Lucania
M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un’inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano.
[1940]
Mio padre
Mio padre misurava il piede destro
vendeva le scarpe fatte da maestro
nelle fiere piene di polvere.
Tagliava con la roncella
la suola come il pane
una volta fece fuori le budella
a un figlio di cane.
Fu in una notte da non ricordare
e quando gli si chiedeva di parlare
faceva gli occhi piccoli a tutti.
A mio fratello tirava i pesi addosso
che non sapeva scrivere
i reclami delle tasse.
Aveva nelle maniche pronto
sempre un trincetto tagliente
era per la pancia dell’Agente.
Mise lui la pulce nell’orecchio
al suo compagno che fu arrestato
perché un giorno disperato
mandò all’ufficio il suo banchetto
e sopra c’era un biglietto:
«Occhi di buoi
fatigate voi».
Allora non sperò più
mio padre ciabattino
con riso fragile e senza rossore
rispondeva da un gradino
‘Sia sempre lodato’ a un monsignore.
E si mise già stanco –
dal largo mantello gli uscivano gli occhi –
a posare sulla piazza, di fianco,
a difesa degli uomini che stavano a crocchi.
E morì – come volle – di subito,
senza fare la pace col mondo.
Quando avvertì l’attacco
cercò la mano di mamma nel letto,
gliela stritolava, e lei capì e si ritrasse.
Era steso con la faccia stravolta,
gli era rimasta nella gola
la parola della rivolta.
Poi dissero ch’era un brav’uomo,
anche l’agente, e gli fecero frastuono.
Le viole sono dei fanciulli scalzi
Sono fresche le foglie dei mandorli
i muri piovono acqua sorgiva
si scelgono la comoda riva
gli asini che trottano leggeri.
Le ragazze dagli occhi più neri
montano altere sul carro che stride
Marzo è un bambino in fasce che già ride.
E puoi dimenticarti dell’inverno:
che curvo sotto le salme di legna
recitavi il tuo rosario
lungo freddi chilometri
per cuocerti il volto al focolare.
Ora ritorna la zecca ai cavalli
ventila la mosca nelle stalle
e i fanciulli sono scalzi
assaltano i ciuffi delle viole.
[29 febbraio – 1 marzo 1948]
Ho capito fin troppo
Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere
Tu sola sei vera
Colei che non mi vuol più bene è morta.
E’ venuta anche lei
a macchiarmi di pause dentro.
Chi non mi vuol più bene è morta.
Mamma, tu sola sei vera.
E non muori perché sei sicura.
Giovani come te
Quanti ne fissi negli occhi
superbi della strada, erranti
giovani come te.
Non hanno in ogni tasca
che mozziconi neri
di sigarette raccattate.
Non sanno che sperdersi
davanti alle lucide vetrine
alle dicende dei bar
ai tram in rapida corsa
alla pubblicità
padrona delle piazze.
Tanto perché il tempo si ammazzi
cantano una qualsiasi canzone,
in cui si chiamano fuorviati, si dicono
amanti del bassifondo
e si ripagano di comprensione.
Una canzone è per covare insano amore
contro le ragazze cioccolato
che sono un po’ le stelle sempre vive
che sono la speranza
d’una vita sorpresa in un sorriso.
E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivii.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Sono coi facchini di porto
contenti della faccia sporca
e le braccia penzoloni
dopo che il peso è rovesciato.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d’esistenzialismo
giovani malati come te di niente.
Spiriti pronti a tutte le chiamate
angeli maledetti
coscritti e vagabondi,
compagni dei cani randagi,
la nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d’estate,
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all’Uomo che saremo
e che ci aspetta
alla Cantonata
con falce e libro in mano!
Il grano del sepolcro
E’ cigliato nello stipo il grano
del sepolcro per Gesù bendato.
Verrà giugno, morirà anche mia madre,
voglio portarle spighe spigolate
dentro il suo scialle sacro
che per altro non avrò toccato.
Allora la casa sarà la via che mi mantiene:
non morire, mamma mia, che ti vorrò più bene.
(tutte le poesie sono tratte da: Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004)
Rocco Scotellaro, nato a Tricarico (Matera) nel 1923, morì a Portici (Napoli) stroncato da un infarto nel 1953. Appassionato militante della sinistra, sindaco di Tricarico, amico di Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, impegnato nell’azione e nella riflessione meridionalista, scrittore e poeta. La sua poetica è intrisa di profonde evocazioni di un mondo contadino; di esso Scotellaro canta i drammi e le ingiustizie ma anche una profondità umana affascinante e concreta. Entra in politica a ventitré anni eletto Sindaco del suo paese Tricarico nella lista del Partito Socialista. La sua azione politica subito concentrata verso una lotta alle ingiustizie subite dalla classe contadina di cui si fa colto e animoso paladino, gli valsero il carcere per presunta concussione. L’accusa si rivelò poi un intrigo tessuto dalle classi latifondiste a cui la sua politica a favore dei contadini stava oltremodo scomoda. Nel 1950 viene assolto con formula piena. Durante e dopo la sua breve vita gli verranno riconosciuti premi e riconoscimenti, fra i tanti il Premio Viareggio e Il Premio San Pellegrino nel 1954.
