Marco Molinari

Marco Molinari, SEGUIAMO E ACCAREZZIAMO, Il Ponte del Sale 2007

Capita, col passare del tempo, che la nostra idea di poesia si appuntisca e si chiarifichi. A volte questo avviene ascoltando una musica e facendo risuonare le parole nella lettura silenziosa.
Dove si legge un libro? E quando? Ho qui con me le canzoni di Chopin: una voce, un pianoforte. Sono ancora su un treno. Può essere, questo, un modo per leggere le poesie? Forse queste, sì. Basterebbe anche una scrivania, una finestra aperta su un campo; in una stagione particolare. Forse la primavera, non so …
Ho scritto altre volte e lo ribadisco. Coi libri si sta vicini. Tutti ne dovrebbero scrivere; anche il lettore meno avveduto. La critica non è un mestiere. E’ un esercizio dello sguardo. “La vita e la letteratura sorelle gemelle allora come ora, per sopravvivere”, scrive Marco nelle note.


Non ci sono vere distanze nella poesia; tra gli uomini. C’è sempre un punto in cui ci si incontra. Un punto fuori da ogni tempo. Ci si incontra per cura, ridendo del Male: Se seguiamo e accarezziamo.
Così questa poesia ci parla degli altri, del mondo; di se stessi nel mondo. Della cura e dell’incuria, della primavera e dell’inverno, della fama e dell’oblio. Accarezza gli esseri piccoli, periferici, fustiga la Fama, questa nostra cultura da avanspettacolo. Descrive il poeta nella profondità e nella semplicità dei suoi gesti. La poesia è sguardo, attenzione dello sguardo, e questo è un libro sullo sguardo pietoso, sull’indignazione e sulla malinconia. Perché, imparando a guardare veramente gli altri, noi guardiamo noi stessi.
La poesia, quella vera, conosce sempre questo rimando, questo movimento dal dentro al fuori e viceversa. La forma non è un contenitore. E’ piuttosto una casa che ha porte e finestre sfondate. “odio il verso perfetto, levigato/quelle metriche di lusso, quella natura/che tutto sfolgora di agavi e di asfodeli”, (p. 38).
Questo peso della parola viene dalla serietà, e cioè da quell’atteggiamento nei confronti della vita che sceglie drasticamente da che parte stare. Se si sta dalla parte dello sguardo, che è guardare senza distrarsi, le parole cominciano a descrivere le cose segrete, le rughe dei volti, la serietà dei bambini. Le parole ci dicono che questi sguardi guardano tutti e che il poeta, doloroso e concentrato come una madre, abbraccia la vita e la non vita.
“Va’, alza polvere, prova a far nascere/la stirpe nuova, i sussurri che hanno scavato/ un fiume in questa luce”, (p. 75).
E’ un compito, un’esortazione. Questo ci dice che la poesia di Marco non si ritorce in se stessa ma chiede un gesto. Chiede di essere giustificata partendo dallo sguardo che l’ha fatta nascere; dal mondo. Lo fa in questo libro con un disincanto che è diventato maestria della semplicità, attraverso un superamento delle asprezze.
Seguiamo e accarezziamo è un libro classico, che ha ormai filtrato tutte le lezioni, che non è rivolto ai maestri ma alla vita, al respiro della campagna, agli sguardi delle persone che se ne vanno in punta di piedi: una successione di ritratti commoventi, tracciati con lo stile che sa cogliere l’essenza senza risultare asfittico, o stucchevole; l’appartenenza di tutti in tutti. E’ rimasta una malinconia che a volte si chiude la porta alle spalle per spalancare la finestra verso un altrove, una seconda stagione della vita in cui il tempo può essere sconfitto solo allentando lo sguardo e approfondendo i nostri esercizi di comprensione. Allora non abbiamo più bisogno di una parola che urla ma di una parola che sappia dire con la massima libertà, sapendo che per fretta non abbiamo saputo cogliere la presenza della morte fin dall’inizio.
“C’era un giardino di fronte/alla scuola, nessuno l’ha notato,/una pista d’atterraggio, più lontano,/c’era un fiume con le chiatte e la morte/e qualcuno che preparava la nostra,/noi indifferenti, ipocriti/pensavamo ad altro, si trattava di noi”, (p.15).
Scrivere allora è veramente intrecciare i fili tra il visibile e l’invisibile, non nel senso di una ricerca del metafisico, ma nel senso di un accorciare le distanze; vivere a contatto.
“E’ questo/crescere, sempre morendo,/questo crescere senza rispondere/per troppa gentilezza/verso il mondo, ad avere torto./(…)i riflessi delle tele di ragno/ci ricorderanno che sì, che/si può vivere come la vite,/che tagliata e legata, ricresce”, (p.13)
L’attenzione alle creature è dono; è portare in pegno l’offerta, dando l’obolo agli invisibili perché ci facciano passare dove saremo tutti nella moltitudine, nudi delle parole e dei gesti. Forse i poeti saranno in prima fila; o saranno gli ultimi, che è la stessa cosa. Ma intanto ci dicono che si può continuare a vivere come la vite che tagliata e legata, ricresce.Sebastiano Aglieco

3 pensieri su “Marco Molinari

  1. ALDO FERRARIS

    Conosco Marco da anni e da sempre non posso che apprezzare il suo dire pacato e profondo. Anche la sua poesia rispecchia la persona. I suoi versi, i suoi temi, sono colmi di una compassione antica che ci accompana nella nostra quotidiana realtà. Poesia di luoghi e persone, mai trasfigurati, ma riscoperti e nuovamente amati.
    Una poesia di intima dolcezza.

    Aldo Ferraris

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  2. fabry2007

    E’ possibile leggere alcune poesie di Marco? mi sembra un autore interessante da più punti di vista.
    grazie, Sebastiano.
    fabrizio

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