PAOLO MACCARI: La malattia dei nervi

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da: Ospiti

La bambina

La nipotina all’ospizio s’annoia. Ha sette anni, un cranio grazioso e mani antipatiche, grassocce. Porta un bel vestitino grigio e calze spesse, rosa. Ha conosciuto la nonna sempre all’ospizio. Per lei, la nonna è l’ospizio. Si ritrae dagli abbracci e dai baci della vecchia. E la mamma non se la sente di rimproverarla. La nonna ha l’odore e i suoni dell’ospizio; quando parla la bambina non l’ascolta. Le regale un sorriso ipocrita. Un sorrisetto ipocrita da bastardella scaltra. La nonna conviene sinceramente con la mamma sulle doti fisiche e d’intelligenza della piccola. Capisce anche la sua freddezza, la sua avversione per quel posto. Lascia intendere che è la stessa sua. Niente di male. Dopo essersi un po’ pestata i piedi davanti alla nonna la bambina inizia a gironzolare per il salone, tra i divani e le seggiole di giunco. Si ferma davanti ad altri vecchi, a quelli sulla seggiola a rotelle. La incuriosiscono, sfiora con un dito una ruota. Avvicina crudelmente il viso al viso di uno paralizzato, impazzito. La sua immobilità la diverte. Muove la mano aperta davanti agli occhi vitrei. Sorride, si volge alla mamma per richiamarne l’attenzione, ma la donna non la guarda. Allora inizia a correre nel corridoio, da sola. La porta di una camera, socchiusa, l’attrae. Entra. Dei due letti con le sbarre uno è vuoto. L’altro è occupato da una sagome imponente, volta da un lato. La bambina s’avvicina al letto, prende in mano una boccetta di deodorante posata sul comodino. Dà una spruzzata verso l’alto e inala il profumo trovandolo buono. Poi gira intorno al letto per vedere il volto della persona sdraiata. È un uomo calvo, con la testa chiazzata di rosso. Ha un filo di barba sul mento, la bocca sporca di semolino. Gli occhi socchiusi. La bambina avrebbe voglia di saltargli sopra. Le dà l’idea di essere morbido come un cuscino. In fondo alla stanza c’è una finestra che si affaccia sul giardino. Si muove verso di essa e in punta di piedi guarda fuori. Le viene una gran voglia di uscire all’aperto. Quindi fugge velocemente dalla stanza per ritrovare la mamma e trascinarla via, forse piangendo. Nemmeno sospetta che l’uomo sia morto.

La parata

Dopo i ritardi dopo le fini
dopo miracoli-delusioni
e altri storditi indocili animali
la placida la fumicosa ascesa
la solenne lattigginosa impresa
polvere la parata della polvere
l’agitazione la scandita fluida
processione della polvere
oh eccola
neve di polvere pioggia grandine
di polvere solchi dossi pianure
una rinnovata pupilla scura
eventi rimpastati molli mura
cementate e il frinire di scalpelli
animosi sicuri freddamente
casuali fatali e
danza la polvere
materia e atmosfera nuvola terra
creatrice scultrice marea vitello
sacrificale coltello salvezza
oh eccola
la polverosa interezza
dell’angoscia che striscia sulla polvere
polvere poveri strappi di mente
che cercano cura e invece sigillano
il fervido termitaio d’angoscia
l’imponente bastione in movimento
il movimento a vortice che scroscia
ecco la polvere l’avvenimento
un lungo strepito polvere ovunque
non un gesto libero
uno qualunque.

Tu non verrai

Come gli alberi passati dal vento
stormiscono; con la stessa distratta,
ineluttabile naturalezza
sento i miei vecchi in triste coro piangere
monotoni lamenti.
Da viluppo, da grigio parassita
a strappi, lungo sapienti tragitti,
la sofferenza ha guadagnato gli occhi,
s’è fatta sguardo e voce,
s’è resa anima, ha vinto impetuosa.
Tu non verrai ma potresti venire
ad ascoltare la nota luttuosa
nell’ospizio dove i vecchi lamentano
di non essere ormai ciò che furono
di essere ancora ciò che essi saranno
finché saranno.
I declivi che hanno sceso i miei vecchi
sono scoscesi e pervi
e rotolarli è quasi
addormentare i nervi
in un tragitto senza scosse.
I sentieri si fermano
innanzi all’incubo e ve li adagiano.
Per il mio cuore è quasi insopportabile
accorgersi che l’incubo è abitabile.
Quando come il vento cade la vita
da quelle genti grondanti stanchezza,
ti par di vedere nei corpi liberi
dalla feroce brama
di vivere
il sollievo di non essere più assediati,
un po’ come gli arbusti
che alzano lievi la testa,
quando ormai romba altrove
la devastante, la lunga tempesta.
Tu non verrai ma potresti venire
a vedere con quale infesta lentezza si
può morire.

