Taci, anima stanca di godere
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato…
Invece camminiamo, camminiamo
io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore non si tocca.
Perduto ha la voce la sirena del mondo,
e il mondo è un grande deserto.
Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
Che la prima viola sull’opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Al tempo
Son di granito o di diamante sono
i mille denti logori e ferrigni
con che rodi il cemento ed i macigni
sgretoli, sfinge spaventosa, o Chrono?
L’uomo di ieri miri co’ i maligni
occhi innalzare a dei di creta un trono:
o bestemmiarli e ricader giù prono:
e al vano affaticarsi tu sogghigni.
Il fior che allegra gli orridi dirupi
co ‘l fiato anneri, ed, invido, d’immondi
solchi il velluto de le guance sciupi.
L’uom che ti sminuzza in oggi ed in domani
e la clessidra in ore ed in secondi:
tu lasci fare e eterno ancor rimani.
Talor, mentre cammino per le strade
Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d’essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.
M’occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s’imprimono dolorosamente.
E conosco l’inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.
*
Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d’esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall’attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.
Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l’orlo
d’un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell’attimo dentro m’impauro
a vedere che gli uomini son tanti.
Mi desto dal leggero sonno solo
nel cuore della notte.
Tace intorno
la casa come vuota e laggiù brilla
silenzioso coi suoi lumi un porto.
Ma sì freddi e remoti son quei lumi
e sì grande è il silenzio nella casa
che mi levo sui gomiti in ascolto.
Improvviso terrore mi sospende
il fiato e allarga nella notte gli occhi:
separata dal resto della casa
separata dal resto della terra
è la mia vita ed io son solo al mondo.
Poi il ricordo delle vie consuete
e dei nomi e dei volti quotidiani
riemerge dal sonno,
e di me sorridendo mi riadagio.
Ma, svanita col sonno la paura,
un gelo in fondo all’anima mi resta.
Ch’io cammino fra gli uomini guardando
attentamente coi miei occhi ognuno,
curioso di lor ma come estraneo.
Ed alcuno non ho nelle cui mani
metter le mani con fiducia piena
e col quale di me dimenticarmi.
Tal che se l’acque e gli alberi non fossero
e tutto il mondo muto delle cose
che accompagna il mio viver sulla terra,
io penso che morrei di solitudine.
Or questo camminare fra gli estranei
questo vuoto d’intorno m’impaura
e la certezza che sarà per sempre.
Ma restan gli occhi crudelmente asciutti.
Tutte le poesie sono tratte da: L’opera in versi e in prosa, Garzanti, 1999.
Nato a Santa Margherita Ligure (Genova) nel 1888 (morto a Savona nel 1967), Camillo Sbarbaro visse quasi sempre in Liguria. Lavorò prima nell’industria siderurgica, insegnò greco e latino finché dovette lasciare l’insegnamento per essersi rifiutato di iscriversi al PNF. Fu erborista di fama internazionale, Nel 1951 si ritirò con la sorella a Spotorno. Ha esordito con le poesie di Resine (1911), ma si affermò con Pianissimo (1914) che gli permisero la collaborazione alle riviste «La Voce», «Quartiere latino», «La riviera ligure». Seguirono le prose di Trucioli (1920) e Liquidazione (1928) caratterizzate dal frammentismo e da una ricerca espressiva tra lirica e narra tiva tipici degli scrittori vociani. Nel dopoguerra ha pubblicato altri volumi di prose dai titoli volutamente riduttivi: Fuochi fatui (1956), Scampoli (1960), Gocce (1963), Contagocce (1965), Cartoline in franchigia (1966) che rievoca l’esperienza di guerra. Ha pubblicato anche le raccolte di poesie Rimanenze (1955), mentre Primizie (1958) risalgono per composizione a prima di “Pianissimo”. Tutte le poesie sono state raccolte in Poesie (1961). Ha anche tradotto dal greco (Euripide) e dal francese (Flaubert, Huysmans). Nelle sue prime prose è il vigore dell’espressionisno e moralismo voceiano. Nelle liriche il disagio esistenziale si stempera in una passiva osservazione della vita, tradotto in un linguaggio antioratorio, fissato su tonalità sommesse, tese a restituire una ‘verità’ psicologica e morale. Sul piano tematico, accanto a un certo ‘maledettismo’ rimbaudiano e baudelaireiano, è il richiamo alla tradizione carducciana e pascoliana che dà vita a una poesia paesaggistica (“Rimanenze”) tipica della produzione ligure.
