
Forse non è proprio di un cattolico pensare che essere materialisti sia un vantaggio. Eppure è proprio quello che ho pensato al termine di Centochiodi di Ermanno Olmi. Olmi è un regista spiritualista e, meglio ancora, idealista. Cioè pensa che la realtà si formi ed abbia la sua essenza in una sfera ideale, dove le cose si creano nella decisione del soggetto di pensarsi libero ed autonomo. In questa sfera si incontra Cristo, Dio, la divinità in genere.
Il Vangelo di oggi parlava di Gesù che compare a sette degli apostoli, presentati come incerti e delusi. Fanno una pesca e nulla combinano. Una notte di fatica inutile, tra l’altro decisa come per lo sfogo di un nervosismo non ammesso. La traduzione interlineare del testo: “Dice a loro Simon Pietro: Vado a pescare. Dicono a lui: Veniamo anche noi con te.” Perchè questa sfida di Pietro, che non può andare a pescare da solo, e perchè questa decisione degli altri, vabbè ti seguiamo? Ma poi arriva Gesù e loro non lo riconoscono, gli dice di buttare le reti dal lato destro della barca e quelli lo fanno, così per rabbia forse, o per fiducia o per follia. E pescano alla grande. Allora Gesù è riconosciuto e Pietro si butta in acqua per raggiungerlo – e c’è quel particolare della sopravveste che Pietro si cinge ai fianchi per non restare nudo davanti a Gesù, un particolare che trovo commovente – e mangiano insieme, e Gesù ha cucinato per loro.
C’è una cosa caratteristica del Vangelo. Si mangia e si beve spessissimo. Uno dei fulcri del rapporto di Gesù con i discepoli è il cibo e la condivisione del cibo, visti non come metafora, mi sembra, ma come luogo proprio dove Gesù si rivela il Cristo, l’Unto del Signore. Così anche qui. Fino alla triplice domanda finale di Cristo Gesù a Pietro. Mi ami? e la triplice risposta affermativa di Pietro, con la conclusione finale del “tu lo sai”, quasi una dolorosa rivendicazione d’amore, di un amore vero anche nel fallimento e nel tradimento.
Non so se Ermanno Olmi avesse presente questo particolare testo, o anche solo tutto il Vangelo di Giovanni. Misterioso, preoccupante, bellissimo.
Tutto sommato credo di no. M’è sembrato che avesse sopratutto presente la sua e la mia delusione di vecchi nel vedere che il mondo è molto più brutto di quello che avevamo sperato. E che in questa bruttezza c’entra anche quella Chiesa di Cristo che deve essere la depositaria di quei pranzi e di quelle cene con cui Gesù ammaestrava, incantava, innamorava e ammoniva i suoi amici ed i suoi nemici. Ed allora scatta la delusione, incarnata nella battuta finale circa qualcuno che, all’arrivare dell’autunno, non compare più. Un autunno scandito dalle macchine movimento terra che sconvolgono una vita
vista ancora come innocente.
Ma so che non è vero, perchè sono materialista e so come le paludi fossero luoghi di sofferenza umana terribile, peggiori della montagna perchè in montagna il poco cibo era mediato dal vino, che era confortante come dice Jacini nella sua inchiesta. Nella palude niente, solo acqua sporca e fame e rapporti violenti. Poi forse non è tutto come lo descrivono le inchieste di quei libri che il protagonista- antagonista del film inchioda al pavimento di legno. Ma non è neanche così dolce e tenero come lo vede Olmi. E’ un film bellissimo, pieno di una poesia intensa e dolce, una poesia amara, aspra, come le vinacce che inebriano anche se non bevi il vino. Perchè fare il vino inebria, sbronza, e bisogna farci caso, occorre saperci fare altrimenti fai danno e col vino non puoi. Ma è un film che sbaglia obbiettivo, perchè non è mai Dio responsabile di
Caino. Ma è sempre Caino responsabile di se stesso, anche quando – materialisticamente – ha qualche buona ragione. Perchè non ci sono mai buone ragioni che tengano davanti alla scelta se fare il male o fare il bene e l’impotenza di sapere che non verrai creduto non ti risparmia dal fare di tutto, dal fare tutto quello che puoi fino al prezzo della vita, affinché tu venga creduto.
Perchè non sei mai solo. E non sei mai solo perché Cristo Gesù è risorto.

