
di Giorgio Morale
La vera estate cominciava quando scoppiava il canto delle cicale e vinceva ogni cosa. Per tutta la stagione esse seguivano chi andava per il paese, dalle campagne della periferia ai cortili, dai giardini pubblici alle piazze. Ovunque c’erano alberi, le fronde risuonavano, enormi sonagli agitati dalla campagna al cielo per un invito a una festa. Quel ritmo, uniforme, assordante, conteneva ogni musica. Il cielo rispondeva mescolandovi i suoi raggi, scroscianti, abbaglianti.
Un giorno il padre fece a Paolo una sorpresa: gli portò una cicala, prigioniera nel cavo delle mani.
“Indovina cos’è”.
Sembrava nascondesse un tesoro. Poi aprì le mani. Rovesciata sul dorso, appariva una cosa inerme e scura, che emetteva meccanicamente il suo verso appena si mollava la presa: una cicala. Paolo non si spiegava come potesse stare sul palmo della mano una forza della natura.
“Vuoi toccarla? Vuoi provare?”.
Malgrado gli inviti del padre, Paolo non volle usarla come un giocattolo e pregò che fosse riportata sugli alberi. Preferì, come prima, considerare invisibili e onnipresenti le cicale, il cui canto, che durava tanto quanto il giorno, e per tanti giorni quanti ne aveva l’estate, era il suono stesso della luce.
Adesso quelle serate sembrano a Paolo interminabili, fissate in pochi gesti che si ripetono all’infinito; allora gli sembravano fin troppo brevi: il padre era stanco delle lunghe giornate di lavoro e si andava a dormire presto. Egli aveva portato la luce elettrica nello spiazzo davanti casa e la sera trasportavano fuori il tavolo. Apparecchiavano, mangiavano, scherzavano, guardavano il cielo. Facevano anche discorsi, ma sono rimasti tutti lì. Ha seguito Paolo, invece, il ricordo della madre che, dopo cena, cominciava a cantare. Col canto la madre si trasformava. In genere era chiusa a difendere i pensieri, chino il capo a cucirli l’uno all’altro. Nel canto invece da fuori prendeva aria, da dentro sentimento. Il padre sorrideva, ma non cantava mai – era stonato, diceva la madre. Poi lei annunciava:
“Questa è la canzone di tuo padre”.
In omaggio del marito intonava una canzone che parlava di una casa rossa che guardava il mare… Per un paio di minuti sognavano tutti dietro quella casa. La luce elettrica stendeva per terra un tappeto d’oro, attorno alla lampada gli insetti si rincorrevano come pensieri ad alta voce. Intorno le ombre si allungavano, finché si facevano fitte. Di tanto in tanto si sentivano le macchine sullo stradone, si vedeva il riflesso dei fari.
Una di quelle sere, mentre dopo cena si guardavano in faccia, il padre o la madre – Paolo non ricorda chi esattamente: direbbe la madre, per il suo realismo; o il padre, per certa sua spensieratezza – gli regalarono la morte con la stessa leggerezza con cui avrebbero potuto regalargli un giocattolo. Paolo non sapeva che si dovesse morire, pensava che la morte fosse un male evitabile: dovuto a malattie e incidenti, ma con cure e precauzioni rimandabilissimo fino a mill’anni e forse più. Si figurava di avere tutto il tempo per diventare grande e forte e imparare tutto quello che occorreva, senza nessuna fretta, nessuna scadenza. Di fronte all’eternità, le piccole contrarietà di tutti i giorni gli sembravano cose da poco.
“Mangia e diventi grande” gli dicevano.
Egli lo faceva con impegno, deciso a garantirsi salute e futuro.
“Io non morirò mai” diceva.
“Ma sciocco, tutti dobbiamo morire”.
Paolo rabbrividì e non seppe come proseguire, i genitori risero della sua sciocchezza.
“Comunque” gli dissero “dopo la morte ci ritroveremo in cielo e non moriremo più”.
Per un po’, nei mesi seguenti, Paolo continuò a balbettare.
(da Paulu Piulu, Manni 2005)

Lo ricordo anch’io, quel momento.
E la tentazione che ne è seguita.
Vivere la vita intera elaborando il lutto dell’eternità perduta, è stato solo un cattivo infinito.
Eppure spesso scambiamo questo con religione.
Invece la religione è la scoperta dell’infinito significato di ogni istante. La serietà della vita, nel dettaglio.
🙂
che ricordi hai risvegliato, Giorgio!
l’infanzia resta sempre custodita.
Grazie.
Buona serata
carla
“La luce elettrica stendeva per terra un tappeto d’oro, attorno alla lampada gli insetti si rincorrevano come pensieri ad alta voce.”
Davvero un gran bel testo!
Complimenti
Marco
Valter, Luigi, Carla, Marco, torno adesso dall’inaugurazione de “La biblioteca in giardino” alla biblioteca della Chiesa Rossa e… sono contento del vostro passaggio!