Il 7.6.1843 morì a Tubinga Friedrich Hölderlin dopo aver condotto gli ultimi 30 anni della sua vita sotto tutela. Hölderlin era folle come si diceva allora, schizofrenico come si direbbe oggi. Per la letteratura tedesca rappresenta il prototipo del genio fuori da ogni schema, contrapposto a quello contenuto di Goethe.
Goethe sapeva fare – e vivere, Hölderlin no. Goethe è diventato il simbolo della cultura tedesca, Hölderlin è rimasto al margine .
La storia della letteratura insegna che solo in rari casi i poeti riescono a superare i confini nazionali; di conseguenza il dialogo interculturale in questo campo spesso rimane molto superficiale: manca semplicemente un canone di conoscenze letterarie comuni: il tuo Leopardi è il mio Hölderlin – e siccome uno non conosce l’altro
(se non per aver sentito parlare…) il confronto muore prima ancora di nascere.
Il fattore più importante in questo dilemma è sicuramente la traduzione.
Una volta – questa è la mia impressione dopo aver confrontato diverse traduzioni di famose poesie, sia tedesche , sia italiane – si traduceva molto approssimativamente. (Interessante per esempio confrontare la traduzione dell’ Infinito da parte di Rilke, dovendo purtroppo costatare che egli non aveva proprio capito bene l’originale!)
Anche la seguente poesia di Hölderlin è un buon esempio per come un semplice malinteso può cambiare il messaggio di una poesia.
Nella prima versione qui proposta, Giorgio Vigolo traduce, nella seconda strofa, un passato con un futuro. Veramente Hölderlin dice che una volta una poesia gli era riuscita. Perciò – ben venga la morte! Una poesia basta, anzi è già – pensiero del tutto condivisibile! – il massimo delle esperienze umane. Traducendo questo verso al futuro, la poesia subisce una notevole modifica del suo significato.
Non parla qui un poeta che spera ancora di poter compiere un giorno, forse, una poesia, ma uno che l’ha già compiuta! Invece di una speranza, Hölderlin esprime una certezza di cui ne tiene conto la seconda versione nella traduzione di Adelmina Albini.
Friedrich HölderlinAn die Parzen
Nur einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!
Und einen Herbst zu reifem Gesange mir,
Daß williger mein Herz, vom süßen
Spiele gesättiget, dann mir sterbe.
Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht
Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht gelungen,
Willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
Mich nicht hinab geleitet; einmal
Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
Alle Parche
Solo un’estate datemi, o potenti!
E un autunno per maturo canto,
Ché più volente il mio cuore, del dolce
Giuoco saziato allora mi muoia.
L’anima che in vita il suo diritto divino
Non ebbe, anche nell’ orco non ha riposo;
Ma se un giorno mi sarà il Sacro
Che più ho al cuore, il poema, riuscito,
Ben venga allora il tacito regno delle ombre!
Contento sarò anche se la mia cetra
Non mi accompagna laggiù. Ho vissuto una volta
Come gli dei : e di più non occore.
tra. Giorgio Vigolo
da : Friedrich Hölderlin Poesie, ed. Oscar Mondadori 1971
Alle Parche
Solo un’ estate datemi, o potenti!
E un autunno per maturare il canto,
Ché il mio cuor, saziato dal dolce gioco,
Allora più volentieri mi muoia. .
L’anima, cui non fu in vita giustizia
Divina, non riposa nemmeno giù
Nell’Orco, ma un giorno mi riuscì il Sacro
Che mi sta a cuore, la poesia, allora
Pace del mondo d’ombre, benvenuta!
Se pur la mia cetra non mi avrà condotto
Giù, sono contento. Vissi una volta
Come gli dei e di più non bisogno.
(trad. Adelmina Albini, 2007)

Un grandissimo!!!Grazie Stefanie. Bello anche il ricordo di Giorgio Vigolo…
Un caro saluto
Decisamente vicina alla lettura di Adelmina Albini, perché vicina a lui, al pensiero del grande poeta Holderlin.
Che gentile dono, Stefanie!
Maria Pia Quintavalla
Hoelderlin mi ha sempre fatto sentire un morto vivente, Goethe un mortale. Ho sempre trovato consolazione in Goethe, ho sempre trovato le mie furie – e quelle di tutti gli uomini che non sono liberi- in Hoelderlin.
E’ tremendo quanto dici, Franzk, e io lo capisco.
(c’è che si consola accettando sé, con meno orrrore, e divisione, a parte gli squarci lirrici che tagliano la testa in H, io dico che fanno – anche bene.
però siamo anche Hoelderlin..you now.(così da te, ho ripassato come si scrive, il padre di Scardanelli..)
