
Mio cuore mio cuore, la pioggia sul fienile
le cucine illuminate dal sole mentre
bevevi acqua dalla gola del rubinetto
le ricordi le primavere che ti coglievano di sorpresa
i cortili assolati nella giungla, il pallone
che rotolava da sotto al letto e bastava?
non contavi i giorni, credevi una mela una mela
ed eri innaturale, osceno, in due parole:
un bambino
mio cuore, chi non ha ascoltato tutto quel pigolare?
*
(Potrei cominciare con la descrizione di lei fra i vasi
un momento in cui si sporge così intensamente
oltre il muro di cinta, con la mano destra fra le canne
tesa a darle l’illusione dell’equilibrio, così fragile,
sospesa su una sola gamba, e quel verde delle sei
di sera attorno (una volta ne contammo
sette tonalità) o come la radice della quercia
si afferra al tronco, shakespiriana – parlano di lei
tutte queste cose? )
*
Amore, che sarai per sempre amore
ti setaccio adesso nell’abbandono
in questa assenza che è amputazione,
inconsolabile come un fiore reciso capovolto
che fissa il sole con un morto occhio di pesce.
Il nido è freddo perché è stato abbandonato.
Discutono i volatili sullo sconveniente accadimento
che li vuole essere andati via uno prima dell’altro
mentre il piccolo è rimasto a pigolare
nella casa intrecciata di aghi di pino e fango
costruita con le bocche, pezzo a pezzo.
*
(sembra un fotomontaggio, la sua figura, sembra
incollata da un’altra epoca sulla fretta della nostra
skyline bassi e manifesti pubblicitari colorati, enormi
suburbani, lei con i suoi occhiali e quella montatura
così arrogante, le calze basse e quelle scarpe così eleganti
e al tempo stesso così consumate – eravamo una sera
seduti ad un tavolo all’aperto – una sera senza accorgersene
gli occhi sui bicchieri e i bicchieri a fissarci gli occhi –
impaurito, continuavo a ripetere io, io, e ancora io,
e non sentivo nulla, la parola io mi risuonava vuota
nella testa e lei ripeteva tu, e ancora tu, ci facevamo
del male così, eravamo inutili, come versare
un bicchiere d’acqua dentro un’altro bicchiere
d’acqua, e infatti alzammo gli occhi, improvvisamente
portando entrambi le mani alla bocca che una ragazza
passò svelta vicino al nostro tavolo dicendo a tutti:
buonasera.
Ed era quella, era vero, non ce n’eravamo
mai accorti: era la sera.)
*
Se guardo fuori dalla finestra
una vecchia si china a raccogliere un ortaggio.
La strada bianca è scolpita trasversalmente da un pentagramma di passi.
Impronte.
I cani sognano gli angeli che sognano i cani.
Esistono per fantasia.
Pura correlazione questo sentirsi parte della tragedia, dell’essere cosa,
nel circolo di tutte le polveri che ti vogliono adesso
ad occupare tessile il tuo corpo, in questa età che è sedici, è cinquanta,
è settantadue anni
nel circolo di tutte le polveri, dove l’amore è per sempre amore
e si discute di piccole cose, spiccioli, invidie, merde.
Un muratore russo tossicchia nostalgia di betulle.
Una ragazza loliteggia e si appunta spilli sul cuore
per tenere ferma la sua bellezza interiore.
Tutte cose irrilevanti.
Vengo a prenderti nel lungo sonno che ci ha conosciuto
separati, mitosi necessaria a far fiorire un essere che da solo
è composto di me e di te.
Tu non l’hai partorito, io ne ho ideato uno.
*
L’ho fatto come gli insetti, autonomo a due soffi di vita,
terribilmente perverso e dotato di un ghigno da far irrigidire
i controllori dei treni. L’abbiamo abbandonato,
e lui non s’è curato di noi, ma è andato avanti
il nostro amore non si cura di noi
s’è fatto indipendente e mette a soqquadro le vetrine dei negozi
ruba carne nelle macellerie, cosparso di uno strano unguento
gira scalzo tutto il giorno e parla ad ognuno nella sua lingua.
