(Da: Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore 2004)
Dedicato ad Antonio Villa, che è partito, e a Fabrizio Centofanti, che è rimasto.

Arrivò nel ‘70. Teneva le mani dietro la schiena e gli occhi bassi quando parlava, imbarazzato come un bravo ragazzone di collegio che si scusa con gli altri di essere stato messo lì a fare il capoclasse. Crebbe coi ragazzi, tra campeggi in Val d’Aosta e partite di pallone, discreta mezzala, bel tocco di palla. Ma leggeva sempre e di tutto.
Presto lo si vide discutere, prima fuori di chiesa e all’oratorio, poi in piazza, al caffè, dovunque, con chiunque, avido di umanità. Dopo un po’, all’oratorio le cose cominciarono a cambiare. La sera si vedeva arrivare gente diversa, mai stata prima, anche il professore comunista e il dottore (un divorziato!). Coi più grandi progettarono un cineforum, Pasolini e Tarkovskij, dibattiti con ospiti esterni, venne anche un frate che era missionario in Sudamerica, con la fascia sulla fronte che sembrava un guerrigliero.
I ragazzi più grandi portavano capelli lunghi e palandrane colorate, chiesero una saletta al catechismo da destinare alla musica: non il juke box del bar ma un giradischi vero, per sentire interi album, e luci psichedeliche. Fu perfino allestita, al posto della vecchia sala biliardo, una biblioteca, dove il professore comunista ci leggeva Hemingway e Vittorini. Questa cosa in verità non piacque ad altri, gente che a quindici anni già lavorava sodo e la sera preferiva il biliardo a tutto il resto, ragazzi di paese ignari della rivoluzione. Sparito il biliardo, sparirono anch’essi, per prendere fissa dimora al Bar Sport.
Ma l’ oratorio era diventato un gran posto, il pretino ascoltava tutti e a tutto quanto trovava un senso, si avvertiva nel paese una curiosità ambiziosa, come se anche noi si fosse nell’occhio del ciclone. Finchè il pio Garzotti, cinquantenne celibe involontario, da sempre volontario al servizio serale del bar, cominciò a fare il muso lungo. Il via vai recente non gli andava a genio: l’oratorio si era riempito di comunisti e frikkettoni. Forse fu lui a spargere in giro la voce, o forse no. In paese si cominciò a dire che i capelloni in saletta ascoltavano i dischi a occhi chiusi e fumavano la droga. Il parroco venne dietro al suo pancione, ispezionò, parlò, tornò in canonica. Ma il pretino era lanciato: perso il ritegno dei primi anni, smagrito e febbrile, la domenica a Messa aveva preso a fare certe prediche di fuoco.
Arrivarono le proteste dalle prime file.
La gente per bene, quelli che danno lavoro e creano benessere, sembrava quasi che i delinquenti fossero loro. L’oratorio invece era aperto per cani e porci. Il pretino non chiudeva mai la porta di casa, per due volte gli sparì il televisore, e anche un orologio. E lui niente, se ne fregava, come se vivesse d’aria o di locuste, come il Battista nel deserto.
Poi qualcosa di grave dovette accadere. Non lo si vide per un po’: la madre malata, dissero. Ricomparve dopo due settimane. Pallido, cogli occhi lucidi. Radunò i più grandi in un’aula del catechismo, parlò con loro tutta una sera. C’era stato un richiamo del vescovo: una richiesta, pressante. Di qua il rifiuto. Sospeso a divinis.
Affittò una casa in un vecchio cortile. Era veramente una bicocca, ma tutti gli diedero una mano, e ne venne fuori un bel posto. Vestiva in borghese, andava a lavorare in fabbrica. Poi fece il corso infermieri e fu assunto a Niguarda.
L’ oratorio cominciò a svuotarsi, la sera si andava da lui, anche cinquanta persone per volta. Passò del tempo, il paese sembrava quieto: adesso che non era più prete lo lasciavano fare, l’oratorio sarebbe tornato pian piano alla gente perbene, con un prete nuovo, gradito. Ma il cortile restava vuoto, e il bar, la sera, più morto del Circolo ex Combattenti.
Poi si sparse un’altra voce: il pretino aveva una donna. Una ragazza di quelle che venivano in casa, la figlia di un ricco, per giunta. Sconsolato, giurò che non era vero niente, sbarrò la porta, ci disse di non tornare per un po’. La riaprì, la richiuse, la riaprì ancora. Eravamo confusi, lui più di tutti. Tornò anche la ragazza: forse fu proprio allora che accadde.
Partirono insieme, lui lasciò per sempre la tonaca, andarono a vivere al paese dei suoi, sopra Bergamo, dove i suoi vecchi avevano terra e vacche. Era stata dura, ma la brava gente del paese c’era riuscita a liberarsi di lui.
L’oratorio si svuotò: rimasero gl’imbranati, quelli che non avevano donne né idee.
Storie di quando il mondo era diviso in due, ognuno col suo dio, prima che le anime se le prendesse il superenalotto. Adesso il campetto è deserto. Il prato spelacchiato, battuto dal vento, senza neanche una riga di gesso a segnare metà campo.
A quel tempo non mi curai più di tanto del pretino che andava via. Ormai ero al liceo, in città, dove si respirava altra aria: la vita vera, fuori da questo buco. Quando sei nato in un paese come questo e hai sedici anni, e là fuori passa il treno della storia col suo carico di parole armate, l’unica cosa che sogni è andartene prima di marcire come una pera spiaccicata al suolo, anche se sospetti che il tuo destino sia già segnato. Per quanto mi sforzi di ricordare, non mi risulta che il paese abbia prodotto altro che un paio di direttori di banca, un comico da avanspettacolo e un terzino sinistro che ha militato nella primavera del Milan.
Così abbiamo svenduto il paese per una Terra Promessa vista in cartolina. Non c’importava di lasciarlo diventare un onesto dormitorio. Ora che il sogno è svanito, le nostre parole senza corpo fluttuano nel cyberspazio, come sudditi senza catene. Qualche volta vorremmo rimettere piede sulla terra: ma lei ci respinge, come una sostanza aliena.

binaghi valter, la tua durezza sfiorata da quella puttana della poesia! grazie. m
Bel ricordo, di una vita memorabile. Anch’io ho conosciuto persone così, persone con una storia. Oggi siamo agli automatismi.
Commovente, nella sua verità.
Ricordo la proiezione in bianco e nero di “Don Bosco”…
Erano altri tempi, ma così piena di fervore, la passione di vivere!
ciao
beh, indubbiamente pura poesia della storia (della storia minuta), di quando, un tempo, al netto delle minchiate in cui credevamo, tutto era fondato su valori non negoziabili –
grazie, EDL
Io non c’ero per impossibilità anagrafica.
Però suppongo che un oratorio del genere l’avrei frequentato volentieri.
Quello a cui mi mandavano era… come dire? Beh, sembrava un misto fra una sfilata di moda e un ritrovo di morfinomani. Molto fine anni 80.
Una pagina preziosa.
grazie, Valter, un bel regalo.