non ho visto il film, per giudicare. ma l’articolo è bello, si. molto.
un caro saluto a fabrizio ed un ben ritrovato a raffaele.
red
rrrrrrrrrrrrreeeeeeeeeeeeeeeeedddddddddddddddd!!!!!
come stai carissimo!
la rete è letteralmente come un bazar o coome un suk (tipo quelli immaginari, come da Salgari o da me, che mai ho visto un suk sul serio, quindi me lo penso affollato, rumoroso, caldo, accogliente, con posti ed angoli molto pericolosi e spiacevoli, e con posti molti accoglienti e femminili)
Guarda il film che è bello davvero. Olmi è immaginifico e visionario.
ciao
raffaele
la via del cristiano non è nè materialista nè tantomeno spiritualista, (gli ismi , come il greco insegna, sono segno di degenerazione)al cristiano si apre la strada dello SPIRITUALE, purtoppo sono pochi quelli che si interrogano sul senso di questa differenza, meno ancora quelli che tentano di incamminarsi in tale sentiero( non parlo di laici e consacrati che è una distinzione, inesistente nel vangelo, segno dello spiritualismo e del materialismo dilaganti anche nella chiesa, ma di tutti i battezzati) se lo facessimo sarebbero chiari tanti aspetti dell’annuncio evangelico come ad esempio il senso spirituale e non materialista dei banchetti di Gesù, o che caino siamo noi nel nostro non renderci responsabili dell’altro senza attendere che l’altro si faccia responsabile per noi (in tal senso è fondamentale la riflessione di E. Lèvinas)
se lo facessimo non ci staremmo ad interrogare sul perchè del male, ma entreremmo nella storia, nella nostra storia pesonale, per sollevare e lenire il male che incontriamo senza seminarne ancora con le nostre mani e con i nostri sguardi , in parole e opere . se lo facessimo avremmo lo stesso sguardo di Dio che vide che “tutto era cosa molto buona”. benedire è il mandato del cristiano, mentre spesso nei nostri cuori c’è solo maledizione per un mondo tanto brutto.
lo spirituale sa vedere il buono e cerca in tutti i modi di farlo crescere.
“vinci con il bene il male, benedite e non maledite, amate come io vi ho amato”.
questo è il mandato disatteso, che attende ancora oggi di essere testimoniato. a volte si accendono luci in tutto questo buio, ma noi non sappiamo vederle, i nosrti occhi guardano sempre altrove.
saluto tutti
elena f
Mi rifletto nelle tue parole, Elena. Benedire è l’atto fondamentale dell’umano (non solo in quanto cristiano, aggiungerei), e propriamente quell’atto fondamentale in cui l’umano si realizza e che pur tuttavia raramente riesce a compiere. Penso che lo si possa compiere solo a partire dalla benedizione ricevuta. Come chi è sradicato sradica, così chi conosce di essere benedetto benedice. E benedice sempre chi avverte che tutto è grazia, anche la polvere che siamo.
siamo tutti sradicati.
se non riconosciamo che il nostro vivere è un esodo, che le nostre inquietudini nascono da un cuore in cerca e che ciò che cerchiamo è una dimora stabile, la terra promessa,una casa,(un Amen, – mn radice delle parole dell’ ebraico che indicano stabilità-, la roccia, ciò che è stabile, fedele per sempre) un alrove che è un oltre che ci abita già qui ed ora( il paradosso del già ora e non ancora della redenzione) non possiamo aprirci all’ascolto della benedizione, non sapremo mai benedire; ma c’è sempre speranza che ciò accada, perchè la benedizione su di noi è già stata pronunciata.
saluto tutti
elena f.
Ovviamente Elena ha ragione e l’attività fondamentale della preghiera cristiana è la benedizione. Gesù ha un senso totale e totalizzante, in questa direzione. Il senso di accettare la benedizione continua che ci viene da Dio, perché ci ama. E, nel momento in cui lo si accetta e così ci si fa stravolgere la vita da Dio, in questo momento far parte anche agli altri ed altre di questo amore. Sapendo che noi non faremo mai – da soli – il bene e, sopratutto, quella delicata e bellissima operazione di cambiare il male in bene. Ma che solo Dio la fa e la compie in noi. Per questo bisogna sempre benedire senza smettere mai, lasciando che Dio entri in noi e ci faccia campo selvatico dei suoi fiori e frutti.
Ma questo significa che noi siamo responsabili di quello che succede, del male e non del bene. La libertà umana è – essenzialmente – la libertà di far esistere ciò che di suo non esisterebbe, cioè il male.
Ma c’è chi si abbandona all’obbedienza a Dio ed all’amore che da Dio proviene e nasce. Da qui nasce la quantità di bene che esiste tra gli umani e che non è trascurabile. Se ciascuno di noi si lasciasse amare ci sarebbe più amore nel mondo. Ma lasciarsi amare è molto difficile.
Grazie e ciao
raffaele
Inchiodare le parole troppo appesantite dal tempo e che appesantiscono il tempo.Un chiodo sulle menti ossidate dal tempo per le quali i libri sono lo scudo-paraocchi per la realtà.
Bellissimo film.