E. M. Cioran da “Lacrime e santi“, Adelphi, 2002
L’ironia è un esercizio che palesa la mancanza di serietà dell’esistenza. L’io converte il mondo in niente, perché l’ironia procura sensazioni di potenza solamente dopo che tutto è stato abolito. La prospettiva ironica è un sotterfugio del delirio di grandezza. Per consolarsi della propria inesistenza, l’io diventa tutto. L’ironia raggiunge la serietà quando si innalza alla visione implacabile del niente. Il tragico è lo stadio estremo dell’ironia.
[a cura di Sanda Stolojan]
p. 72

L’ironia può far male, ma se ha le sue radici nell’umorismo può essere una forma d’amore.
Un saluto
Trovo queste affermazioni apodittiche stimolanti aperture di senso condivisibile.
Da annotare.
Grazie
Tutto okay tranne l’ultima frase. Non la capisco.
Il tragico è il contrario dell’ironia: proprio per questo è insostenibile più di un istante. Dopo diventa memoria, elaborazione del lutto, o follia.
anche io trovo difficoltà a capire la parte finale.
tra l’altro è un tema molto ma molto difficile da affrontare, come giustamente mi ha fatto notare Fabio Brotto!
forse lui potrà chiarircelo…..
– invece penso proprio che l’ironia sia il punto massimo del tragico, come conclude Cioran.
Valter, l’esclusione o l’inclusione “logica” non porta mai alla capienza del tentare di capire, né, tanto meno, i binari pur se onesti nella/della mente. prova a vivere questa esperienza descritta da Cioran, a me è capitata, ti assicuro, orribile: fu proprio la frase della chiusa.
Rina, nella sfumatura dell’umorismo, ha sfiorato un punto sensibile.
Dalla mia più tenera età, una freccia di dolore si è piantata nel mio cuore. Finché vi rimane, sono ironico – se la si strappa, muoio” (S. Kierkegaard)
Valter, Francesca, per come capisco io il brano, Cioran mi pare affermare il contrario, che cioè “Il tragico è lo stadio estremo dell’ironia”. E questo perché, assunta l’ironia come “un sotterfugio del delirio di grandezza”, il tragico nella prospettiva di Cioran è il delirio di grandezza totalmente dispiegato, portato all’estremo, senza più nessun infingimento.
sì, Carla, nonostante la freccia, senza nessuna follia, si può campare e vivere con il massimo rendimento (sic!) (!) o, anche, i normaloidi, i normali o i folli sono pressoché speculari
Cioran: mistico mancato
era un Mistico, un anacoreta con anni e anni di fame, letterale, con biciclettate solitarie in terra di Francia. pensò per tutta la vita alla morte e, in ogni parola di rara rapacità contraria, si uccise un poco. ad altri riderne: non può essere amato dalla (gioia) dell’insegnante. imparò tardi la lingua francese e ne scrisse da apolide nato in un paesino senza importanza.
in questi anni terribili amo un film in particolare: “Brucio nel vento” di Soldini. un po’ pasticciato, ma straordinario!
Leggere Cioran è un piacere grande. Una prosa stupenda, oltretutto. Marina ne ha scritto qui secondo me benissimo.
Però, lo dico per esperienza, è meglio leggerlo sempre a piccole dosi; come nell’ascolto di Mahler, per intenderci: ché è facile deprimersi, overdosando con questi grandissimi/depressi.
Prosa stupenda certamente. Salutare solo se si vince quella malia della malinconia che a lui non riuscì di vincere e che vinse Meister Eckart
Cioran non era un teologo, ma una gola nuda del pensiero senza speranza. uno sconfitto prestato al frammento della perpetua rimanenza: “Il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo”.
Grazie, della scelta, difficli questi santi, lo so.
Franzk, e Marina. da Mpia
se metti un cappotto al vento,
amore mio,
si sveleranno ironiche sottane
a raffreddarti il mento.
marina. lo hai letto Albert Caraco?
per me, immenso.
ciao
paola