*
Guardare la televisione
di mattina è mettere
la sciolina alla
disperazione, una discesa
illiberale attaccàti
al tubo catodico
del gas. Nel garage
le faccione dei vip
preparano la combustione
del polmone.
Che è d’acciaio, marca Philips.
*
A tempo perso
attraverso le tv
del sommerso.
Riemerso, osservo
lo schermo terso,
il crepitio di questo
verso.
*
Le reti locali come
bar regionali con tanto
di bocce e mercati rionali
accenti pesanti voci baritonali
dove gli ultimi scampati
ballano il liscio
allupati senza
viagra.
Forse.
*
Il riso rictus di Fabrizio Frizzi
mi ricorda l’ictus (troppi
vizi) di mio zio
che sorrideva sempre
bestemmiando Dio.
*
L’intellettuale da manuale
non ha la televisione
catodica tantomeno digitale
e se ce l’ha
la tiene spenta. Guarda
lo schermo grigio
e s’accontenta.
*
La vita invidio
in video eterno
replay ad anello
del fallo dell’esterno
destro e della passarella
con supermodella.
Dammi retta: invidio
la vita indiretta.

belle belle belle mi sono piaciute assai, soprattutto quelle più rimiche. In questo post però manca a mio avviso una breve presentazione e la nota bio dell’autore… per dire, io ad esempio ne vorrei sapere di più.
baci
Hai ragione Marco. Di Rossari ho già postato (vai a sez.poesia) altre cose su animali antropomorfizzati di stampo più svagato e buffo (alla Toti Scialoia) dove lavora soprattutto sui calambour. Sperando che lui stesso intervenga a spiegare un po’ lo spirito di questa raccolta (televisiva) inedita, intanto dico che ha esordito nel 2003 con un bel romanzo per Fernandel: “Perso l’amore (non resta che bere)” e nel 2004 ha pubblicato con E/O dei racconti: “Invano veritas”. Ciao
Scrivere non è solo pubblicare. Anzi, col tempo, capisci sempre di più che scrivere è anche leggere, studiare, provare a scrivere. Insomma, che chi scrive (anche chi ha pubblicato) è per certi versi sempre inedito. A me piace provare ad andare in direzioni diverse, che siano le filastrocche per ragazzi, le canzoni erotiche o questi strambi tentativi di esplorare la televisione.
L’idea del titolo è mutuata da Cucuzza (“in diretta”) e punta verso l’intercettazione, la sbobinatura, lo zapping come genere letterario. In alcuni casi i versi sono ritmati e improntati da me, in altre cose (che spero Giancarlo non posterà!) io sono assente, defilato.
È un libro ipotetico, che mi diverto a coltivare come un orticello fatto solo di erbacce (innaffiato dall’orina alla cocaina vippettara), dove il lapsus, l’equivoco, la gaffe, il gioco di parole (anche eccesssivo) la fanno da padroni. Tornando all’inizio, dicevo che scrivere non è solo pubblicare: dire ho pubblicato tali due libri fa un po’ impressione, perché non hanno quasi niente a che vedere con quello che c’è scritto qui (ma anche con quello che scrivo oggi, in prosa). Ma anche con me. O forse no.
PS Tutto il libro verrà letto dal vivo, con accompagnamento musicale fatto di intercettazioni e amenità youtube, al festival Malacarne “Dare a bere storie” di Verona, verso fine maggio, sotto l’agghiacciante titolo di “Poesie per Milly Carlucci. Intercettazione isterica per voce e musica”. Ci sarò io, dj Manf e il gruppo dei “Carina, quella maglietta”, appena uscito di galera.
Spiego: ammetto candidamente d’essere un lettore ipocrita.
M’han colpito questi testi perchè si avvicinano ad una ricerca che ho sperimentato anch’io, nel mio piccolo (con risultati altri, ovvio).
Rossari parla di lapsus e la definizione mi piace (lo diceva Pasolini della Rosselli, ed è roba, eh..!) Ciò che mi incuriosisce moltissimo è l’inserimento nel testo di Fabrizio Frizzi. Quando si usano questi termini in una metafora, a mio avviso, si compie una destrutturazione (non si sa quanto volontaria o involontaria) di una particolare concezione di poesia. E’ spesso credenza comune che un testo poetico sia fatto per durare (per “oltrepassare i secoli”, insomma). I Sonetti di Shakespeare, per esempio, non sembrano molto invecchiati, nè lo sembrano i testi della Dickinson (tanto per citare due evergreen).
Quando però in un testo poetico si inserisce un riferimento alla cosiddetta “cultura pop”, si ammette inconsapevolmente che quel testo ha un suo spazio preciso di tempo, lo si delimita, gli si impone un’epoca (e la cosa mi piace assai). Si sfida insomma l’immortalità. In soldoni il problema che mi pongo è: sopravviveranno questi testi a Fabrizio Frizzi? Poi mi immagino un filologo del 2500, impegnato a fare una tesi su Rossari, che cerca disperatamente notizie su Fabrizio Frizzi consultando scannerizzazioni di Tv Sorrisi e Canzoni d’epoca).
Ora: in relazione all’esigenza espressiva dei testi questo può sembrare un problema secondario. Però io sono nato a Firenze e Firenze è la patria di un poeta pop ante litteram: Dante. Se io so chi era Il conte Ugolino, se conosco Brunetto Latini, lo devo a Dante. E mi domando se in fondo non ci sia una forta analogia fra l’Alighieri che usa personaggi e fatti della sua epoca (rendendoli immortali) riconducendoli ad una materia altra, incorporandoli in un’allegoria e Fabrizio Frizzi (che qui uso come pretesto, ma do per scontato che insieme a Frizzi possa esserci benissimo Corrado, Wanna Marchi etc.)
Da un punto di vista storico restano comunque prove inconfutabili di un’epoca, non solo lettararia, rendono la testimonianza di una società (degradata o degradante che sia non importa, non sta a noi stabilirlo adesso).
Molto m’interessa il procedimento (proprio perchè mi ci sono imbattuto personalmente). Confesso poi in fiorentino che questi testi, le soluzioni ritmiche e formali e i dilemmi che sollevano “mi garbano assai”.
Oh, Rossari, amerei moltissimo assistere a tale lettura inneggiante alla Milly danzante e pattinante, donde, quando? Essendo spatentato temo d’essere impossibilitao ad assistere. Ma la supplico, registri tutto su supporto audio e video e mi dia i link che molto l’apprezzo. E se ha due minutini di tempo, mettiamoci in contatto.
Besos
Marco Simonelli
http://www.marcosimonelli.net (per eventuali contatti)
Ero anch’io un “intellettuale da manuale”, senza TV, e mi sembrava cosa buona e giusta. Poi, qualche mese fa, a cinquant’anni, ho capitolato. D’accordo che l’infernale ordigno è quasi sempre spento, ma francamente non è la stessa cosa.
Mi fa però piacere che l’apparecchio e le sue sulfuree emisioni abbiano per reazione originato questi versi, una vera e propria nemesi.
Un caro saluto,
Roberto