(tratta da: http://it.wikipedia.org/wiki/Rocco_Scotellaro)

Caro Luca, mia anima gemella poetica, poteva mai mancare il carissimo Rocco nella tua galleria di ritratti ?
Grazie
Grandissimo, immancabile davvero. “La poesia” allo stato di verità.
Una specie di curiosità stupida: ma è vero che Scotellaro è stato il grande amore di Amelia Rosselli? L’ho sentito dire ma non l’ho mai visto scritto.
@Grazie Berto per la fedeltà ai miei cari poeti. Scotellaro per me è stato molto importante.
@Grazie Anna!Sì, anche io l’ho letto e sentito ed ho letto le poesie bellissime della Rosselli su di lui. Molto toccanti.
Mi scuso per il carattere piccolo ma ho avuto un piccolo problema tecnico. Gli altri post torneranno a 12.
Un caro saluto
È una poetica a me vicina Luca, e tu lo sai… Fai bene a proporre queste voci del Novecento, talora messe in secondo piano da altre personalità più fortunate, ma non per questo meno significative. Se poi è una voce che canta la bellezza e il dolore del sud io mi commuovo…
Un abbraccio.
Pasquale
Grazie Pasquale!Sapevo che ti sarebbe piaciuto e quando l’ho postato ho pensato a te e ad altri miei amici del sud. Le mie origini poi le conosci… 😉
Sto leggendo di Scotellaro anche L’uva puttanella che consiglio a tutti (prosa)!
Un caro saluto
caro Luca c’è un poeta spagnolo che ti potrebbe interessare molto (sullo stile di Scotellaro) si chiama Eladio Cabañero, così solo per informarti…
un abbraccio e grazie per le tue proposte
Grazie Alessandro, sai che sono molto attento alla poesia e a certi poeti. Ma è tradotto in Italia? Sennò me lo faccio procurare dalla Spagna… 😉 Sono contento ti piacciono le mie proposte!
Un caro saluto
ispirato dal bel post di Luca, lascio questa in siciliano, a proposito di mondo contadino,
Nu servu e nu Cristu
Nu servu tempu fa di chista piazza
cussi priava u cristu e nci dicia
“signuri u me patruni mi strapazza ,
mi tratta comu ‘n cani pi la via
tuttu mi pigghia cu la so manazza
a vita dici chi mmancu è la mia
si ju mi lagnu peju m’amminazza
chi ferri mi castja a prigiunia
undi jo mo ti prejiu: sta malarazza
disruggimmilla tu Cristu pi mmia
disruggimmilla tu Cristu pi mmia”
“e tu forsi chi hai ciunchi li bbrazza,
oppuru ll’ha ‘nchiovati comu a mmia?
cu voli la giustizia si la fazza
non speri ch’autru la fazza pi ttia;
si tu si omu e non testa pazza metti a profittu ‘sta sintenza mia
jo non sarria supra sta cruciazza
s’avissi fattu quantu dicu a ttia!”
un servo e un Cristo
Un servo tempo fa in questa piazza
così pregava un Cristo e gli diceva
“Signore il mio padrone mi strapazza,
mi tratta come un cane per la via
tutto mi prende con la sua rozza mano
neppure la vita dice che sia la mia
se io mi lamento, peggio, mi minaccia
con catene mi castiga a prigionia
quindi ti prego questa brutta razza
distruggila tu Cristo per me
distruggila tu Cristo per me”
“e tu forse che hai le braccia paralizzate
oppure le hai inchiodate come me
chi vuole la giustizia se la faccia
non speri che altri la facciano per te
se tu sei uomo e no testa pazza
metti a profitto questa sentenza mia
io non sarei sopra questa brutta croce
se avessi fatto quanto dico a te
Grazie Domenico per questa bella testomonianza in versi sul patire della civiltà contadina!
Un caro saluto
Straordinariamente vera! La poesia di Rocco Scotellaro…. Uno sguardo di vita dell’Italia contadina del dopoguerra resta impresso nei suoi versi con intimo rispetto per la terra che ha amato! Grazie Rocco!