gli anni Ottanta? E poi quali gruppi? I Depeche Mode, tipo?” Non so perché le ho chiesto proprio i Depeche, non erano neanche uno dei miei gruppi preferiti, forse perché hanno un nuovo disco in promozione, forse perché mi sembrano adatti a una ragazza di oggi. Lei ha sorriso, un sorriso come di pazienza, e ha detto “oh, no, non quella roba commerciale”. Qui mi sono stupito di nuovo, perché i Depeche, se non erano proprio rivoluzionari, non erano neanche la quintessenza del commerciale. Ma lei ha rincarato la dose, ha detto: “i Cure, quelle cose lì commerciali, non mi piacciono”. Santo Cielo, i Cure solo commerciali? Erano un gruppo coi fiocchi, in certi dischi almeno. Erano raffinati, questo sì, ma non è giusto confondere lo stile col commercio fine a se stesso. Così ho protestato, ho bofonchiato che i Cure erano tosti, insomma, avevano classe. Invece i Bauhaus, ha detto lei, li ascolta sempre volentieri. Oh, be’, volevo ben dire! Così le ho chiesto di nuovo quali gruppi ascolta, e lei mi ha mostrato i titoli degli album con l’iPod. Ecco, io che negli anni Ottanta ci davo dentro, e ascoltavo roba forte, e andavo ai concerti, non ne conoscevo NESSUNO. Dico, neanche uno, mai sentiti nominare. Per fortuna – per fortuna per me – ha detto che erano tutti gruppi dark d’avanguardia, quindi un settore molto specialistico, ed io non ero uno specialista della musica dark, che ha sempre avuto un settore tutto suo. Poi le ho chiesto: “ma oggi? Non ci sono gruppi nuovi?” Lei ha guardato nel vuoto, ha fatto una faccia triste. “Pochissima roba” ha detto. “Nulla di veramente interessante, non si crea più”. Si vive sul passato, ha detto, quando la musica era potente e coraggiosa. Questa sua risposta mi ha depresso, anche se mi ha dato una sorta di gioia tossica, perché confermava una mia visione negativa e un po’ rancorosa del presente, tipo che questi nostri tempi sono squallidi e vuoti, il che è un buon modo sia per autocommiserarsi, sia per sentirsi superiori a questo mondo piccolo. A questo punto mi ha chiesto: “e sua figlia? Che musica ascolta?” Mi sono sentito in imbarazzo, perché la mia piccola ascolta roba ultracommerciale – per ora va così – anche se il suo è un ascolto di cuore, appassionato, canta a squarciagola certi pezzi con una tale intensità che finiscono per piacermi… Sicché, tanto per non nominare certi gruppi innominabili, ho detto: “mah, tipo Mondo Marcio…” Lei ha fatto di nuovo una faccia triste, anche se subito ha sorriso, forse per non mettermi in difficoltà psicologica. Ma il suo giudizio era chiaro. Di nuovo ho bofonchiato che Mondo Marcio non è poi malaccio, insomma, ha dei testi abbastanza impegnati, ma l’ho piantata lì subito, per non fare dei danni. Allora lei mi ha chiesto: “quanti anni ha sua figlia?” e io: “dodici”. E lei: “ah, c’è tempo per cambiare, non si preoccupi”. Quel non si preoccupi mi ha colpito non poco. Poi ha detto “guardi, a dodici anni si ascolta una certa musica, a quattordici se ne può ascoltare di totalmente diversa. Le cose cambiano”.
Le cose cambiano mi è piaciuto alquanto, perché mi ha ricordato The times they are a changin di Bob Dylan.
Quando si è alzata per scendere le ho chiesto: “e tu quanti anni hai?” E lei: “ventidue”. Sono rimasto di stucco. Gliene davo massimo diciotto. Infine ci siamo salutati. Solo allora ho notato che aveva un cappotto nero lungo fino ai piedi, e gli anfibi.

Bello, Baldrus, questo dialogo musicale intergenerazionale sul tram.
Io non ce l’ho l’ipod, ma da quando ho scoperto cos’è lo vorrei. Peccato il prezzo. Giro ancora con un vecchio lettore cd che non legge più l’ultima traccia per tutte le volte che ha gentilmente toccato il suolo… bello il dialogo musicale – se non ci avvicina la musica. Anche a Londra nonostante le dimensioni, succede, ma lì si va a quartieri. Nel quartiere dove ho vissuto io praticamente è la regola essere fermati per qualsiasi cosa, compreso sfilarti le cuffie e sentire la tua musica. Poi immancabilmente il nero di turno ti guarda male se non è reggae quello che ascolti. beh, sempre meglio il raggae del soul.
