Miserere asfalto – di Marina Pizzi

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71.
con un capitolo nel ventaglio
così per raccontarti l’ultima crisalide
desta sull’asfalto chissà se domani
sarà crisi o sigillo il lungotevere
malato stracco contro il muro del carcere
cerimonia dell’attenti starsene
semivivi seminascosti al mito del veliero
la maglia di rovescio così per sbigottire
il perbenismo dell’angelo possibile


72.
ho aggiunto un eremo al tuo verdetto
un eremo al verdetto con l’eremo
e si rincorrere la coda del cane
così la trottola là nel canestro
di decapitati quando da nascita appena un po’ dopo
corre per correre lo scisso sole
il figlio solo dolissimo sisma avvenuto.
73.
i miei stracci hanno l’età del quadro e del cerchio
mi aspettano nodali sul corpo che ancora hanno
pietà di coprire o alloggiare in singoli cipressi
pronti per una colonia cinque per cinque qualsiasi
donna o uomo per stracci di muffe sempre
un po’ pasquali già comunque e nonostante
la rinascita scivoli sempre in un tarlo
di via del Corso al gin tonic del pensionato
scismatico sul verbo che lo attende e lo
disputa finanche e addirittura nonostante
l’età trifoglio di un qualsiasi sia.
74.
Pietà di oggetto vs soggetto

era un tardo mammifero di stoppia
o silicone o silicio come oggi è accreditato
ma comunque un pupazzo di giocattolo
per l’indifferenza di un cucciolo qualsiasi.
se ne stava penzoli sulla tastiera
per aver compagnia uno strepito un rumore
una musica un quiz un segno qualunque
che lo rendesse anagrafe
feretro o feto un qualcosa almeno
malcelato da un bit per vicino.
75.
colpa del breve venirti incontro
guardare il mondo in apici e sorelle
lucertole mozze per colpa di bontà
la fiducia nel sole la lealtà
dello scoperto l’inguine nudo
sotto un frantoio di assassinio
76.
“Una vita da mediano”
piccoli capolavori di altra letteratura alfa
quella delle scarpe che ti fanno male
anche se di marca
il pilastro indispensabile
mai riconosciuto da nessuno
o, almeno, solo dal poeta di turno
sapiente a rendere giustizia
senza giustiziare proprio nessuno!
77.
il mare è sotto l’onda che già
si asciuga dirompente tutto
il mare è già asciutto nella schiuma
di un bacio in uno scivolo infantile
è già di curva tutto il mare responso
d’enigma appena lo sogguardi abbrivio
al guado di un polso crocefisso a
sommità d’interrogazione: torcia del sia
acqua del fuoco fuoco d’acqua, sia
lo zainetto dalla scuola uscito per
corsa d’esperimento…
78.
farewell addio adieu adiós
quale una frangia che faccia inciampare
la cialda del bacio in un chicco
di cruciverba non riuscito ma è cruciale
adesso il tuo abbraccio dal lontano
ciondoloni del lontano dopo tanto tempo
sobbalzo del petto di soqquadro
folla la gioia
79.
lo scampo

fu cialda di traghetto essere portati
in salvo, schivare lo schianto dell’onda
per un abbraccio tutto cielo a terra
tutto terra con l’acqua solo per bere
dall’arsura infera dalla venia del pane
dall’occaso dell’ombra dall’occaso del buio
dallo zenit del sole con calibro di boia
all’occaso del sole per un sonno di breccia.
80.
ci guardiamo con discapito
allora è capito che il modello della pace
non diede certo la felicità
ma un benservito in quiete senza quiete
per disconnettere quel massimo di battito
atto alla scommessa del deliquio
quale una falena semi bruciacchiata.
81.
un pioppo che si spezza
uno che si travalica
ragazzate apocalittiche
sismi d’idiomi
82.
appena in mille storie
di labirinto e schianto
la libertà che manca e smacca
in un circuito di ancelle
pietre ad indice d’inedia.
83.
oh se la posta è un vagito
l’intuito di un enigma
il magma del solitario
il rivo acceso quale un amico
comatoso a ritroso e di rovina
la bina erosione dell’acqua e del fuoco
come a rivederti disputa
canuta nuca del fulcro
e se non fosti lo fosti indifferente
quale una foglia dall’ultimo piano
del grattacielo sempre più illogico
dico un gorgo al corsaro nuvoloso…
84.
quale un vento di comatoso stagno
la farsa del talismano della felicità
quando lo scalino era già tribunale
di chissà quale colpa
e la folla un ristagno comunque
quale la forca un pasto di raggiri
e le giostrine un alito di fossa
sul far della festa strampalata e paga
85.
quale una fossa che mi dia enigma
e la verdezza del verdetto a ridere
perché le lettere d’oro non sono adatte
all’ultimo vestito della nebbia
86.
abitudine e gestapo
il porto della stasi
questo martirio plurimo
al vigliacco convitto di resistenza
la stempiatura progressiva quando
la nuca incavata senza più cervello
dia trapano al mare per un deserto
infinitesimo
87.
dove si fa brulla l’egemonia della gemma
il deserto nel discapito di una guancia
lontananza che nel morente avvolge
giunta nomea il pasto della cenere
88.
in questo sfondo di mare ho perso
l’amo senza uncino la beltà di bivio
dal bivio del bivio nel bivio
il viso è andato ad eremo
smorzato financo il commiato
la mia età scampata in un sobbalzo
che dovrò brevettare in un tarlo
di nettare, finalmente al finalmente
esatto stato.
89.
Apolide sodale