*
Sento qui, questa deliziosa macchina dell’odio che fa ascoltare la sua voce
silenziosa per anni, silenziosa per tutte le pieghe dei respiri che puoi contare
spighe nel seno, padre costruito dalla pula di questi occhi, urla chiuse
in 21 scatole, sotto le scalinate ombrose rimaste inespresse per un minuto
nella mente di un bambino che potrei essere io, potresti essere tu, sensazione
d’abbandono e l’odore di bestia dei refettori, una bambina
che chiama la maestra mamma
vergognandosene molto
o che si gira d’improvviso a cercare la madre in un supermercato
e la madre è
sparita
*
“Questa è la via che porta alla comunicazione” disse lei con una voce secca
queste cose le ricordo distintamente, ricordo piastrelle e cucine
e odori di pesca e tabacco, certe pose delle mani, ho milioni
di insetti che parlano per dettagli e corrono sulle trame e sui marciapiedi
degli occhi di dentro
dove compari col tuo mondo di ponti e funi tese da pensiero a pensiero
dove sei come non ti vedi giorno per giorno
dove ti muovi solo come mente, destituito
dal macchinario corpo tutto preso ad indossare trame di polveri
che circolano ora e sempre, dove l’amore è sempre amore
e gli insetti portano mele dettagliate che mi dicono di te, di come ti togli
le scarpe la sera, del mattino
che ti vuole con la testa inclinata allo specchio a decidere
come incutere terrore al mondo, un filo di ombretto rosso
per apparire più cattiva, signora vendetta sbucata dal Tito Andronico
per far divorare i propri figli a colei che ogni giorno uccide i tuoi
il nido è freddo perchè è stato abbandonato
i volatili discutono a distanza di queste cose
mentre il piccolo stufo di pigolare nell’attesa
ha venduto il nido e comprato un cannone
per minacciare i rom e tutte le persone che in genere
usano un tono di voce molto alto.
*
(particolare per particolare – ecco la sua schiena
arcuata contro la parete, ecco la sua lingua e tutte
quelle tristi volte che mentre le parlo si assenta
o la sensazione che provo avvertendo il suo disagio
quando qualcuno invade la stanza e lei sbadiglia
per l’emozione, quello sbadiglio, così aperto,
fuori posto, una difesa, un arrocco
a partita finita, mentre gli altri muovono i pezzi
con una lentezza tragica – per consunzione
come una candela che trema prima di morire
sotto un’ascella di luce – particolare
per particolare – sotto il sole della Grecia
cercò un’ombra per trovare riparo dal sole
le labbra secche, le gocce di sudore lungo la sottile
peluria bionda della schiena, respirava male
tutta quella polvere, mise un piede scalzo
sopra l’altro piede scalzo – incrociandoli
mentre si tossiva nella mano- “non è niente” diceva
e non era niente infatti, cos’avevamo di reale
intorno: un sole, degli alberi, delle colline rosse
ulivi con corone d’ombra, donne che portavano
acqua lungo una strada bianca, io con una mano
su un fianco che tenevo dentro la pancia
per apparire più magro, che ti guardavo
e non ti vedevo, che ti guardavo)
*
quanto puoi continuare a farti del male?
Quanto vuoi continuare?
Apnea
del concetto
ricordare
*
Amore, che sarai per sempre amore, indossa l’opportunità
destituisci il timore, questa è la mia ultima ora
questa è la mia ultima ora
questo è l’orrore disse Brando, le mani nei capelli
questo è l’orrore disse T.S. Eliot
l’orrore
mentre Gregory Corso veniva sepolto fra l’edera tenera
ai piedi della tomba di Shelley, sobria e severa
l’orrore disse Burroughs mentre sparava a una mela
che non voleva essere sua moglie, ma gli era solo vicino.
