Come probabilmente tutti i qui presenti ho trascorso gran parte della mia vita leggendo. Nel corso di lunghi anni si è così formato un mio – a me – tanto prezioso universo privato di affinità ed avversioni. Una specie di piramide e l’ombra della piramide.
Ci sono alcune certezze, qualche dubbio e diverse incomprensioni che di solito non si ama ammettere. Essendo le mie letture accompagnate da una, non meno ossessiva, autoriflessione, mi è assai facile ricondurre i miei amori, le mie idiosincrasie e il mio rifiuto direttamente al mio vissuto, a ciò che ero e a ciò che sono diventata.
Credo che i nostri edifici letterari interiori non abbiano niente di casuale, ma rivelano la nostra biografia più intimamente che non il nostro ufficiale curriculum vitae. E’ possibile e legittimo quindi, ricostruire la vita di ciascun lettore attraverso le sue letture.
Non per caso il mio romanzo preferito di tutti tempi è Anna Karenina che rileggo puntualmente ogni dieci anni. Non per caso la mia ultima lettura integrale della recherche è stata una lotta continua, un susseguirsi di attimi di assoluta fascinazione e irrefrenabile ripulsione. Mi riconosco quando mi commuovo leggendo certi racconti di Pirandello – Fortuna d’esser cavallo! – è intuisco benissimo perché sia proprio Gottfried Benn quel poeta che mi stimola di più, suscitandomi le emozioni più forti, più violente, più contraddittorie. Amo l’amore per la vita nonostante tutto di Cechov e ammiro la spietatezza di Nabokov – riconoscendo parti di me in entrambi gli opposti atteggiamenti. Capisco perché da ragazza adoravo Rilke, e perché dopo lunghi anni di abbandono, solo negli ultimi anni sono tornata da lui.
Sostengo che il fatto che uno studioso scelga o Dante o Joyce fornisce di per sé – al di là dell’impostazione della sua ricerca – già un dato assai significativo sulla sua personalità. Senza profonde corrispondenze, nessuno passerebbe anni – o in certi casi addirittura una vita intera – in compagnia di un unico autore! Per quanto possa cercare di essere obiettiva la nostra ricerca o critica letteraria, la scelta dell’autore sicuramente non lo è. Ogni autore costituisce un mondo a sé in cui noi ci specchiamo, ci ritroviamo o ci rifiutiamo.
Traducendo autori fra di loro così diversi come Filippo Tommaso Marinetti e Cristina Campo, Antonia Pozzi e Charles Wright, ho capito che un autore e un artista in generale non ha alcuna scelta. Inutile rimproverare Marinetti di cattivo gusto, così come è inutile accusare Cristina Campo di essersi rinchiusa in un mondo ermetico. Non potevano fare diversamente. I loro meriti e il loro difetti non sono separabili. Non si può lodare gli uni senza accettare al contempo gli altri. O sentiamo risuonare qualche cosa di loro in noi, o è a priori inutile avvicinarsi. L’incontro imprevedibile fra autore e lettore è destino, e il patto secreto che stringono, nella migliore delle ipotesi, è una vera e propria storia d’amore e come tale, bella o brutta che sia, inevitabile, necessaria.
Le nostre letture sono un viaggio nel mondo.
Ogni nuovo autore che incontriamo aggiunge al nostro piccolo mondo limitato un nuovo pezzo, un punto di vista mai pensato prima, un sguardo finora mancante. Nei racconti di Musil trovo la sofferta lotta per la perfezione formale, nelle poesie di Celan l’enigma che non vuole essere sciolto e in Camillo Sbarbaro die allereigenste Enge di cui parla proprio Celan come primo requisito di un poeta. Thomas Mann mi porta sulle alte vette della nostra raffinatissima cultura occidentale e Toni Morisson mi fa scendere nei bassi fondi, nel fango di cui tutti noi siamo fatti. Ognuno aggiunge un pezzo, ognuno contribuisce nel suo mondo affinché io – identificandomi o distanziandomi – possa comprendere meglio me stessa e il mondo intorno.
Molte sono state le mie letture.
