Il dedalo è un deserto di sassi esposto al sole del Vicino Oriente, senza muro, né porte, né finestre, una superficie di gesso. Riconosciamo il suo modello: un dedalo che la follia di sapere di uno qualunque tra tanti professori destinava all’apprendistato di un lepisma. Fatto di cartone immacolato, illuminato a giorno da una lampada ad arco, il suo bianco terrore doveva comunicarsi alla bestia e spingerla, dopo lunghe prove, a attraversarlo senza errori. Si studia in questo modo l’acquisizione delle abitudini e si valuta l’intelligenza dell’animale dal numero delle prove necessarie a ottenere un percorso perfetto. Il cartone ritagliato è steso su un piano d’acqua di cui il lepisma ha orrore. La bestia, stanata dall’oscuro rifugio che la preserva, corre in tutti i sensi, filo d’argento quasi impercettibile, spaventata. Non riuscirà mai a orientarsi nel dedalo.
Nel dedalo la paura è tale da impedire che si notino e si rivelino le identità: perché il dedalo non è una costruzione architettonica ma si costruisce nel luogo stesso e nel momento stesso (secondo quale calendario degl’incontri?) in cui c’è paura. Dunque il dedalo non esiste, ma in esso vi sono tanti dedali quante terribili emozioni sentite o meno. Inquietanti luoghi di clausura, di orrore, di perdizioni e al contempo di sorprese, di attese, sogni, desideri, speranze, piaceri, gioie. Non si deve dire che l’incontro si fa nel dedalo; è il dedalo che si fa nell’incontro. Non ci sono che incontri con cose e non cose, persone, animali, piante, pietre, e ognuno rapidamente diffonde intorno a sé onde di muri trasparenti, soglie segrete, bianchi suoli, cieli vuoti nei quali svanisce, evapora, si dimentica o si ripete cessando così di essere un incontro. L’incontro non ritorna, non si riproduce; il terrore del lepisma è unico, ogni volta nuovo; niente si inscrive; occorre edificare tutta una configurazione dell’inconscio per arrivare a imputargli la responsabilità del ritorno dello stesso; bisogna supporre che i suoi effetti siano subordinati a un sistema su cui si potrebbero rilevare delle identità, o, che è lo stesso, delle differenze. Le pulsioni sono stupide nell’esatta misura in cui non ripetono gli stessi effetti, e quindi nella misura in cui inventano. L’invenzione è una stupidità di tempo.
L’Amore entra nel Mondo come indiscernibile rispetto al monumento eretto al suo principio (Si può presentare il monumento secondo una modalità “determinante” o “dogmatica”, oppure si può dire che si tratta di un pensiero soltanto “regolatore”: questo non cambia nulla).
In una logica dell’Amore, non si tratta che dell’apparizione/sparizione della cosa in sé. Non si tratta che della sua venuta alla presenza, e/o della sua andata – provenendo da nessuna parte, andando da nessuna parte, perché non c’è altra parte. Il tutto dell’amore vede le sue parti con un solo sguardo, mentre la parte dell’amore non vede il tutto se non per aspetti diversi e successivi. Per questo l’Amore è la simultanea totalità degli aspetti successivi. Onde la sua visione è unica, e non si attua in successione. Si tratta, se si vuole parlare questo linguaggio, lingua d’amore, corpo di amore, di quell’effettività dell’effetto che lo rende incommensurabile alla causa, e grazie al quale solamente la cosa, invece di essere indiscernibile dalla causa, coincide solo con se stessa. Da questo punto di vista, è rigorosamente insostituibile, l’Amore, l’amare. Non c’è niente che stia al posto di questa cosa-qui (e soprattutto non in un monumento). Non è dato oggi di amare se non si ritiene preliminarmente che l’amore sia ormai impossibile o almeno condannato. E’ l’incidenza stessa, o l’accidente, o l’occasione della coincidenza. Lara e Zhivago s’incontrano in modi sovrannaturali perché comune a entrambi è la condanna del mondo dove vivono, come mondo nel quale lo spirito d’amore è considerato un fiore del male. La sua caduta, il suo getto, il suo caso, il suo clinamen, il suo kairos, il suo Ereignis. Così le cose non si fanno, accadono a partire da certi