*****

da: Mondanità

Missiva
Ti scrivo dalla mia stanchezza immotivata.
Oggi sarebbe un giorno calmo
quasi felice
se tra le nuvole un sole appuntito
non occhieggiasse
talvolta in tralice
talvolta liberato in piena gloria.

Scarti violenti di luce e vaste ombre
dilaganti senza preavviso
senza riposo mi accasciano
e per poco, amico, non mancavo
a questa lettera che pure è confortante.

Scrivi che tu sei felice e che leggi
tutti i libri che non riesco a tenere in mano:
quasi mi cura saperti sereno attivo
e molto lontano

Come si deve

Un altro sogno:
nuovi paramenti e vesti
con gentilezza intonati
ai miei stupidi, incolpevoli gesti:

un altro sarto per le mie uscite,
per le mie feste,
un uomo saggio che mi veste
come si deve,
come si vestono le persone amate,
le persone mimetizzate,

le anime quiete,
le comparse dimenticate

Premure

Poi c’è la malattia dei nervi
che non la vedi che te la tieni
come una piastra arrugginita di metallo
applicata mentre dormi alla tua gioia.

C’è poi la malattia inguaribile
dei nervi che ti cambia
che è il contrario dei vent’anni dell’emozione pura.

Poi c’è il rifiuto e la paura,
c’è la vita pesa e immobile
la fuga delle persone
fango in ogni passione.

Ci sei tu e la malattia,
la tua amicizia per la mia malattia
la malattia dei nervi che conquista
che ti persuade, ti lusinga
c’è una gabbia estranea e premurosa
un affetto affilato, doloroso
come un ago di siringa

Le mie mani

Affidate a mani calde
(non sapevamo allora di che febbre)
a confortevoli seni ospitali
(gli aspidi, si seppe poi,
scrutavano sornioni dai capezzoli)
alle proteste di discrezione
(non comportante,
come s’è visto, il sussurro)
a occhi teneri tumidi e vibranti
(figgevano un orizzonte melmoso
dietro a noi, vogliosi)
alla tolleranza dell’esperienza
(che non insegna niente mai,
di questo ormai siamo esperti)
all’amicizia, alla complicità
(che esistono, ma esistono
tra due felici o due infelici)
all’amore, alla fedeltà
(tane abitate da ogni sperso
impaurito nella foresta)

affidate a mani calde
a occhi teneri a caldi seni
a discrezioni e tolleranze
a complicità e amicizie
e fedeli amori

le mie mani fredde screpolate
a mani occhi seni
a fedeli, complici amori
chissà perché
con la malaccortezza
dei deboli
dei fantastici
non si vide da subito
come si comportano
i saggi gli intelletti brillanti:
niente richieste o confidenze:

un bel paio impermeabile di guanti.

Paolo Maccari è nato a Colle di Val d’Elsa (Siena) nel ’75. Nel 2000 ha pubblicato presso Manni la raccolta di versi Ospiti, con prefazione di Luigi Baldacci (premio “Bagutta Opera Prima” e “Città di Pisa”). Suoi testi sono apparsi in numerose riviste e antologie (ultimamente in Parola Plurale, Sossella, 2005). Recentissima l’uscita di una plaquette, Mondanità, presso le edizioni dell’Obliquo di Brescia. È autore di un’ampia monografia su Bartolo Cattafi, Spalle al muro (SEF, 2003; premio “Bartolo Cattafi” per la saggistica).

5 pensieri su “PAOLO MACCARI: La malattia dei nervi

  1. fk

    Maccari (che mi ha fatto conoscere Franziska) secondo me è un grande talento; perciò lo proporrò anche su NI. Un abbraccio a tutti (oggi sono… pasquale) 🙂

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  2. lucaariano

    L’ho letto con piacere su “Parola al plurale”. Ottima proposta Francesca! Ora non riesco a leggere il post, ci tornerò su con calma e dirò…
    Un caro saluto

    Rispondi
  3. Marco Benelli

    Ciao Paolo, ti ricordi di me?! complimenti sinceri per il poeta che sei;
    se mi contatti mi fa piacere, magari ti mando qualcosa di mio per sapere cosa ne pensi, a presto!

    Rispondi

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