La soglia

Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno
alla porta di casa (welcome).
La croce appesa al collo
come dono non colto
o ricordo di un tradimento.

Mi cercasti madre più di una volta
ma i miei entusiasmi sopiti dal giorno
non poterono seguirti altrove
dove volevi.

Resta questa stanza
disseminata dalle scorie
di una fallita redenzione.

E ti ho cercata chiesa anch’io
su libri di teologia medievale
commosso dalla tua millenaria ingiustizia
e bellezza.

Mi parlasti e non è vero
che l’istituzione (in quanto tale) è muta.
Tu fosti cara a me come una famiglia buona
a cui si può soltanto spezzare il cuore.

Libertà, libertà che non dura: eccomi
di nuovo a casa. La disfatta è bella.
Qui tutto è ancora come un tempo e forse anch’io
non sono poi cambiato più di tanto.

*

Ma cosa dico… non è vero.
Come l’ultima generazione di una stirpe suicida
questo ramo non fruttifica.
La storia e l’utopia non conta più
senza una fede cieca nella vita.

Da un’altra parte madre padre e figlio
sono tre contro ad un muro
che le raffiche li incrostano
sull’uscio e ci s’accasciano
come stracci mentre avanzano
i militari inglesi di soglia in soglia
a portare a tutti la buona novella.

Lei sognava di fuggire altrove
una volta finita la guerra.
Ma si ritenne utile lo sterminio
perché in una zona strategica
un buon ministro della difesa sa bene
che i morti sono morti per qualcosa
di più grande della vita stessa.

Ma torniamo qui da noi
dove la madre è sul divano in ansia
per i naufraghi famosi sopra all’isola
e i poeti cattolici
si sporcano la maglia con il sugo.

Qui un ragazzo se ne torna a casa
dopo mesi di sbando
e si ritrova tutto un mondo
in piedi, lì davanti, che gli parla.

*

«Caro ragazzo, sei tornato a me
come ad uno specchio polveroso
con il tuo ventre smagliato dagli anni precoci
e il sorriso corroso…

Dove prima camminavi urlando
inconsapevole e maldestro
adesso parli delle tue occupazioni.

E il viso rosso non c’è più, al suo posto
la grassa risata nel telefono
e l’accordo compromesso
con amici che non ti conoscono.

Ma tu non piangi (neanche ridi)
e quell’odore dischiuso
non ti ricorda più niente.
Domani sarai un muto
signore di mezza età
a sbirciare dal divano
con un bicchiere di birra in mano
il mondo rappresentato.

Per certe storie, sai
non si sprecano nemmeno endecasillabi.
Basta qualche assonanza
che giustifichi la costanza
di un’abitudine.

Urlasti e ti fu aperto.
Lì fuori un nuovo interno.
La stanza dove torni
era il ventre materno…»

*

Sulla strada ce n’è una
che non torna ma va via
sotto il peso di un borsone pieno.

Sottobraccio ha il libro di un poeta straniero
che non ci capisce niente ma le piace
trascinarsi le parole dietro
come i sogni del mattino…

(… poiché già la notte e l’ora,
che dà un nome sulle soglie
a chi entra e chi esce…)

Così c’è qualche cosa che tradisce.
Se tornano è nell’ombra, destinati al silenzio:
un oltretomba di saluti e sputi
dove le crepe nere spaccano le mura.

Se scappa non ritorna eppure muta
lo stesso come un lago di cenere
in cui sprofonda le mani
con sete di rugiada.

Sorella, sui tuoi passi tornerai domani
oppure inutilmente fingerai di stare bene
di fronte a quel via vai di gente
che dopo lavoro ritorna.

E scoprirai la nostalgia della norma
che non c’è se non perdendola
per sempre, come oggi
che tu cercando vai
con il tuo piercing nel labbro sparato
un mondo nuovo che invece non è altro
che lo stesso ribaltato.

E il pianto di tuo padre sarà il trauma
degli anni violentati nella forma
di questa sterile rivolta…

(… poiché nessuno, come terzo, c’indicò la via…)

*

Ma dove chi va via e chi ritorna
nel flusso continuo che si trasforma
davvero vuole andare e non lo sa?