movimenti del cuore. L’amore si muove intorno al mondo come il mare ondeggia accarezzando la terra. E’ come la pianta con la sua ombra venute per carpire nell’acqua a dita sconosciute la falce che riluce nel profondo. Gaudente disincantato, ha rovesciato le credenze (io credo nell’amore, si sente dire. Cosa credi e cosa no? Che sarà credere?) le speranze, le poesie, le chimere, distrutte le aspirazioni, devastato il candore delle anime, ucciso l’amore con l’amore, abbattuto il culto ideale dell’uomo e della donna, infranto le illusioni del cuore, compiuto il più grande lavoro di scettico che mai abbia avuto luogo mentre continua a fare sognare (ma di che natura sono questi sogni?). Con la sua canzonatura e il suo inno ha penetrato e svuotato tutto. Anche oggigiorno, coloro che lo esecrano sembrano portare, renitenti, nei loro intelletti, qualche scintilla del suo pensiero, sebbene deformato da coloro che lo celebrano e lo cercano. Grazie alla potenza dialettica, dice Luisa Muraro, il ragionamento dà la padronanza del discorso che l’amare – tutti gli innamorati lo sanno – non dà. Ma il ragionamento resta dentro la sua costruzione, o sotto, quando crolla, mentre l’amare oltrepassa i propri limiti, passando per i buchi dei suoi tentativi che falliscono, e trova perché si fa trovare. Mi torna in mente la parola di un’anonima beghina ai magistri della Sorbona: Voi cercate, noi troviamo. Lui, l’amore, adopera talora concetti polposi e succulenti; tal altra sfiora con un fiore le Essenze e queste gli si aprono. Chi esaspera il proprio disaccordo con il Mondo, la rabbia di essere in esso, se lo canticchia troppo bene entra nelle grazie di ciò che vorrebbe sbranare. L’amico Kerneberg mi suggerisce che la libido, o pulsione sessuale, risulta dall’integrazione di esperienze piacevoli o gratificanti, così la pulsione aggressiva risulta dall’integrazione di una quantità di esperienze affettive negative o di rifiuto – collera, disgusto, odio. La collera, in effetti, si può considerare come l’affetto centrale dell’aggressività. Mi racconta con l’erudizione che lo contraddistingue come maestro che incanta e che non dà vita facile ai suoi colti interlocutori, come le caratteristiche precoci ed evolutive della collera sono state documentate estensivamente nelle ricerche sui bambini piccoli; attorno a ciò si agglutina la complessa formazione affettiva costituita dall’aggressività in quanto pulsione. Le ricerche sui bambini documentano la funzione primitiva della collera come tentativo di eliminare una fonte di dolore o di irritazione. Continua, avvertendomi che nella fantasia inconscia che si sviluppa sulla base delle reazioni rabbiose, la collera assume il senso di attivazione della relazione oggettuale “completamente cattiva”, sia del desiderio di eliminarla per ripristinarne una “completamente buona”, rappresentata dalle relazioni oggettuali sotto l’egida di stati affettivi positivi e libidici. A sentir lui sembrerebbe che il nostro rapporto con il mondo dipenda da come incorporiamo l’aggressività al servizio dell’amore. Proverò in seguito a rovesciare la questione, non un semplice rovesciare ma cambiare la freccia del tempo, perché i fenomeni a livello macrodimensionale e microdimensionale sembrano comportarsi in maniera opposta, opponendo l’irreversibile al reversibile. Ciò che è facilissimo è difficilissimo proprio perché è facile. Ma seguendo Kerneberg si giunge a fare entrare l’aggressività nella stessa esperienza sessuale. Il fatto di penetrare ed essere penetrati incorpora l’aggressività al servizio dell’amore o della sua distruzione a seconda di come il potenziale erogeno dell’esperienza di dolore diventi un apporto essenziale alla fusione gratificante con l’altro nell’eccitazione sessuale e nell’orgasmo. Questa normale capacità di trasformare il dolore in eccitazione erotica viene perduta quando un’aggressività imponente domina la relazione madre-bambino ed è probabilmente un passaggio cruciale verso l’eccitamento erotico che si produce infliggendo sofferenze agli altri.