è vero che si cambia, eccome. io a dodici anni ascoltavo gli A-ha e vivevo in adorazione del cantante Morten Harket. Quello che usciva dal fumetto in un videoclip che secondo me è ancora strepitoso.
ora però voglio sapere quali erano questi gruppi darl degli Ottanta – mi fermo ai Joy Division, i Bauhaus, Siouxsie e i Cure che saranno pure commerciali, ma io li ascolto ancora di Boys Don’t Cry e Disintegration ho consumato la cassetta.
bel racconto,
ci mette di fronte alla realtà giovanile di oggi…
mi ha impressionato molto tutto quel nero!
ciao Mauro.
Grazie Giank e Carla. Non sono facilissimi gli incontri generazionali… quelli di prima – io – si stupiscono,annaspano,cercano di capire l’interlucutore/trice, ma prima di tutto faticano assai a capire se stessi-
Francesca, e chi lo sa? Bisognerebbe fare una ricerca nel settore, c’erano molti gruppi dark (diciamo fine anni Settanta inizio Ottanta), ma avevavo una nicchia tutta loro. I gruppi che hai citato, che non sono dark (ma i Bauhaus e i Joy godevano di grande rispetto), sono tutti a posto (a parte i Cure, che dai dark erano snobbati, perché accusati di svendere la vera immagine dark).
:-O :-))
difficile stare dietro alle generazioni, anche perchè a dividerle non sono solo gli anni, ma gli spazi, i luoghi, la geografia insomma. Alcune generazioni si generano in tempi diversi pur rimanendo le stesse. La musica che ne segna il passo solo poche volte è riuscita a rappresentarle globalmente tanto da diventare un vero e proprio fenomeno culturale. Ora tutto va in fretta, le generazioni durano sei mesi al massimo. Il pigiare frenetico sul tastino dell’ipod è l’esatta misura della velocità dei cambiamenti, del passaggio da una generazione all’altra. Difficile cercare la vera identità di quella del momento.
Io per esempio non ho mai trovato la mia! 🙂
a rileggerti.complimenti
lisa
Bel pezzo, Maurone, viaggio che sa di tempo fermo.. come poi tu dici.
“Le generazioni durano sei mesi al massimo”, dice Lisa. Vero. Senza dimenticare tutte quelle che non finiscono mai. Se diamo retta alle chiacchiere dei MAGAZZINI CRIMINALI, la mia doveva essere l’unica “Generazione bruciata” dopo quella di James Dean. “Troppo giovani per il sessantotto e troppo vecchi per il punk”, amavamo dire.
Due fiammelle illuminano la mano della Maddalena di Georges de La Tour, una lucerna che la signora, uscendo dalla stanza, ha dimenticato di spegnere.
Penso a tutti quei gruppi dark d’avanguardia che non conosco e che mai avrò l’opportunità di conoscere. Ringrazio gli dèi per il dono, e poi, visto che ci sono, li ringrazio anche per il tempo che passa.
Che bella chiacchierata si è fatto Mauro Baldrati sull’autobus. A me ha regalato la possibilità di “vedere di nascosto l’effetto che fa” che, se non è la stessa cosa di esserci, poco ci manca.
Io una volta ero convinto che la musica fosse in grado di dirci chi eravamo. I miei ritratti più belli li ho fatti regalando musicassette agli amici. E funzionava, la cosa funzionava proprio bene. Poi mi sono accorto che dentro di me erano già alloggiati tre teenagers e che presto molti altri sarebbero arrivati. Ed è stato allora che mi sono messo a pensare che la musica è dappertutto e che, per ascoltarla, le nostre orecchie sono più che sufficienti.
Stupita di questo “cedere il passo”, di questo piccolo spazio regalato al mondo, l’altro giorno la Maddalena di Georges de La Tour è rientrata nella stanza e ha spento la luce. E le due fiammelle sono ritornate a brillare dentro allo specchio che sta al centro del quadro.
LUNGO LE TORRI DI GUARDIA BOB DYLAN
dev’esserci una via d’uscita
disse il giullare al ladro
c’è troppa confusione
non riesco a rilassarmi
gli affaristi bevono il mio vino
i contadini arano la mia terra
nessuno lungo la linea
conosce il valore di tutto ciò
non c’è motivo di preoccuparsi
disse gentilmente il ladro
molti qui fra noi
pensano che la vita è solo un gioco
ma tu ed io sappiamo
che questo non è il nostro destino
così non raccontiamo altre frottole
adesso che si sta facendo tardi
lungo le torri di guardia
i principi stavano all’erta
le donne andavano e venivano
proprio come i servitori scalzi
lontano nei campi
un gatto selvaggio ringhiò
due cavalieri si stavano avvicinando
il vento incominciò ad ululare.