Nico Orengo (di Giovanni Choukhadarian)

N. Orengo, Di viole e liquirizia, Torino, Einaudi, 2005, pagg. 155, € 15,50

Il nuovo romanzo di Nico Orengo inizia e finisce con due persone dialoganti. Non sono le stesse, ma introducono uno degli assi portanti della narrazione: la forma discorsiva, quanto dire l’incontro fra persone, vissuti, biografie. Basta voltar pagina perché la voce narrante – come sempre, un narratore eterodiegetico; ma con Orengo bisogna stare attenti alla facile o difficile narratologia – presenti il protagonista, che arriva carponi alla pensione-locanda Savona. Non è un precisamente un introibo solenne, ma è adatto al personaggio, il sommelier parigino Daniel Lorenzi, sceso in Italia, e nelle Langhe, per un corso di degustazione sui Grandi di Francia.

L’uomo è inquieto: divorziato dalla moglie, ha la figlia Nicole che fugge da lui e dalla madre e alla quale i suoi amici trovano una comunità per la disintossicazione. E’ un uomo in fuga dal suo presente che, come ovvio, lo insegue e non gli dà tregua. Arrivato in Langa, Daniel trova Amalia, suo doppio femminile. Amalia è perseguitata dal ricordo del padre, morto una notte nella tenuta di famiglia mentre cercava lei che, ragazza, era uscita di casa senza il suo permesso. La Ginotta, cioè la tenuta di famiglia, viene per meta perduta al gioco dal fratello di Amalia, in apparenza un caratteriale, al limite della psicosi, attorno al quale gravita però gran parte dell’intreccio. Il resto è un intreccio montato con l’usuale destrezza e in più uno strumento cui Orengo ha abituato i suoi lettori: il coro di una comunità circoscritta e di piccole dimensioni, in cui anche i grandi problemi (lo stravolgimento del territorio, il paesaggio che muta senza cessa, la ricchezza improvvisa e difficile da gestire) diventano oggetto di chiacchiera davanti a uno o più bicchieri di vino o mentre si corre in tassì. Perché in Di viole e liquirizia c’è anche un tassista, Luciano, che è un po’ la coscienza critica di un gruppo che non vuol tanto saperne, né di coscienze né di critiche. Beve birra, in sfregio al vino divenuto ormai quasi un obbligo, critica tutto, è un grillo parlante. Sembrerebbe, fin qui, una variazione sulla messinscena ambientale con cui Orengo si è più volte confrontato in questi anni, trovando il suo esito forse più felice nella Curva del latte (cfr. Indice dei libri del mese, IV/2002). Non è così. Tanto per cominciare, l’autore cambia teatro; l’amatissimo estremo Ponente ligure è quasi abbandonato e il trasferimento di fatti e personaggi nelle Langhe ha il sapore di una sfida. Orengo è intellettuale e uomo di lettere troppo navigato per ignorare che, ancora oggi, le Langhe evocano i nomi di Cesare Pavese e, più ancora, Beppe Fenoglio. Di Pavese e Fenoglio non è traccia visibile, sulla superficie di queste pagine. L’uno e l’altro, magari anche in compagnia di Mario Soldati, s’intravedono tuttavia, aggiornati al tempo presente, nella capacità di rappresentare un paesaggio umano e naturale in mutazione velocissima. Il tassista Luciano commenta: “Qui non si compra più niente. Nessuno vende. Chi ha la terra, se la tiene. Gli ultimi che l’han venduta, negli anni Settanta, per andare alla Fiat, han preso diciassette milioni all’ettaro. Oggi ne vale anche settecento, ottocento. Si guardi intorno: son tutti miliardari…”. Non è un tratttato di economia politica, ma è il segno che Di viole e liquirizia mette un po’ in disparte i toni da commedia leggera che innervavano molta produzione di Orengo e tratta da sociologo una contemporaneità che conosce molto bene. Se restano in piedi le strutture narrative che più gli sono congeniali – su tutte, il racconto di una comunità piccola e conchiusa, la vivacità del discorso diretto, che pochi in Italia padroneggiano come lui, i ritratti di donne dal fascino complesso e misterioso – la novità di questo romanzo sta nell’intonazione. Nico Orengo lambisce qua e là il vaudeville e, malcelandosi dietro un paio di personaggi (oltre a Luciano, anche il bislacco, e forse incompiuto, scrittore e deus ex machina Eta Beta: senza dire, e anche questo è nuovo, di una voce narrante meno divagante che in altri romanzi), finalmente mette in gioco i suoi interessi e le sue passioni personali. Pare superfluo aggiungere che, in un romanzo, sono piuttosto interessanti gli interrogativi che le risposte: e Orengo si guarda bene dal fornirle. Aggiunge invece, e questa è invece una conferma, la sua scrittura sinuosa e ambigua fin quasi alla sensualità e un gusto per il dettaglio che può ricordare certi fiamminghi: tanto i polifonisti come i pittori (ma in copertina fa bella mostra di sé un notevole Nicola De Maria, ‘uno che scrive poesie con le mani piene di colori”). Di viole e liquirizia non è un romanzo perfetto; il complicato trasferimento di Daniel a Nizza per andare a prendere la figlia ribelle non sembra del tutto necessario. E’ però un libro di tempra forte, asciutto e disincantato in tempi di recessione, economica non meno che culturale.