(tratta da: http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_sbarbar.htm)

Camillo Sbarbaro va ricordato sempre (!) , proprio perchè è facile sottovalutarlo, facile non riconoscere nel suo tono che così poco s’impone la vera e propria poesia. Finora purtroppo invano ho cercato di interessare un editore tedesco per lui…
Grazie!
hai una simaptia per i liguri allora,Luca, anche per quelli che ci hanno vissuto e creato ( Quasimodo aveva lavorato per lungo
tempo al genio civile di imperia ). Ora Sbarbaro. Molto bello.
Grazie.
Mi fa sempre piacere vedere ricordare Sbarbaro. Inconfondibile, anche se schivo e abituato a cantare “pianissimo”, per me una presenza irrinunciabile del Novecento. E grazie anche per il precedente Quasimodo, Luca.
‘Ma restan gli occhi crudelmente asciutti.’
solitudine, ricerca dell’essenziale parola, e un’anima bambina che si affaccia, conforto breve nel secco paesaggio, nel corpo vecchio che ripara.
Bravo Luca, ottima proposta. Sbarbaro: uomo pensoso e schivo… Poeta.
Un caro saluto.
Pasquale
Bellissimo il libro di Gina Lagorio “Sbarbaro. Un modo spoglio di esistere”, che uscì anni fa.
Sbarbaro mi è sempre parso come una coscienza tendente a ridursi al puro sguardo. E nello stesso tempo come una delle più pure e sobrie espressioni di quella “spina del divenire” che trafigge lo spirito dell’Occidente da millenni.
E questa è la sua poesia che, secondo me, meglio lo esprime.
A volte sulla sponda della via
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato….
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume….
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina,
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera….
@ Grazie Stefanie. Spero proprio tu riesca a farlo conoscere anche in Germania, meriterebbe il “buon” Sbarbaro. Grazie per l’attenzione!
@Marino sono un patito della “linea ligure”. Oltre Caproni e Montale adoro minori come Roccatagliata Ceccardi, Novaro, Barile, Grande, De Scalzo, Vivaldi, Guerrini, ecc…Piano piano (anzi pianissimo) vorrei riproporli in questa rubrica. Sbarbaro è uno dei miei preferiti!Grazie.
@Grazie a te Giorgio per l’attenziona. Penso anch’io che Sbarbaro sia irrinunciabile per comprendere anche lo stesso Montale e altri.
@Carla grazie perchè seui sempre i “miei poeti” e sei lattrice attenta e sensibile.
@Pasquale sono contento ti sia piaciuta la mia proposta. Sono notevoli anche le prose poetiche di Sbarbaro.
@Grazie Fabio non conoscevo il libro della Lagorio, cioè di nome, in bibliografia ma non l’ho mai letto. Rimedierò presto!Molto intensa e rappresentativa – è vero – la poesia che hi proposto.
Un caro saluto
Che bello riprendere lettura di una linea non soltanto lombarda, ma anche , guarda caso, ligure…qui si è un poco precettati, lombardamente intendo…
Maginifico Sbarbaro! ben scavato vecchia talpa..
Maria Pia Q.
P.S poi, Luca, dopo averla letta, mi dirai se ti piace la presentazione che Alberto Bertoni ha fatto ad Album (ed è rimasta ad attendere un lungo anno..)
