Prima si capisce che bisogna occuparsi dei padri e meglio è. Non importa che siano morti o vivi, l’importante è pensarli, capire che noi siamo sempre sulla loro strada, che mai ne potremo avere un’altra. Ero colpito da bambino nel vedere da una parte l’ammirazione che mio padre suscitava nei forestieri, dall’altra la diffidenza dei paesani. Allora ancora non avevo capito che qui non c’è ammirazione per nessuno.
Adesso questa storia, almeno per lui, è finita. Per me continua in una sensazione di sfinimento che non ha mai fine. Il paese ha le braccia chiuse non per volontà, ma perché ha perso il cuore e sta dove lo lasci e sta dove lo trovi. Io giro come una mosca dentro la bottiglia, il vetro è assai sottile e trasparente, ci passano i veleni del mondo e il vento. Ormai sembra che sto qui solo per scrivere. Il paese mi lascia fare, non sa che farsene della mia voce, perché il paese è come il mondo, è come una donna che non ci vuole e ogni parola che diciamo è un chiodo che ci fissa alla sua croce.

Il rapporto con “i padri” è/dovrebbe essere necessariamente problematico, ma attualmente “i figli” si sono, per così dire, un po’ ammosciati, vuoi perché l’impegno civile e politico di stampo sessantottino si è praticamente estino, vuoi per il consumismo, il cinismo, la caduta delle ideologie, etc.
Assistiamo, mi sembra, a una deriva senile: i giovani, minoranza di questo paese, pagano con il loro lavoro precario le pensioni dei padri, i quali sono il target della politica per motivi esclusivamente numerici. Che fare?
Padri
La mitezza fuori, gli occhi
fissi, a tratti in cerca e attesa
sospinti da furore sopito,
a fatica. quel furore che è
voglia: ché i padri devono
soffrire e io scopare
le mogli e le figlie: così è giusto.
stanchi corpi vizzi, sessili alla vita
o a ciò che ne rimane (reazione),
come incrostati, scivolate:
siate concime di pelle e cheratina,
utili, sublimate azoto
dalla putredine, e cadaverina:
unico vostro ricordo.
Domenico
Sono temi, questi, che rimugino anch’io da anni – c’ho scritto una sorta di “corona” di poesie (quasi una specie di laico/archetipico rosario del padre) intitolate “Sequela del padre”.
Uno splendido libro sull’argomento mi è sempre parso “Sguardo e destino” di Aldo G.Gargani.
“Il paese mi lascia fare, non sa che farsene della mia voce, perché il paese è come il mondo, è come una donna che non ci vuole e ogni parola che diciamo è un chiodo che ci fissa alla sua croce”: non è il solito “nemo propheta…”, è la sostanziale secolarizzazione del mondo, secondo il verboracolo delle merci…
Assolutamente condivido quanto scritto in tutto il brano.
Non sono molto d’accordo.
Ogni storia individuale, ogni vita sarebbe impossibile, senza deviazioni dalla strada già percorsa. Ritroviamo il padre, sì, ma per trovare strade diverse dalla sua.