Sì, l’amore non è sessualità, la sessualità è nell’amore e l’amare può incorporare l’aggressività senza sesso per fare altro (da sé, del sé). Intanto questa storia dell’aggressività nel sesso mi porta a mente un pensiero di Sgalambro: la carezza, la mano palpitante che sfiora con rapidi guizzi il corpo dell’altro, già lo gualcisce come un involucro di pessima carta: è come se lo stringesse nel suo pugno. La tenerezza nasce da questa forza compressa, che non si scatena intera, ma trattiene il respiro. Dalla coscienza di poter stritolare l’altro, che si abbandona languido. Da qui nasce la tenerezza, come se a quegli si fosse data la vita, solo per non avergliela tolta.
Mi sembra questa una fenomenologia tattile, un’incisione a 33 giri suonata a 78. Così farsi toccare, verbo che rimanda a molteplici voci (e Mario Martone alla radio: c’è qualcosa di più carnale di una voce?), è sempre un rischio (necessario) come nel caso Bourne- Brown, di New York. Nato nel 1826 come Bourne, nel 1877 dopo un viaggio d’affari, questo signore si risveglia una mattina nel letto accanto ad una sconosciuta signora Bourne che non riconobbe più come moglie. Più volte visitato dai medici rivelò una doppia personalità che ignorava completamente la personalità cui era subentrata. Se questo caso possiamo inscriverlo nel registro degli eccessi, mica tanto se riportiamo Mnemosine alle nostre vite. Non ti riconosco più, si dice; nel linguaggio dei reality: ma sei vero o sei falso? Che sarà mai una menzogna? Su cosa mentiamo? E’ un gioco? Cosa Bisogna Conoscere?
Maitreyi: Che cosa ne sarà di me quando sarò scomparsa? Per favore, mio caro, rispondi!
Yajnavalkya: O Maitreyi, Maitreyi che quesito è mai questo! Se però tieni davvero a saperlo, ascolta ciò che dico e meditaci su: sappi che non è per l’amore al marito che il marito è caro ma per l’amore all’atman (l’essere) che è (in) lui; e non è per l’amore alla sposa che la sposa è cara, ma per l’amore all’atman (l’essere) che è (in) lei. Ed è per l’amore al Brahman (il Sé universale) che tutto è amato, ed è al Sé che tutto ritorna. Ricordalo bene! E’ l’atman dentro di noi che bisogna contemplare, che bisogna conoscere, su cui bisogna meditare. Vuoi davvero sapere come lo si conquista? E’ con la mente illuminata che si conquista l’atman. E come si ottiene una mente illuminata? Ascolta…ciò che ti dico e non scordarlo: Così come non si sente il suono di una conchiglia a meno di prenderla in mano e accostarla all’orecchio, così come una presa di sale che si getta in acqua non c’è modo di riprenderla e tuttavia, ovunque si raccolga dell’acqua, vi si trova il sale, egualmente avviene con questo Essere illimitato, infinito, disciolto nell’oceano della coscienza, coscienza di se stesso a se stesso. Negli elementi da cui emerge, in quegli stessi si riassorbe, giacché alla morte, sappi, la coscienza cessa
Maitreyi: Sono molto turbata ad apprendere che la morte porta via la coscienza!