La signora Anna se ne va
come una barca
in mezzo al mare…

Viveva qui che era campagna
e lei una povera ragazza
scesa in città per lavorare…

Poi si versò il cemento e i cosi gialli
s’addensarono oscurando il cielo
e lei fu gravida sei volte.

Ora che il ciclo si conclude se ne vola
guardando finalmente dall’alto
la strada della spesa, con la scuola
dove prima c’era il prato e lei cadeva
tra le radici della quercia enorme
trasportando con la bici a notte
le scatole degli alimentari.

Diceva che alle piante non si mente
perché ascoltano il silenzio della pelle
di chi le sfiora…

*

Così dopo il naufragio la dimora,
nessuno salutando dalle scale
come al fondo di un presentimento.

Le tende ammainate, deserte
le stanze del ricevimento…

È la foglia che trascina il vento
questo sibilo tremendo
oltre la soglia?

Io che non crollo né voglio restare
sono solo questa casa
gialla ai piedi del deserto.

[Davide Nota, ’07]

12 pensieri su “La soglia

  1. davidenota

    Mi permetto di pubblicare e di offrire alla vostra attenzione questo mio testo, già in vecchia versione ne Il non potere. Ho pensato potesse trovare qui un sensibile auditorio essendo, anche, una riflessione sulla “tradizione”. I versi tra parentesi nella terzultima sezione sono di Paul Celan. Grazie a tutti per l’ascolto. Davide

    Rispondi
  2. G.Cerrai

    Caro Davide, sono il primo a quanto pare…mi sembra di capire che è una versione con variazioni di quanto già pubblicato ne “il non potere”, cosa che riflette in qualche maniera una tua inquietudine anche nei confronti della tua stessa scrittura…anche questo testo, ambizioso e di ampio respiro, assomiglia a un Ulisse che torna a casa con poche o punte certezze…
    un abbraccio
    G.

    Rispondi
  3. davidenota

    Caro Giacomo, hai ragione… la mia scrittura poetica è assolutamente “provvisoria”. Fino al giorno in cui non capirò di aver chiuso questo capitolo decennale che chiamo “Il non potere” (e che comprende anche il “Battesimo”, composto tra il 2002 e il 2004) nessun testo, nessun verso, potranno essere considerati definitivi (e questo a prescindere dai miei reiterati tentativi di liberarmene, perchè a volte il peso di questo masso informe di inutile tentazione espressiva si fa insostenibile senza l’aiuto di un tentativo attivo di una seppur parziale, quanto frustrante, con-divisione).
    Ho proprio ultimamente ri(s)composto quello che chiamo “il mio primo testo poetico”, risalente al settembre del 2002 (una cesura con l’adolescenza inizialmente entusiasmante quanto adesso struggente): tutto è in una continua fase di trasformazione e lento, lentissimo raffredamento (flusso continuo che si trasforma): io non credo di avere ancora pubblicato nessun “libro”. Ho semmai ossessivamente mostrato, gettato prematuramente stralci di questa mia futura ed unica “opera prima”, di cui mi occuperò presumibilmente per tutta la seconda metà dei miei vent’anni (ne ho ancora venticinque).
    Credo sia la prima volta che io parli pubblicamente di questo progetto e sono felice di farlo con e grazie a te.
    Parli di un Ulisse nel naufragio, ed io penso al trauma del primo ritorno a casa del giovane Arthur Rimbaud ancora speranzoso di poter rimediare alla santa follia delle illuminazioni… E invece non trovò nessuna casa. Nessuna Charleville. Peggio: nessun Arthur Rimbaud. Un doppio fallimento quello della rivolta dal ruolo, dalla tradizione, dall’io: impossibile la fuga quanto il ritorno. Eppure la cioraniana “tentazione di esistere” ci obbliga a questa masochistica missione. Eludere la sconfitta sarebbe un tradimento.
    Solo la signora Anna se ne va davvero, come una barca, nel mare alleato con il sole, e nel mare andato via col sole.
    Un abbraccio a te e ti ringrazio, come sempre…
    Davide

    Rispondi
  4. Alessandro Ansuini

    Non ho letto la versione originaria ma questa mi sembra davvero buona. La parte del rientro nel ventre materno è quella che mi ha colpito di più. la chiave di lettura del primo rientro di rimbaud è stata assolutamente necessaria. che pensi di rimbaud davide, già che ci sono? Sono cose che uno non si chiede mai. che opinione hai di rimbaud?