MPia
Io trovo in Hölderlin l’uomo moderno, den zerrissenen Menschen… In Goethe colui che tiene insieme le cose, le contradizzioni, a tutti costi ed a qualsiarsi prezzo, anche a quello di vendere se stesso ( come ha fatto…)No, io per esempio non mi sono mai sentita consolata da Goethe, solo infastidita dal suo sapere sempre e in ogni occasione riassumere tutto in un bel verso… Non credo che Goethe sia stato un uomo più libero rispetto Hölderlin.Le cattene del sucesso contro quelle della follia…erano temperamenti diversi… quello che mi piace di Hölderlin è decisamente che non voleva piacere a tutti costi. Trovo che questo sia un difetto in Goethe – e non solo un difetto umano, ma anche un difetto letterario. Quel voler piacere a tutti diventa , alla fine , un difetto strutturale, non più corregibile…
Meraviglioso l’epitafio di Hölderlin sul cimitero di Tübingen:
Im Heiligsten der Stürme falle
Zusammen meine Kerkerwand
Und herrlicher und freier walle
Der Geist ins unbekannte Land.
Sono contenta e Vi ringrazio per la vostra attenzione!
Un saluto
Stefanie
stefanie, grazie. vengo su poesia e spirito unicamente per leggere le tue cose.
gemmo
a gemmo : spero allora di non dilluderti in futuro…
un caro saluto
stefanie
Ho ripreso in mano, sollecitato da questo post, il più bello dei romanzi epistolari, “Iperione o l’eremita in Grecia”. In Hölderlin c’è una straordinaria visionarietà, ed una capacità di cogliere il dramma dell’Occidente, che lascia sconcertati. E questo è il passo che sempre mi ha dato più da pensare (nella edizione a cura di Giovanni Scimonello – Edizioni Studio Tesi). Ove Iperione dice all’amico Alabanda:
“…Tu concedi troppo potere allo Stato. Esso non può esigere ciò che non può estorcere con la forza. Ma ciò che danno l’amore e lo spirito non si fa estorcere. Che esso lo lasci intatto, altrimenti si prenda la sua legge e la si metta alla gogna! Per il cielo! Non sa quanto pecca chi vuol fare dello stato una scuola di costumi. Ciò che tuttavia ha fatto dello Stato un inferno è che l’uomo l’ha voluto elevare a suo cielo.
La ruvida scorza intorno al nocciolo della vita e niente di più è lo Stato. Esso è il muro intorno al giardino dei frutti e dei fiori umani. Ma a che serve il muro intorno al giardino, se il terreno è arido? Qui serve solo la pioggia del cielo.” (pp. 35-36).
a Fabio Brotto : è molto giusto sottolineare l’aspetto di Hoelderlin decisamente non folle, ma assolutamente lucido! Dovrei anch’io riprendere Hyperion!
Stefanie
In questo periodo sto leggendo con interesse diverse traduzioni italiane delle poesie di Hölderlin, e posso sotanzialmente concordare con l’affermazione che “una volta… si traduceva molto sommariamente” (aggiungo che, a parte l’ultima edizione di Reitani, il recente sforzo di Crescenzi non contribuisce ad un giudizio ottimista dello stato attuale del tradurre in Italia – anzi…)
Nel caso specifico rilevo però che la frase “…ist mir einst […]gelungen, […] dann […]” possa essere – e vada – intesa come “(nel caso) mi sia riuscito una volta, […] allora […]”.
Il participio passato “gelungen” è mantenuto anche da Vigolo – d’altronde anche il nostro futuro anteriore si costruisce col participio passato, ma ciò non gli toglie valenza di futuro…
Riporto alcune traduzioni edite, in maiuscolo il nome dei traduttori:
VINCENZO ERRANTE: “se raggiunger mi sia dato un giorno…”
ENZO MANDRUZZATO: “se mi sarà dato…”
LUCA CRESCENZI: “ma se un giorno a me […] riuscirà”
LUIGI REITANI: “ma se in ciò […] sarò riuscito”
dal punto di vista comunicativo la traduzione di vigolo mi sembra quindi molto più che accettabile – e sostanzialmente linguisticamente corretta.
non sono d’accordo.
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht gelungen,
Questo è, fuori ogni dubbio , rivolto al passato. Una volta mi è riuscito… non capisco per niente perché si debba intendere come un futuro anteriore?!
Ciao Stefanie e Crudo,
ha ragione Crudo. Non è assolutamente rivolto al passato, anzi, la richiesta è proprio che gli sia dato ancora un’estate e poi, quando sarà riuscita la poesia, allora ben venga la morte! Direi è fondamentale per la comprensione di tutto questo bellissimo testo, cogliere questo suo motivo per la sua richiesta. Che senso avrebbe chiedere agli Dei ancora un estate se la poesia gli fosse già riuscita?
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht gelungen,
Willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
Cerco di tradurre, da non italiano e senza pretesa poetica alcuna, ma con massima vicinanza al mero significato:
Ma quando mi è un giorno riuscito il sacro, quel che mi sta a cuore, la poesia, benvenuto poi, silenzio del regno delle ombre!
Inganna un poco la parola “einst” che oggigiorno ma non all’epoca viene utilizzata solo per il passato e per dire “un giorno”. Per contro la parola “dann” (poi) chiarisce fuori ogni dubbio il senso.
Ciao, Heribert.