Molte voci risuonano in me. E, raffinata lettrice che sono diventata, purtroppo è sempre più raro che permetta che una nuova voce mi rapisca. Così come nella vita, con gli anni che passano, uomini e letture tendono a diventare tutti quanti un unico grande dejà vu.
Le letture mi stancano più facilmente di una volta. Capisco fin troppo presto come una scrittura funziona e se non mi piace, non ci penso due volte a chiudere il libro per sempre. E peggio ancora: come probabilmente a tutti coloro che scrivono succede, capita a anche a me che già dopo poche righe, la mia propria voce arrogantemente si alzi su quella dell’autore e lo fa azzittire. Confesso che recentemente ho concluso una mia lettura alla meta della prima pagina perché non sopportavo il ridicolo nome della protagonista. Molto difficile ormai conquistare una sofisticata lettrice come me.
Ieri però qualcuno vi è riuscito.
Un voce che non avevo mai sentito prima. La voce rauca e poco articolata di Vincenzo Rabito (1899-1981), quel bracciante siciliano, semianalfabeta il cui racconto di vita è stato recentemente pubblicato da Einaudi.
Ci sono stati, soprattutto negli anni settanta, autori che hanno cercato di dare voce a coloro che non ne avevano, ma quasi inevitabilmente questi tentativi rimasero una forma di immedesimazione forzata. Perfino un Gavino Ledda quando scrisse il suo Bildungsroman non fu più il piccolo pastore di capre che descrive, ma era nel frattempo diventato un cosiddetto uomo di cultura. Come giusto e ordinato sia, prima di scrivere il suo libro, si era appropriato dei mezzi linguistici che intendeva usare.
Nel caso di Vincenzo Rabito le cose stanno diversamente perché quando egli decise di ritirasi in uno stanzino con una vecchia macchina da scrivere, stava proprio per incominciare una delle ennesime lotte della sua vita. Le fitte pagine di Rabito sono loro stesse la testimonianza della conquista della parola. Vita matta, come si ha intitolato il suo libro è , allo stesso tempo, battaglia e testimonianza della battaglia. Ed è proprio questa duplicità che lo rende, a mio avviso, una lettura senza paragone.
Rabito che non sapeva con quanta raffinatezza uno scrittore possa comporre una prima pagina, si introduce senza mezzi termini come “il sottoscritto Vincendo Rabito, nato a , il…”.
In modo più grezzo possibile ci fa capire come stanno le cose su questo mondo: nel momento in cui tramite contrazioni muscolari involontarie si viene spinto violentemente nella vita, la battaglia è già in corso. E non solo da ieri, ma da tutti i secoli dei secoli. Il fuoco è aperto, la parola d’ordine quindi: si salvi chi può!
Detto diversamente: L’incipit del libro di Rabito è lo scontro feroce fra l’io e il mondo. Un mondo che, diversamente da quanto vorremmo credere, non accoglie il suo nuovo abitante con benevolenza, ma incomincia, al contrario, ad attaccarlo senza pietà. Venire al mondo, secondo l’esperienza di vita di Rabito, significa, dover cercare di salvare la propria pelle a tutti costi e con tutti mezzi.
Non ho ancora letto tutto il libro, ma credo di aver colto subito – o meglio : di essere stata colta! – dall’essenziale: l’ assoluta e sconvolgente fisicità del nostro soggiorno terrestre. I nostri imbarazzanti bisogni fisici che diventano tormenti insopportabili quando non li si possono soddisfare. La lotta, giorno per giorno, per rimanere in vita. E la mancanza totale di un minuto di tempo per chiedersi alcun perché.
Fin dall’inizio la scrittura sgrammaticata di Rabito, la strana lingua di un uomo che probabilmente per tutta la vita ha parlato in dialetto e che ora, siccome sta scrivendo un libro, si constringe di usare una lingua che non gli appartiene, si fa pressante. Il lettore comprende che anche la scrittura per lui è uno dei suoi tanti mezzi di sopravvivenza, il suo libro un compito. Doveva essere scritto, faticosamente, parola per parola.
Diversamente da noi, Rabito non doveva scegliere un tema, una ambientazione e un protagonista adatto, ma il tema c’era già. La sua stessa vita “molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata “.