    A

    Rispondi
  5. lorenzo

    a davide, che scrive: “a volte il peso di questo masso informe di inutile tentazione espressiva si fa insostenibile senza l’aiuto di un tentativo attivo di una seppur parziale, quanto frustrante, con-divisione”

    ma tu pensi davvero questo di ciò che scrivi e del tuo pubblicare?

    se sì, ci stai dicendo che siamo davanti ad una addiction? qualcosa di patologico e vissuto colpevolmente?

    se no, che cosa ci stai dicendo?

    Rispondi
  6. davidenota

    Caro Alessandro, di Arthur Rimbaud assai puerilmente (ma davvero non potrei fare altrimenti, per lo stesso senso di “tradimento” di cui parlavo prima, che mi toglierebbe il respiro) penso ciò che ho sempre pensato sin dalla prima adolescenza: la stella piange rosa, santo. Sono incapace di formulare un giudizio critico su quel che intendo un testo sacro. Questo non esclude che tra qualche anno, completato il suicidio sociale, sarò in grado di farlo: ma allora sarò carne putrefatta. A meno che non mi salvi “l’urgenza di un’azione definitiva”. Carne e sole; Rimbaud e croce. Se prima ridevo delle prime poesie adesso mi ritrovo a piangerne: da innocente folle fedele a latente ragionevole traditore. Risalendo i bordi del fiume Castellano avevo trovato una piccola cascata in cui immergevo il mio allora esile corpo, ed ero roccia e bianco perché l’acqua mi ricopriva il volto pur permettendomi di respirare attraverso una conca d’aria che si formava nell’impatto con una pietra poco sopra la mia nuca. Adesso scrivo versi come questi: “nel cesso a gocciolio ridotto il fiume / si fa calcare, come la poesia…”. È vero, sono domande che non si fanno, e soprattutto risposte che non si danno, che chiamano inequivocabilmente la derisione e la sufficienza generale, e questo da sempre, scuola media, ambiente letterario…

    Caro Lorenzo, credo di pensare davvero ciò che scrivo, anche se chiaramente il dubbio che “il dichiarato” sia solo ed esclusivamente una copertura dell’inconscio è inestinguibile. Una addiction, cioè una dipendenza patologica? Forse sì… anche se io parlo piuttosto di un’urgenza fisiologica: una necessità a cui non posso porre veti di espulsione organica (poesia è scoria). Un’ipotesi teologica medievale sulla creazione del mondo vuole Dio esplodere in una sorta di big bang musicale in quanto incapace di contenere lo sviluppo esponenziale di contraddizioni interne: l’armonia del cosmo è allora Dio che si libera. Questo archetipo spiega molto anche della creazione artistica. C’è il bisogno di “disfarsi” del peso accumulato, che rischia di farti implodere, con tutte le nefaste conseguenze che un’implosione esistenziale genera. Tornando ad una dimensione più quotidiana, cioè ai fatti e non alle percezioni interiori, ho pubblicato due capitoli del libro, come due happening in cui il regista mostra stralci di pellicole girate che andranno poi a costituire un unico lungometraggio. Ho fatto questo per necessità espressiva. Credo nell’arte come linguaggio quotidiano e di interrelazione contemporanea con lo sviluppo del mondo. Credo nella necessità di sbagliare (“l’urgenza di sbagliare”) pubblicando poesie provvisorie che andranno poi limandosi di esecuzione in esecuzione. Sì, ne ho bisogno e non posso farne a meno: in qualche modo è una addiction.
    Davide

