Notu di Fransèis e la smemoria – di Mario Bianco

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Una volta c’eravamo noi, una combriccola di sumà cioè compagnia di amici che si era formata quando avevamo circa anni 19 o 20, ovvero quando uno ha finito le superiori e va, magari, all’Università.

Noi infatti ci eravamo trovati lì.
Ma la storia che qui mi preme e trovo essenziale è quella di Notu di Fransèis, che poi non c’entrerebbe per nulla con noi, infatti ora non è che un nome, anzi, a dirla tutta io non so chi fosse e più o meno immagino che faccia avesse.
Forse, un sabato pomeriggio di precoce estate, stava in bianca canottiera assiso, anzi spaparanzato e assai a suo agio, su sedia impagliata presso tavolo di cemento di un’osteria o piola, che dir si voglia, all’ombra di un pergolato di vite luglienga, probabilmente dopo aver giocato alle bocce con i suoi vecchi amici compagnoni, quindi si sorbiva un bicchiere di vino, mentre con un fazzolettone si asciugava il sudore e si sventolava, sbuffava, poi lanciava un frizzo o una battutaccia agli altri, con scambio reciproco, che là ancora sul campo andavano avanti con il gioco. Io non so nemmeno se lo scenario sia proprio questo o come i fatti siano andati, ma il nome non me lo invento: Notu di Fransèis è esistito e l’abbiamo visto in tanti.
È esistito, ho detto, ed è quasi sicuro che adesso non sia più in giro, perché se allora poteva avere 65 o settant’anni, ora ne avrebbe circa 120, il che sarebbe un fenomeno straordinario. Comunque, non è detto che fosse un pensionato poltrone o sfaccendato; cioè, secondo me uno così non aveva mai smesso di lavorare; era di quei tipi che mai avrebbero ruscato in fabbrica, o, se avevano fatto il barachìn, erano stati ben poco in qualche boita a ungersi e affumicarsi, al massimo per due o tre anni e poi via. Volevo dire, in fin dei conti, che siccome non mi ricordo chi fosse ed ho un’immagine sfumata delle sue fattezze, devo supporre che facesse un poco il contadino, cioè uno di quei coltivatori della mezza collina che producevano buoni ortaggi e frutta per sé e famiglia ed il resto lo vendevano ai mercati.
Ecco, potrebbe essere così, qualora l’avessimo incontrato in un’osteria che frequentavamo su per la strada del Cartman, dove confluivano anche la gente del popolo della collina: gente che ancora aveva la cascinotta su per quelle rive ove non sembrava città e uno, cioè noi, facevamo finta che non lo fosse; ma anche loro, io credo si tenessero volentieri la città alle porte e non si sentissero alle porte della città.
Era un mondo così, però la cosa vera, importante è che ci colpì il nome, e ce lo pronunziò lui fiero, quasi stentoreo:
Se cercate di me, chiedete di Notu di Fransèis…!!
Perché dovessimo cercare di lui non ne ho la minima idea: forse si era messo a cantare e a noi piacevano certe vecchie canzoni tradizionali in dialetto, forse gli avevamo attaccato discorso e gli avevamo fatto dei complimenti per il canto e per le storie che contava. Che, a dir la verità, uno che si presentasse alle porte della città con un soprannome, uno stradinòm era già strano, ma proprio inconsueto, specie con dei giovani sconosciuti, nome che sapeva di campagna piena, di un mondo contadino ormai in agonia, dove tutti trituravano i propri vecchi Netu d’l Pôntu e Vigi?a d’la Pavru?a e si incamminavano a diventare Ernesto Ferrero o Luisa Lasagna, come da comunale anagrafe.
Insomma, ci innamorammo in gruppo del bel tipo, della sua postura, fisica e morale, gagliarda, delle fattezze squadrate e soprattutto del suono del suo soprannome.
Che poi, il singolare suo appellativo, tradotto, vorrebbe dire: Notu dei Francesi, ossia essendo Notu diminutivo di Pinòt, sarebbe a significare Giuseppe dei Francesi e quindi conoscemmo un nome ma non un cognome, perché dalle nostre parti dei Francesi non è un cognome. Arzigogolammo nei giorni seguenti che potesse essere uno legato ad un luogo, su per la collina, detto Fontana dei Francesi o abitante in quei pressi.
Né avemmo indirizzo, persino dell’ubicazione della piola sono proprio e tristemente insicuro. Tuttavia, se mi resta in mente una figura sfumata, i sentimenti provati nel vedere, nell’udire, gli sguardi d’intesa con gli amici e qualche discorso evocativo sono ben impressi in me.
Perché eravamo una compagnia eterogenea come ideologia, ma di origini modeste, e ricca di forti sentimenti e curiosità, quando non era passione, per un mondo che stava sfumando, declinando: un ambiente popolare e contadino che per noi sapeva di forte, autentico, vero e, a suo modo, puro. Puro perché apparentemente composto di persone bisognose solo dell’essenziale, scevre da compromessi, dirette nell’espressione, sincere fino alla rudezza, e poco complicate di testa.
E noi favoleggiavamo, però.
Era un mondo che avevamo in mente, che ci inventavamo, in gran parte, imbevuti come eravamo di Fenoglio, e più di Pavese, che tutti allora ci avvinceva, ci affascinava, ci abbagliava. Ed i nostri sguardi abbagliati costruivano profili, aureole intorno a luoghi o persone, perché entrassero in quella nostra nuova apologia di ambiente, sentimento e ci dicessero che esisteva un modo di vivere “diverso” da quelli proposti dalla modernità urbana, che in buona parte ci urtava.
Forse eravamo soltanto dei romantici, cioè giovani illusi che ci fosse stato un tempo migliore, un luogo sano, duro ma puro ove la gente sapeva amarsi, gioire, dolersi e straziarsi senza troppe sfumature intellettuali.
E così il nome di Notu di Fransèis diventò, per noi, una sorta di rappresentazione carnale caricata di potenti bagliori e significati ed anche un sottile codice d’intesa, di complicità, quasi una parola magica.

3 pensieri su “Notu di Fransèis e la smemoria – di Mario Bianco

  1. Roberto Rossi Testa

    Me car Franz,
    lu savia propi nen che ti t’aveissi frequentassiun piemunteise. Va bin che ades al Piemunt alé d’moda, grassie ala noeva sinqciape e a cul lapin ad Lapo.
    Cerea nè!
    Bertu

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  2. fk

    Mudestamente chér Berto mi ha frequentasiun de livel. E el Mariu Blanche l’è un personage vraiment fort. Pur un pitur vraiment brav, te el racumandi. A mi pias la menta, pur la piperita, ecch.
    Quand l’era un ragass andavi chi a Milàn quand bigiavi la scola (praticamaint un dì oui e l’alter no) à la Crota Pieumunteisa a ber la bira Henninger e a mangià il panin a l’olii cun el vurstel e el krauti.
    Te saludi da Milàn, un abbrassiun.

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  3. cf05103025

    Arda sì,
    l’è rivaje d’cò Bertu.
    Bastava nen l’Notu!

    ‘t disu grassie, nè, Franz,
    ma a la Crota Piemunteisa la fasijnu nen la bagna cauda!?

    Maiu

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