se vuoi puoi darmi apolidi consensi
brevetti di cosmesi senza uccisioni
dell’io predato al costo della data
il petto in torcia per dirmi la gioia
la noia del sopruso di perdersi di vista
alla vista
lo sguardo desto scodellato al desco
felici di licenze al finalmente più vicini:
sono stata semplicemente via e
mi chiamo marina sodale ai venti
brezza senza conto
90.
ho un traguardo da darti
una finzione ancora, eppure è
una cura, credimi, la granitica
veste del treno, il passo lento
al convulso del certo;
convertirmi al clamore delle risa
al sillabario del tremore
che io possa barare la bora
che m’intrallazza nel rantolo
91.
con silenzio da salvacondotto
questa fiaccola chiusa che dismette
tenacia la molecola del senso.
la combriccola del pane è stata
smunta, qui la cornucopia è stata
relegata a una copia del soltanto
soltanto per pochi. quale clangore
appurerà innocenza? quale cedimento
sarà felice? botanica sia l’ariosa
contumacia che cimenta l’attesa.
92.
cuore di crocevia la pietà dell’alfabeto
baraonda di giostra nella scia della chiocciola
93.
cullami le mani attimo festivo
palesami che muoio per la gioia
anche se faccio solo il giro dell’isolato
insieme al lato della tua guancia
atto sisma cura di cuccagna
94.
risultato di perfezione saperti
sorriso di nesso sorso alla sorgente
perimetro di velluto le ciglia
che sorseggiano la luce
alle giostre i cipresseti rallegrano
oltre il gramo bagliore di un fatuo
nel qui al dove talismano equivoco
95.
perfettamente ascritto a un sillabario d’ercole
scavalcato il muro
dal dado tratto
ricavo il viso
dall’arrotino di perfidia.
96.
a Gianni

prestami un mimario ch’io t’insegui
dietro le spalle del mare che sei
io lo stagno in discrimine di fine
tu la venia per me che ne muoio
inappagata gara di guardarti
gli occhi e la bocca e la nuca di spugne
e le spalle ragazze e le turbe
nei sassi coi sassi fatti più sassi
ormai rapiti al lutto che ritarda
97.
mica mi parrà domestico il consulto
quando con l’alito sacrale le lacrime
non basteranno. verrà qualcuno
o la somma del capezzale scardinerà
la piazza quella delle adunanze?
dubbio di duna la costa del materno
quando spreco di tutto fu tutto
e la cometa un indice di chiodo.
da dove verrà la fune a sconfiggere i poeti?
98.
al passo del miserere il tacco
sull’asfalto in ebollizione
nel mezzodì agostano
così a far tutto l’indice di sintesi.
da qui stano la comica del caso
tragico: il giro a vuoto che
l’isolato caso trasse: le cintole
bacate dalle nebbie ebetudini
fameliche con chele imbambolate
nei ragazzini di sempre.
99.
mi dà il pianto l’asprigno stonìo
del baro che m’incontra: so di non poterlo
allo smacco: sorpasso senza conforto
in preda al torto di non poter fare
alcunché che riportare la pelle
al muro della tana in bilico sulla frana.
100.
risa di pianto: archeologia
questa minaccia che ancora non mi dilegua
questa guarnigione di topi che fa timidezza
destra la ragione dei soprusi
questi ragguardevoli enigmi delle finestre
queste giare permesse a teatro
queste damigelle di appalto per un sopravvivere…
101.
il musco che perfeziona l’arenile
scomunica l’amore giovanile
quella lezione magnifica di perdita
appena al tocco un’anfora di miele
dopo allorquando il sorpasso
non dà venia né mangiucchiate aureole di gioia.
102.
accorgimi per dirmi che non miro
entrate col portale celestiale
le stimmate ariose dell’aquilone
loquace con i rantoli salvati.
dammi un antro di cresima all’addobbo
festoni per le risa di banchetti
con le sediole a dondolo di passeri
gemelli ai pesi che appena si apprestano
di fato all’angolo sparviero.
103.
è passato il sasso sopra il tuo raccolto
che non accontenta l’arsione di verdetto
né la chitarra dell’acrobata in bacca di se
ipotetico se, se ti dico che la frusta ti scalderà
alla felicità. non c’è fuga dal coma della rotta
qui tradirai te stesso per un piedistallo
d’oltre confine d’oltre strazio la finalità del binario
l’ilarità dell’augusto che ti attese
104.
(da Rughe d’inserviente, 2007)

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