Quel che descrive è la sua esperienza di vita, ma include tutte le vite di coloro che furono come lui – e che in altri parti del mondo sono tuttora – condannati dalla nascita alla morte al mutismo. Rabito intuisce che il non poter testimoniare la propria vita, equivale a non essere vissuti. In questo senso il suo libro è una furiosa lotta contro la dimenticanza e contro la morte. Non vuole morire quest’uomo, senza aver prima raccontato tutto quello che la sua vita è stata. Corraggiosa per natura, e in ogni caso abituato ad ogni tipo di battaglia, incomincia nel 1968 quella forse più difficile contro ciò che meno possedeva: la parola. La sua battaglia durò 7 anni. Poi finisce. Il suo libro non ha un finale. Tutto rimane aperto come volutamente succede nei migliori romanzi contemporanei.
E ovvio, che da quasi tutti punti di vista, noi, che abbiamo potuto appropriarci di tutte le parole in tutte le lingue del mondo, siamo più fortunati. Ci siamo fatti furbi. Conosciamo tutti i registri linguistici e li utilizziamo con la massima abilità. Sappiamo quando possiamo giocare con le parole e quando è meglio fare sul serio. Sappiamo incantare con le parole, ma siamo anche pronti all’inganno. Abbiamo fatto delle parole le nostre affidate complici.
Siamo fortunati. Ma forse Vincenzo Rabito è stato ancora più fortunato di noi, perché sfidando le parole come si sfidano solo i veri nemici, ha conquistato ciò che noi abbiamo perso da tempo: la parola che suda e sanguina. La parola che puzza. La parola sbagliata e la parola derisa sulla pubblica piazza. La parola che ferisce e la parola che uccide.
La prima parola si potrebbe dire.
Ma sono io che lo dico.
Io, che con coltelli affilati sono in grado di formulare tranquillamente questa ipotesi – o un’altra. Molto probabilmente, Vincenzo Rabito non si sarebbe per niente riconosciuto in quel uomo fortunato qui evocato da una professionista della parola. Egli era in guerra. E la fortuna per lui sarà stata, immagino, un’attimo di tregua.

“ho capito che un autore e un artista in generale non ha alcuna scelta. Inutile rimproverare Marinetti di cattivo gusto, così come è inutile accusare Cristina Campo di essersi rinchiusa in un mondo ermetico. Non potevano fare diversamente”
Cara Stefanie, come sempre i tuoi testi sono densi, profondi e appassionati. E originali. Senza ombre di intellettualismo o di compiacimento, ma con chiarezza e lucidità ti metti sempre in gioco e ti fai coinvolgere. Mi aiutano a fare lo stesso percorso di riflessione dentro di me, a capire meglio, a diventare più consapevole. Sicuramente leggerò il libro di Rabito.
Un bacio
Gran bel pezzo come sempre, Stefanie.
Conosco una persona, di oltre ottant’anni, che ha in cantiere un libro (Diritto alla verità), e che ha intenzione di pubblicarlo.
Cosa spinge, mi chiedo, un individuo, al di là di ogni ambizione se non quella di mettere i puntini sulle i, ad ottemperare quasi un “bisogno impellente” di puntualizzare?
Un saluto
rina
ottemperare a 😉
a Rina: credo che sia proprio la consapevolezza di non essere vissuti se non c’e testimonianza. Andando avanti con la mia lettura di Rabito, mi rendo conto che lui siccuaramente era cosciente di quella che faceva: e così il suo libro diventava un vero e proprio proggetto ( di vita…) contro la dimenticanza, contro il tempo, contro la morte… perché come dice un detto che viene da non ricordo dove: quando muore una persona , non muore solo essa, ma un mondo intero…
Stefanie
O forse è il desiderio di aver voluto lasciare un messaggio col proprio vissuto e la paura di non esserci riusciti, Stefanie?
Forse i due anziani in oggetto hanno due motivazioni diverse: Rabito, come dice anche Antonella, vuole dare testimonianza del suo ..essere vissuto (come dire: ‘così’ ho vissuto), l’altra persona vorrà dire: ‘questa’ è la verità della mia vita, non quella che voi avete percepito.
Con un punto in comune: voler lasciare un’impronta, che sia più aderente possibile alla propria vita vissuta.
Ciao