Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Fratelli
Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

San Martino del Carso
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

Soldati
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

La madre
1930

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

I fiumi

Mi tengo a quest’albero
mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo

Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m’intridono
mi regalano
la rara
felicità

Ho ripassato
le epoche
della mia vita

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere dell’inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre

Cotici, il 16 agosto 1916

Mio fiume anche tu

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Uamnamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Il lampo della bocca

Migliaia d’uomini prima di me,
Ed anche più di me carichi d’anni,
Mortalmente ferì
Il lampo d’una bocca.

Questo non è motivo
Che attenuerà il soffrire.

Ma se mi guardi con pietà,
E mi parli, si diffonde una musica,
Dimentico che brucia la ferita.

1966 – 1968

(tutte le poesie sono tratte da: “Vita di un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003.)

Nato a Alessandria [Egitto] nel 1888, morì a Milano l’1 giugno 1970. Figlio di genitori lucchesi, trascorse in africa gli anni dell’infanzia e adolescenza. Determinante il soggiorno a Paris dove conobbe Apollinaire, Breton, Derain, Braque, Picasso e il gruppo degli italiani Soffici, Palazzeschi, Savinio. Attraverso questi stabilì un rapporto con il futurismo italiano: sulla rivista futurista «Lacerba» pubblicò in italia le prime poesie. Tornato in Italia nel 1914, si abilitò all’insegnamento del francese. Fu fervido interventista, partì soldato semplice di fanteria sul Carso. La vita di trincea fu un’esperienza decisiva. Il porto sepolto (1917) uscì in un’edizione di soli 80 esemplari. Seguì Allegria di naufragi (1919).
Aderì al fascismo, fu corrispondente da Paris del «Popolo d’Italia»; lavorò anche presso l’ambasciata italiana. Nel 1933 pubblicò Sentimento del tempo, che segna una seconda fase, più elaborata e complessa, dell’esperienza poetica ungarettiana.
Nel 1936 accettò di insegnare letteratura italiana all’Università di San Paulo, e si stabilì così per alcuni anni in Brasile. Nel 1939 morì a 9 anni il figlio Antonietto: da questa esperienza nasceranno le liriche de Il dolore (1947), da cui nasce la terza fase espressiva del poeta Ungaretti.
Tornò in Italia, nel 1942 insegnò letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Pubblicò: La terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960). Nel 1969 curò l’edizione definitiva delle sue opere sotto il titolo di Vita d’un uomo ; in essa sono raccolte anche le sue traduzioni da Racine, Shakespeare, Góngora, Blake, Mallarmé (che aveva già pubblicato in due volumi nel 1936 e nel 1948).
Sono prose Il deserto e dopo (1961) e Saggi e interventi (1974).
La prima fase della poesia di Ungaretti è caratterizzata dall’influsso del simbolismo francese e soprattutto di Mallarmé. Il suo sforzo è di isolare e esaltare la parola singola, nei suoi valori di sonorità e ritmo, e in quelli di intensità emotiva. Le misure metriche tradizionali sono frantumate per lasciar spazio alla pausa, al silenzio: «una parola | scavata è nella mia vita | come un abisso». Si tratta quasi sempre di poesie brevi, spesso persino di una sola parola. In questo periodo la lingua è “parlata”, sommessa, resa significativa e vibrante dalla tensione con cui viene pro nunciata. Lo stesso per le immagini, il cui fascino deriva pro prio dalla loro voluta e raffinata povertà.
Con “Sentimento del tempo” è una seconda fase: Ungaretti cominciò a ricostruire a modo suo forme meno elementari di sintassi, metrica, immagini. Sono costruzioni più complesse e ardite, fino al limite del barocco. Il lessico tende a perdere essenzialità, elabora una lingua letteraria “alta”. Anche i contenuti sono concettualmente più ardui: riflessioni sul tempo e sulla morte, temi anche esplicitamente religiosi prendono il posto delle sensazioni concrete, degli “atomi” di emozione che costituiva il nucleo delle poesie di guerra. Anche dal punto di vista metrico, i versi brevissimi sono sostituiti da organismi più densi e arti colati, che ritrovano alcune cadenze della metrica tradizionale. La terza fase ha inizio con le poesie colme di straziante te nerezza per la morte del figlio. Più dense le riflessioni sul de stino dell’uomo. E’ una fase di meditazione: il linguaggio poeti co non è più svolto alla ricerca di nuove possibilità e misure, ma nell’adozione di strumenti già collaudati, sia da Ungaretti che dalla tradizione lirica italiana (Petrarca, Tasso, Foscolo, Leopardi); mentre sempre di più Ungaretti sembra guardare alla vita e alla storia degli uomini con il distacco, la malinconia, l’ironica saggezza della vecchiaia.