Cara Maria Pia, mi fa piacere ti sia piaciuta la mia proposta di Sbarbaro!Ho commentato l’ottima critica di Bertoni. Spero presto di rivederti in quel di Parma, questo weekend sono in Emilia. Sabato sono a Riccione per una lettura ma domenica sono in giro…
Un caro saluto
Caro Luca,
dobbiamo avere qualche antenato in comune (te ne intendi di alberi genalogici ? Oppure qualche nostro avo è stato un po’ “birichino”) perchè la nostra quasi identità di gusti sembra spiegabile solo col DNA.
Non solo: abbiamo commentato il pezzo di Alberto Bertoni su Maria Pia Quintavalla a cinque minuti di distanza uno dall’altro.
Come faceva dire Conan Doyle a Holmes, coincidenze così non possono essere casuali, c’è sotto qualcosa…
Camillo Sbarbaro è un grande che si legge sempre con gioia !
ANCORA: A UN MINUTO DI DISTANZA !!!!
Caro Berto, a questo punto penso sia telepatia… 🙂 Sono contento anche tu abbia apprezzato Sbarbaro che adolescente divorai ed amai davvero molto, così come buona parte della linea “ligustica” (Caproni se non erro). Stai facendo un ottimo lavoro sui poeti di Parma che seguo sempre con piacere. concordo sulla tua triade, sono anche i miei preferiti parmigiani. Spero che per gli 80 anni di Bacchini (molti omaggi qui a Parma) esca un’antologia o un opera omnia visto le prime raccolte sono ormai introvabili e, personalmente, non le ho mai lette….Merita un eco nazionale sicuramente!
Un caro saluto
Per Luca e per Berto,
ci sta pensando Briganti, italianista di Parma, a festeggiare, ben giustamente, il nostro Bacchini, con una neo nata casa editrice dal nome omonimo… (Briganti’s friends) e l’ha fatto da Fiaccadori..il mese scorso, temo.
quanto a tornare, bé, ma non faccio altro, veh??
Sarò sabato e domenica (oltre che come figlia, leggere per credere omonimo testo dalla ‘Album..)ai “Giardini aperti”, dove letture poetiche e musica illunminanao di notte per due gg. memorabili i più bei giardini privati della ville..
poveri noi, he non ci lascino svezzare dalla nutrice..e a suon di bellezza ci irretiscono, edipicamente o meno.
un giorno dovrò andare in africa per dimenticare,(lo dico in una poesia- prosa alla fine di Corpus solum ne “La difficile età”)
Prima della rivoluzio, ci siamao già stati, come ha fatto Bernardo Bertolucci,ma siamo ancora là o qua??!!
Vive Milanao, non potrei dirlo, ma a questo punto, ancor più viva i liguri come Sbarbaro!!Ciao!
MPia
Maria Pia ho seguito le iniziative di Briganti alla Fiaccadori così come ho comprato l’interessante libro per i suoi 80 anni. Io intendevo a livello nazionale. Un bell’Oscar? E’ uscito ora Giampiero Neri sempre per gli 80 anni…. Domenica dove leggi? Io dovrei tornare in mattinata da Riccione e vengo a sentirti con piacere… 😉
Un caro saluto
NON leggo (andrò ad scoltare nei giardini), ma leggerò a Parma il 18 di giugno, durante il festival teatro poesia, da Feltrinelli..
Qui a a Milano il 15 e 17 c. m.(palazzina Liberty e libreria Utopia ore 18, rispettivamente con Milanocosa. Rosaria Lo Russo e LVoce, ea d utopia da sola e un altro filosofo o prostore, non so) ma a Milano!
Maria Pia
Bene Maria Pia il 18 penso proprio di esserci. Col lavoro quest’anno non sarò molto presente al Festival, ma qualche incontro me lo farò…quanto meno quelle mattine (poche) o sere che sono libero… 😉 Per Milano sarà difficile. Ultimamente col lavoro sono sempre più a Parma anche il weekend. A presto
Un caro saluto