riportami al satellite dove ero solito girare come il cane di un clown
lingua magnifica il deserto, deve aver detto dio ai dinosauri
l’orrore, le belle-di-notte urlanti nel giardino, vegliate
dallo sguardo morboso di venere –
cade l’ombra come la luce ghigliottina la porta, voltati su un fianco
una sera di venerdì starai per addormentarti e sarai destato
nel cuore di tenebra della notte – Mistah Kurz sta risalendo il fiume
Geronimo è pazzo di nuovo, cineserie, minuterie,
didascalie minuscole indifferenti all’autorità
nessuno vuole sentire urlare in un megafono parole autoprofetiche,
sei il miglior nemico di te stesso disse un uomo fra la folla, coperto
di foglie gialle e la pioggia mattutina che faceva correre gli extracomunitari
senza ombrello, Budda suona il clarinetto sotto alla metro per pochi spicci,
una tossica tiene un bicchiere di mac donald per dargli una mano
ma non si conoscono nemmeno, è mutuo soccorso,
se cadono le statue di Maria si chinano a raccoglierle sia uomini
che donne, per tutto il tempo di questo viaggio, per ogni
discussione dell’onda, “Esistenza è sofferenza” dice Budda alla tossica
“Finisce quando muori” eclettico come un violino suonato da un giapponese
è l’orrore disse uno con la mente sgombra uno
che aveva vomitato qualche minuto prima e che potrei essere io, potresti
essere tu, sorpreso in un museo troppo vicino
alle opere d’arte, l’orrore disse il bambino in visita nel bunker di Hitler
che lo tranquillizzò dicendo
che l’amore è sempre amore – invocazione di gioventù, sotto le insegne
elettriche accatastate sulla punta delle dita, di tutte le nostre
dita così distanti dalla sola percezione di come
funzioni un elettrodomestico, di come s’accenda un motore
“E non c’è niente di cui meravigliarsi” disse lei sotto tutto
quell’ombretto rosso “Il segreto prestigio
di quello studio legale chiamato giovinezza
rimarrà inalterato, questo è l’orrore.”
E lo disse proprio lei, così dolce in certi momenti
di tenerezza indicibile, Monnalise che cadono a pezzi
muraglie cinesi arredate con scaffali ikea, perchè qualcuno deve pure
aver spinto le statue di Maria, Gesù nel Mekong con un taccuino
di carta di riso prese nota di tutto, per non dimenticare, contro
la propria carne, sin dai tempi del serpente, Shelley e Keats
dormono vicino all’ombra dei pini, il figlio di Ghoete che intrattiene
relazioni amichevoli con la statua della vedova Passarge ( ho
delle foto che lo dimostrano) e da poco c’è anche Corso,
nell’edera tenera, ho delle foto anche di questo, in fondo
eravamo tutti lì
finché tre uomini camminando di fianco l’un l’altro
mi vennero verso, erano silenziosi, e io intuii
.
l’orrore
*
(le dico per te queste cose, non rannuvolarti,
non piovere per favore, le dico per te, che
scendi giù dai vetri come una tragedia, non
fare le cose che non ti sono concesse, tutto
è vento e dentro al vento c’è un albero del pianto,
scosso da enormi mani invisibili –
quelle enormi mani che composero tua madre
prima di te chiusa nel bagno per non vederti,
e composero te, scarpe da ballerina, polaroid
graffiate dagli acidi, non piangermi dentro per favore,
non mi scendere dal collo dentro al petto, ti prego
sfumami dal ricordo, cammina all’indietro,
terrò gli occhi fissi, cammina all’indietro
e divieni una dissolvenza nel nero,
ti seguirò con lo sguardo finché non sarai
assorbita dalla terra del tempo – come il vapore
acqueo lasciato da una tazza di thè – un minuto
ed è sparito – tutto è vento e piange dentro
tutto è vetro e ti continuo
a vedere attraverso
tutto è ventre e ti partorisce viva
dentro ad ogni goccia che cade
dentro ad una goccia che cade mentre
tu
non puoi esserci più).

Ottima scrittura. Un bel blog. Complimenti.
Era tanto che non leggevo qualcosa di tuo Alessandro. Vedo che procedi con un tuo stile ben definito, un tuo percorso mai scontato. Ottimo! Ci vediamo il 28 a Bazzano.
Un caro saluto
Ma guarda chi c’è! Bella poesia Ale.
Sandra
oltre la poesia, molto bello anche il dipinto…
e non fa assolutamente orrore.
un saluto
carla
l’incipit mi ricorda saffo, e il suo tumè tumè, cuore che palpita per la giovane che se ne va dal giardino per divenire sposa. qui il dolore però è tagliente fino al baratro.
bei testi
saluto tutti
elena f
Ciao a tutti, in particolare all’amica sandra e grazie a fabrizio per l’ospitalità. Questo è un testo di un annetto fa, a cui tengo molto, per rispondere a luca, direi che adesso ho preso una deriva, come dire, maggiormente drastica. Ma è anche vero che scrivo molto meno.
A