13 pensieri su “Nico Orengo (di Giovanni Choukhadarian)

  1. giovannichoukhadarian

    Grazie a Fabrizio di aver postato ‘sta roba. Essa dimostra infatti come sia impossibile leggere su monitor più di 10/12 righe. La recensione qui sopra, uscita su un Indice di fine 2005, consta invece di circa 70: abominio.

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  2. giovannichoukhadarian

    Grazie a Michelangelo e a Carla, ma questa roba, per quanto gentilmente la si voglia qualificare recensione, resta inadattissima alla lettura su monitor. Oltre le 10 righe, ribadisco fino alla noia, può essere odio vero.

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  3. giovannichoukhadarian

    Molesini, non prendiamoci a gàbbo! Saltare i paragrafi è un mezzuccio da dozzina, nevvero.
    A proposito, con chi e dove sei presente al Festivalpoesia di Genova? Che credo di poterci/doverci fare un salto, tipo

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  4. molesini

    Liberodiscrivere ( e non ridere!), ma non mi hanno reclutata quest’anno. Ci sono tre big musicali, per carità bravi!, ma noi del print on demand stavolta siamo fuori. Comunque la collana c’è, se ti interessano le perle…(pensa te quante c..te una arriva a sparare quando la lisciano un po’).

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  5. vbinaghi

    Contesto, Meister. A me le recensioni piacciono così perchè puoi spiegare che libro è, o almeno una delle sue anime, e non solo agitare una copertina. Ma in realtà mi piacciono anche le altre, anche se di libri che non mi piacciono, perchè certe immagini fulminee in realtà denudano il libro.
    Il fatto è che non si può fare con tutti i libri.

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  6. giovanni choukhadarian

    Guarda, Valter: ci sono parecchie cose strane al mondo, e qualcuna pure in questo blog. Non mi piacciono le cose lunghe da leggere su monitor e (con il mio assenso) ne viene pubblicata una. Torno a casa, ne metto una breve, vedo un commento immediato di Franz e il post non c’è più. Ora, è vero che c’è il problema di come distribuire il tesoretto; che forse il caso Visco-Speciale ha a che fare con l’affaire Telecom; però santa la polenta almeno spiegare i motivi di certe sparizioni misteriose, no? Che altriemnti mi rivolgo a S. E. il cardinale T. Bertone e lui mi dà le giuste dritte, ciùmbia

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  7. giovannichoukhadarian

    Ops, non letto il commento di Franz a suo ottimo post su R. Salvadori. Perdòn perdòno, e tanto domani vo a Bologna e via

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  8. franzk

    Te lo spiego subito, rubando tempo prezioso al libro che sto scrivendo: abbiamo detto e ridetto, Fabrizio ed io, non più di 5 post al giorno. Pena(si fa per dire): spostare i post all’indomani. Cio’ è stato fatto. Se non ti va bene, come sei venuto, te ne vai.

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  9. giovanni choukhadarian

    Franz, la reazione mi pare lievemente fuori misura. Ti ringrazierò se vorrai mettere in rete il post di cui sopra poi, Bologna a parte, saluto la compagnia e tutti contenti, vuoi? Senza il tuo romanzo non si fa, senza i miei post(ini) qui sopra sì. Chàu.

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