    Rispondi
  7. davidenota

    P.s. per Lorenzo, sulla colpevolezza:
    senso di colpa sociale ma non naturale. La scrittura poetica è culturalmente, oggi, una colpa, a meno che non si trasformi in spettacolo cioè in ruolo lavorativo riconociuto. Come animale sociale inserito in un contesto ideologico e culturale la vivo dunque con profonda colpevolezza. Nel rigetto anti-sociale e contro-culturale la vivo come forma anche politica di “resistenza”. Nel ritorno all’origine, nella dimensione più religiosa, sia pagana che cristiana, la vivo con gioia e con profondo amore, sensuale e razionale.

    Rispondi
  8. lorenzo carlucci

    caro davide, grazie per la risposta. mi ha dato l’impressione di una persona fragile e forse un po’ troppo preoccupata di ciò che gli altri pensano. la fragilità è una delicatezza difficile da salvaguardare, io ti auguro di riuscirci senza corrompere la fonte, come tu desideri. a me per esempio non verrebbe mai di ridere in faccia a chi dichiarasse d’amare rimbaud (fino al pianto o al riso) da capo a fondo.

    mi sembra che un poco la tua poesia (questa almeno) risenta anch’essa di un’ansia di completezza che la rende un po’ confusa, che ne fa perdere il fuoco.
    mi piace la tendenza a quello che per me è il “canto perfetto” ossia il canto che non si sente ma c’è: “Sulla strada ce n’è una/che non torna ma va via/sotto il peso di un borsone pieno.” (il maestro di questo canto perfetto per la mia “generazione” è Valentino Ronchi). La sezione che inizia con questi versi mi ha fatto venire in mente il “Canto della filandera” di Paolo Buzzi, lo conosci? (è un gran complimento!!).

    la chiusa “Io che non crollo né voglio restare/sono solo questa casa/
    gialla ai piedi del deserto.” mi fa dubitare ancora: lo credi davvero? davvero non vuoi né restare né crollare? e davvero ce lo hai spiegato il perché non vuoi, nel testo che precede?

    ciao,
    lorenzo

    p.s. di chi è l’ipotesi dello scoppio di dio che riporti?

    Rispondi
  9. davidenota

    Ciao Lorenzo, grazie a te per l’attenzione e per le riflessioni che mi offri. Il canto della filandera di Buzzi non lo conoscevo e lo lessi proprio su Absolute da te postato, e mi piacque molto. Grazie dunque, anche delle riserve. Sulla domanda, difficile, sul restare e sul crollare: quel che voglio dire è che mi trovo in una condizione di assoluto “non potere”: non potere ribellarmi, non potere adeguarmi. Non poter fuggire, non poter tornare. In una continua altalena fra insofferenza nel restare e pentimento nell’andare. Fra ribrezzo, terrore della norma e una forma di impossibile nostalgia.

    Quanto all’ipotesi teologica da me citata: non proprio “scoppio”, perchè il creato non può coincidere panteisticamente con le membra di un Dio-Orfeo, ma “liberazione”, cioè verbo esterno all’origine. Non ricordo di chi si tratta, dovrei (dovrò) andare a risfogliare i manuali, probabilmente di qualche ipotesi minore della gnosi che tra le infinite ipotesi gnostiche sul verbo mi colpì particolarmente in quanto andava a coincidere con le teorie del primo Nietzsche sulla creazione artistica. Poi in qualche modo la riprende e sviluppa più organicamente il grande Giovanni Scoto Eriugena nella teoria della “teofania”: il Dio, inconoscibile anche a sè stesso in quanto infinita sequenza di contraddizioni, indeterminabile, si automanifesta nella creazione del “finito”. Per conoscersi deve rivelarsi diventando “altro da sè”, in un processo eterno di creazioni “finite”, che Scoto Eriugne chiama “illuminazioni” in quanto simboli dell’eternità (sempre a proposito di Rimbaud… ).