(tratta da: http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_ungare.htm)

10 pensieri su “Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

  1. Berto Piandelli

    Brividi lungo la schiena, anche dopo tanti anni, anche dopo averle lette tante volte.
    Poesie aggrappate alla vita.
    “Ho tirato su /le mie quattr’ ossa / e me ne sono andato / come un acrobata / sull’ acqua”.
    Alzi la mano chi non avrebbe voluto scrivere dei versi così !
    Grazie, amico Giuseppe (e grazie amico Luca…)

    Rispondi
  2. mariapia

    Che regali fai, ogni tanto..spesso, Luca!
    Chi se lo scorda l’Ungà, coi suoi fiumi, le sue varianti (che facevano la gioia dei miei docenti), e la sua propedeutica al “dolore”, che sarebbe arrivato puntuale.
    Qui si vedono con chiarezza i due Ungà, le lingue(di arrivo, e di partenza)..con libertà di amare entrambe: sono uno snodo del cuore, lungo la “vita di un uomo” che segnalano lo stile , poi..

    Non ho potuto né cercarti né venirti a sentire, a Traversetolo, com’è andata?(notte da lupi qui, anche senza la pioggia).
    E con Berto mi scuserò a parte; mi ci vorrebbe una gentile mongolfiera, che decolla… lieve, liebe,e nuovi mondi anche.

    Maria Pia.

    Rispondi
  3. Carla

    Soldati
    Bosco di Courton luglio 1918

    ‘Si sta come
    d’autunno
    sugli alberi
    le foglie.’

    questa di Ungaretti
    è per sempre nel cuore!
    Grazie Luca,
    a presto.

    Rispondi
  4. lucaariano

    @Grazie Berto, sono contento ti abbia fatto piacere rileggere Ungà!Classico che non tramonta mai…

    @Maria Pia il weekend a Traversetolo è andato bene: piacevoli momenti conviviali, bei libri comprati e ottimi incontri. Ho fatto le fotocopie degli articoli su tuo padre domenica il Feltrinelli te li riporto. Per me Ungaretti è straordinario, uno dei primi poeti amati anche se poi forse non mi ha influenzato molto, però è sempre con me.

    @Carla anche io ho quella poesia nel cuore!Ungaretti è anche l’unico poeta del Novecento che il prof. mi fece studiare a memoria…

    Un caro saluto

    Rispondi
  5. Rina

    Poesia eterna quella di Ungaretti. E qui manca: -Lasciatemi così/ come una cosa/ posata in un angolo/ e dimenticata.- (Natale)
    Mi è capitato di dire queste parole. Forse è questo il bello di una poesia, quando vivi quel che è scritto ..foss’anche solo nell’immaginario.

    Rispondi
  6. Caredda anna paola

    Ciao la poesia è bellissima. Mi potete aiutare sto faccendo dei compiti per domani e devo rispondere alle domande della poesia san martino del carso. Potetre rispondere a queste domande?.
    1: una constatazione della fragilità degli uomini?
    2:la comunicazione del doloe del poeta?
    3: scrivi un breve commento spiegando qual’e secondo te il messaggio principale della poesia.
    grazie è URGENTE. GRAZIE MILLE URGENTISSIMO….

    Rispondi

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