Yajnavalkya: Maitreyi, non parlo per turbarti ma per istruirti: là dove c’è dualità, l’uno odora l’altro, l’uno vede l’altro, l’uno ode l’altro, l’uno parla, pensa l’altro, l’uno conosce l’altro; ma allorché tutto rientra nel Grande Essere, che ne è più dell’uno e dell’altro, dell’attore e dell’atto e della discriminazione tra l’uno e l’altro?
Così, nell’enumerazione scolastica dei trascendentali (quodlibet ens est unum, verum, bonum seu perfectum, qualsivoglia ente è uno, vero, buono o perfetto) il termine che, restando impensato in ciascuno, condiziona il significato di tutti gli altri, è l’aggettivo quodlibet.
Non amarmi come te stesso, verme; amami come me stesso. Ahimè, questa immagine! Davvero un fiume immondo è l’uomo. E’ necessario essere una mare per poterlo accogliere (aufnhmen), senza diventare impuri (unrein). Accogliere il fiume immondo, non fuggirlo, non separarsi da esso, riporlo in sé compiendone il tramonto (Perfectum). (continua)

Ahimè, questa immagine! Davvero un fiume immondo è l’uomo.
alla fonte l’acqua di ciascun fiume è limpida e potabile.
chi la rende immonda nel suo scorrere verso il mare?
saluto tutti
elena f
Elena, mi potresti dire per piacere di chi sono quei due versi che citi? Grazie.
@giorgio
non vorrei deluderti, ma sono parole mie, nate dalla lettura del testo
cordialmente
elena f
Nessuna delusione, Elena, rendi bene un’idea a cui sto pensando. Grazie.
ci avrei giurato Elena,
forse perchè ti seguo attentamente
e so che citi ogni cosa che scrivi con grande precisione!
grazie a te giorgio.
e grazie a te carla, la citazione(possibilmente precisa) è una delle mie manie, in fondo è un po’come dare a cesare quello che è di cesare… e “a elena f… il poco che è suo” 😉
cordialmente
elena f
Brevemente
molta carne al fuoco. Preciso che: -disco di giada-, e non diamante (vajra a parte): fulmine che include, non è quindi “distruttore”. Labris labirinto nasce da ascia bipenne, congiunzione, apparente contraddizione che conduce all’intuizione. La strada qui, è solo all’inizio. Ma già viziata da una esclusione, si prevede solo un interno.
Vajrasattva, L’Essere adamantino.
Vajrasattva, leggiamo nel Kalacakra, è l’unione indissolubile del principio maschile e femminile
Questo lo so che lo sai. ma non è lì che si deve “cercare” altrimenti finisci nel “sacrificio” è qui “funziona” (va bene) “misericordia io voglio non sacrificio”. (Ma cosa diversa e ingannevole è stata). Bisognerebbe scendere ai babilonesi e non vedere (solo)il “deserto” e l’Egitto. Ed allora la parola sumera Labris, ma se sei attento già nei Latini, (non romani) latini, il “picchio”, animale sacro ascia bipenne (ancora e sempre si troverà ed ovunque, come labirinto che sono legate dallo stesso significato)e nei riti sacri. La porta. In Russia (Pasternak) è altra cosa, (permettimi) nulla lì, e come detto qui sopra. Si può confondere, questo si, ma è la solita confusione. Forse Tjutcev. Oppure “il sentimento tragico della vita”. Letteralmente pensando all’evoluzione dell’uomo. Preda e predatore. Mi scuso del didascalico.
“Il tutto dell’amore vede le sue parti con un solo sguardo”. anche qui c’è la Russia. Solov’ev ha attraversato le culture e ne ha tratto un’idea dell’amore che forse ancora oggi è – per me – la più convincente. ma aspettiamo il seguito. (ho l’impressione di averlo già letto: Ni?).
ciao
fabrizio
In russia amano molto ripetere le parole dello scrittore Korolenko secondo il quale “l’uomo è nato per la felicità come l’uccello è nato per il volo”. (Ma bisogna fare massima attenzione, e comprendere il -perchè di queste affermazioni-.)