    Davide

    Rispondi
  10. lorenzo carlucci

    Caro Davide, mi fa piacere per Buzzi, almeno non ho postato invano! Sul tuo “non potere”: è per caso parente del figlio “né ubbidiente né disubbidiente” di Porcile? e se sì, in cosa? poi: questo sentimento che qui descrivi, lo senti come qualcosa di individuale, di “generazionale”, o di paradigmatico? questo “non potere” è qualcosa che vorresti superare o qualcosa che tematizzi come non superabile? per come ne parli ora qui, con parole semplici, che ne rendono la dimensione e la vividezza, mi sembra un qualcosa di intimamente legato al tuo “carattere” alla tua individualità e se è così penso che sarebbe per te addirittura nocivo pensarla come “condizione comune”, bloccherebbe te e la tua poesia. o sbaglio?

    comunque, ti auguro il meglio!

    lorenzo

    p.s. le vicende del Dio medievale sì, intimamente legate alle vicende dell’io, una storia infinita questa una delle più belle storie scritte dal pensiero umano. come una vena d’oro che attraversa tutta la storia della filosofia.

    Rispondi
  11. davidenota

    Ciao, chiedo scusa per i giorni di silenzio ma sono stato fuori casa e senza internet. Vorrei riprendere se sono ancora in tempo il discorso sul “non potere” (né restare né crollare). Il ragazzo-simbolo de Il non potere è parente di Jan, il figlio né obbediente né disobbediente di Porcile? Forse sì, ma più in generale del teatro pasoliniano, dalla concezione del contro-potere come forma di potere (della disobbedienza come conformismo) alla parabola della morte naturale/sessuale come scandalo pubblico (in altri testi, quelli dedicati al mondo della tossicodipendenza e della discoteca).

    Il ragazzo de La soglia è invece un giovane universitario di medio-buona famiglia che pentito di una precedente fuga torna a casa, senza poter tornare veramente, specchiandosi nell’alter-ego della ragazza che va via (la sorella minore?), senza poter andare via veramente. Assieme sono certamente una mia condizione personale e soggettiva, ma anche una riflessione sull’identità culturale europea, come è chiaro sin dal primo riferimento alla cristianità, ad una redenzione per l’appunto “fallita” (tutto in questo testo è un tentativo fallito), e sulla “famiglia”, su questa famiglia inesistente e però persistente, da cui si scappa dilaniati dalla colpa, senza poter andare troppo lontano, e a cui non si riesce più a tornare. A differenza di Jan il protagonista di questo testo “tenta”, frustrato e disperato, una “azione”, ma le due forze contrastanti di attrazione e repulsione lo rispingono costantemente sulla soglia, tra passato e futuro, senza presente.

    La signora Anna, una buona anziana cattolica, ricalcata biograficamente sulla figura molto amata di mia nonna, è il simbolo del valore più sincero dell’Italia cattolica pre-borghese ed è l’unica, in questo quadro sintetico, quasi giottesco, ad avere obbedito con amore sincero al proprio ruolo sociale e naturale, ed è l’unica a potersene andare, dopo un ciclo di obbedienza e di rinuncia, con un ultimo sguardo sulla casa come su un paesaggio affettivo antropizzato. Non i due alter-ego, incapaci di provare affetto per il paesaggio della tradizione e patologicamente incapaci di detestarla: casa vuota, senza famiglia, ai piedi del deserto, sterile retaggio che dovrebbe crollare eppure resta, e se resta lo fa nella consapevolezza tradita di “non dover restare”, dunque nella colpevolezza.

    Certo, sono io ed è la mia biografia. Se è anche l’epoca, e non solo il diario sentimentale, lo è in quanto la mia biografia ne risente, dunque è una mia privata, ed anche sentimentale, “esperienza dell’epoca”. Certo anche che vivo la Storia come una condizione matrigna.

    Condizione superabile? Ti rispondo con Fortini: “ La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.”

    Ciao, grazie di nuovo…
    Davie

    Rispondi
  12. davidenota

    Errata corrige:

    il figlio nè ubbidiente nè disubbidiente in Porcile si chiama Julian; Jan è invece il protagonista di Bestia da stile.

    D.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *