IL VERME DI LEOPARDI di Valter Binaghi

verme

– Come quella poesia di Leopardi… –
– Quale, Pierino? –
– Il verme solitario –
– Pierino!!!!! –
(confuso) – Il verme infinito

Non è una barzelletta. E’ accaduto in una seconda superiore, dieci giorni fa.
Al posto dell’interrogante una professoressa di lettere. Carina, sui quaranta.
Al posto di Pierino metteteci un simpatico ragazzotto brufoloso il giusto, con le All Star ai piedi, un teschio sulla maglietta e una zazzera bionda sparata col gel.
I suoi compagni hanno riso, ma senza scherno. Era pura condivisione, sollievo quasi. Anche Pierino è come noi, hanno pensato, sa le cose che sanno tutti e manifesta la stessa incolpevole estraneità per un mondo pre-elettronico e incomprensibile.
Lei è venuta a raccontarlo a me.

Come sono i nostri studenti? ci chiediamo nei corridoi.
Piatti, senza personalità, omologati sulla cultura di massa.
Lasciamo che la collega passabile ci pianga sulla spalla (hai visto mai?) e intanto ci consentiamo uno sguardo lungo e distante, di uomini del tramonto.
E se l’epoca della personalità (forma storica, non imprescindibile, della persona) fosse tramontata per sempre, e si trattasse semplicemente di prenderne atto?
Mi sembra difficile negare che l’uomo “humanus” su cui si è forgiata la civiltà dell’occidente moderno, e che comprendeva tipi antropologici come il liberale colto ma anche il cristiano padre di famiglia, l’artista romantico o lo scienziato positivista, si fondasse su un certo composto di istruzione ed esperienza, quella umanistica, appunto. Una “paideia” normativa e socializzante ma capace anche di promuovere l’individuazione personale e di sancire l’autorevolezza della generazione precedente, affidando un ruolo importante all’esperienza oltre che all’istruzione teorica.
E’ altrettanto innegabile che tutto questo è saltato perchè la cultura elettronica e il nuovo ambiente del ciberspazio rendono obsoleto un punto di vista individuale, frutto di lunga preparazione (figlio del libro, per McLuhan), così come la storicità sostituita dall’istantaneo rende incomprensibile il ricorso ad una laboriosa contestualizzazione e semiotizza interamente la realtà (su tutti leggasi il compianto Baudrillard).
Ora, ciò che abbiamo sempre definito la “personalità” non è un’eredità genetica, ma il traguardo di un’educazione, e per giunta ne rappresenta il risultato ottimale e sempre un po’ elitario. Se viene a mancare la “paideia” che lo forgiava, questo tipo di ideale umano si eclissa, sostituito da qualcosa che è presto per giudicare (anche perchè non è fatalmente determinato, ma risulterà frutto di scelte politiche e scolastiche improcrastinabili) ma che nelle sue versioni migliori è il navigatore della rete, più leggero di una caravella e senza l’illusione della spezia, nelle peggiori l’io minimo, senza corpo e senza storia, che per darsi un’identità ha bisogno di vedersi come spettacolo, e propone narcisisticamente se stesso ovunque si possa lasciare traccia d’immagine, e le sue gesta su Youtube.
La scuola è spaventosamente inerme di fronte a tutto ciò: propone ciò che è essenziale e va assolutamente preservato (il classico in letteratura, l’intelligenza critica del metodo scientifico, la comprensione storica dell’uomo, la civiltà giuridica) ma lo fa con i metodi di una “paideia” che non ha presa sulle forme percettive e sull’intelligenza emotiva dell’adolescente odierno. Quindi non insegna e non incide, se non nel peggiore dei modi, cioè avallando la burocrazia come unico stile di vita sociale possibile (educazione come frequenza, certificazione e valutazione, qui Illich ha scritto cose che restano)

Intanto ci si spreme su battaglie di retroguardia, come il falso problema dell’integrazione. Il problema di rapportarsi all’altro era tale per chi veniva da un’identità forte e consolidata, fatta di memorie spesse ed esperienze caratterizzanti: non certo i ragazzi di oggi, che fanno molto più in fretta ad accogliere un coetaneo straniero che una pagina di Omero, perchè gli stereotipi della cultura globale sono ormai condivisi largamente.
Il problema vero è l’io minimo, la mancanza di storicità identitaria, che rende flebili e precarie le relazioni: noi stessi, che siamo a cavallo di due mondi, fatichiamo a immaginare una cultura senza il valore primario che l’ha sempre accompagnata: la personalità, appunto.
A sua volta il linguaggio dei pedagogisti fatica a rappresentarsi ciò che sta accadendo alle ultime generazioni, perchè è figlio di quella “paideia” che propriamente si sta eclissando. Ideale educativo fatto di contestualizzazione storica, lunga frequentazione del testo, confronto intergenerazionale tra maestri e discepoli: precisamente ciò che viene meno, sostituito da un apprendimento simultaneo e reticolare, che elimina precondizioni e attese: ciò che Scurati ha definito “inesperienza” e Baricco “barbarie” in due libri recenti e a mio avviso significativi, innanzitutto su un piano fenomenologico.
Ma la questione non è solo teorica: ne va della sopravvivenza stessa di una cultura.
Si tratta di promuovere la persona, senza presupporre la personalità.
Interrogare lo spirito, oltre le forme storiche della poesia.
Per gli educatori è urgente rileggere McLuhan che leggemmo trent’anni fa senza capirlo a fondo, e prendere atto di ciò che significa il tramonto della civiltà del “libro” (la galassia Gutenberg) di fronte all’onnipervadenza dei media elettronici. Attrezzare i nuovi naviganti di bussola e sestante per muoversi nel mare magnum dell’informazione senza esperienza. E per chi si sente chiamato a custodire la perennità oltre la bufera del presente, imitare ciò che fecero i monaci nell’alto medioevo, quando copiarono e preservarono testi che quasi nessuno era più in grado di leggere.
Da tramandare a chi verrà, dopo il diluvio.

Bibliografia

Baricco Alessandro – I barbari (Fandango Libri)
Baudrillard Jean – Il delitto perfetto (Cortina)
Illich Ivan – Descolarizzare la società (Mondadori)
Lasch Christopher – La cultura del narcisismo (Bompiani)
McLuhan Marshall – La galassia Gutenberg (Il Saggiatore)
Scurati Antonio – La letteratura dell’inesperienza (Bompiani)

14 pensieri su “IL VERME DI LEOPARDI di Valter Binaghi

  1. Marina Pizzi

    qui, solo per scherzare, racconterò questo ricordo: alle medie la prof. mi chiamò improvvisamnte a leggere a voce alta un qualcosa: ero molto emozionata, il cuore mi andava a mille e, invece di leggere pozzànghera lessi pozzanghèra: successe il finimondo della bambina.
    questo per dire, anche, che l’ignoranza scientifica in Italia è ben più grave!

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  2. Marina Pizzi

    [seconda possibile partecipazione amichevole come nei titoli di coda o di testa di un film]:

    22.
    a capofitto sparì la rendita/
    il dito mignolo è a cipresso/
    solcato, scalato dalla scola di Dante/

    (Marina Pizzi) da “Arsenici”

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  3. Fabio Brotto

    E io che quando leggo ai miei allievi “Il passero solitario” mi affanno a spiegare loro che non trattasi di comune passerotto ma di una specie di uccello che loro non hanno mai visto, attualmente rara, ecc…. io ho dovuto constatare che più della metà dei mei liceali ignora totalmente la differenza tra un bue ed un toro, ovvero il procedimento mediante il quale il vitello perde la sua mascolinità, e tante altre cose del genere… Più che la non lettura (leggono parecchio, romanzi e altro), il loro problema è la perdita di contatto con la realtà primaria. Vivono in una sfera tecnotronica socialmente determinata, ben separata dal suolo, dalle acque, dalle piante, dal sangue e dalla vita animale: il loro è un mondo di relazioni virtuali, fragile,artificiale. Ma non sono chiusi alla riscoperta della realtà che hanno perduto. Devono solo trovare delle guide.

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  4. Giorgio

    Il tema non è da poco, Valter. Ricordo un libro del 1978 di Giorgio Agamben, che si potrebbe aggiungere alla tua bibliografia: “Infanzia e storia”, che comincia proprio così: “Ogni discorso sull’esperienza deve partire dalla constatazione che essa non è più qualcosa che ci sia accordato di fare. Poiché, come è stato privato della sua biografia, l’uomo contemporaneo è stato espropriato della sua esperienza”.
    La separazione fra esperienza e conoscenza lì viene fatta risalire alla società industriale e, andando a ritroso, a Bacone.

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  5. enrico de lea

    in fondo è l’inverarsi delle ipotesi di Debord e Cesarano – credo però che non ci siano alternative alle tue conclusioni -io spero sempre (spes contra spem) : c’è una minoranza di ragazzini figli del presente meramente informativo, tuttavia capaci di appassionarsi per ciò che rappresentano la matematica, le scienze, la letteratura, la filosofia – in fondo finchè ci sono minoranze intelligenti e curiose c’è sempre speranza…
    p.s. stamattina, traversando il giardinetto di fronte al Liceo (vicino casa mia) ho inavvertitamente ascoltato un ragazzino spiegare ad una compagna bellissima, con grande fervore, (per la ragazza o per l’argomento?) l’essere/il non essere in Parmenide… commozione di un vecchio ex-ripetente/fuoricorso…

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  6. Roberto Rossi Testa

    Il “verme solitario” e il “verme infinito” non mi sembrano male: fanno pensare a un Leopardi passato attraverso Eliot…
    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. Marina Pizzi

    “Al posto dell’interrogante una professoressa di lettere. Carina, sui quaranta.”
    : perfettamente consonate e consono ai tempi del verme solitario del povero Pierino ritto/storto e, tutto sommato, forse un po’ più divertito di tutti…

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  8. domenico

    Ernesto Ragazzoni
    Elegia del verme solitario

    *******************************

    Solo è Allah nel Paradiso
    del Profeta Makometto
    solo è il naso in mezzo al viso
    solo è il celibe nel letto,
    ma nessun, da Polo a Polo,
    come me sul globo è solo,
    né mai fu, per quanto germe
    ebbe luna dal lunario,
    perch’io solo sono il verme
    lungo verme
    cupo verme
    cieco verme
    bieco verme
    triste verme
    solitario.

    Solitario sulla vetta
    della torre antica è il passero
    solitario. È la vedetta
    solitaria in cima al cassero,
    solitario è il soldo, o duolo,
    del tapin ch’à un soldo solo,
    solo andava il cieco inerme
    e ben noto Belisario,
    ma il piú sol di tutti è il verme
    lungo verme
    cupo verme
    cieco verme
    bieco verme
    triste verme
    solitario.

    Tutte l’altre creature
    hanno moglie od hanno figli:
    i canguri han le cangure
    i conigli han le coniglie,
    l’api accoppiansi nell’aria
    e perfin la dromedaria
    tra le sabbie nude ed erme
    ha il fedele dromedario.
    Il piú sol di tutti è il verme
    lungo verme
    cupo verme
    cieco verme
    bieco verme
    triste verme
    solitario.

    Una vaga fantasia
    alle volte pur mi coglie,
    la mia mente vola via
    e m’immagino aver moglie,
    mi par d’essere, o cuccagna,
    un bel nastro, una lasagna…
    non piú fitto in membra inferme
    nel mio vil penitenziario
    e non piú essere un verme
    lungo verme
    cupo verme
    cieco verme
    bieco verme
    triste verme
    solitario.

    Nastro a volte mi figuro
    annodarmi intorno a un collo
    di fanciulla esile e puro.
    In intingoli di pollo
    altre volte invece parmi
    da lasagna intingolarmi.
    Il mio cor si tuffa in terme
    di speranza… ed al contrario
    resto sempre il verme, il verme
    lungo verme
    cupo verme
    cieco verme
    bieco verme
    triste verme
    solitario.

    Pure il giorno verrà, il giorno
    che uscirò fuori a vedere
    come è fatto il mondo intorno
    miserere, miserere,
    finirò la vita trista
    nel boccal d’un farmacista
    pieno d’alcool ed ermeticamente funerario,
    perché io non son che il verme
    lungo…
    cupo…
    cieco…
    bieco…
    triste verme
    solitario.

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  9. enrico de lea

    ah che spasso questo vecchio goliarda del Lago d’Orta – grazie al precedente post (Domenico)

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