Il signor Muratti

inutile di Viviana Capurso

[Questo racconto è stato pubblicato sul numero 3 di «inutile. opuscolo letterario», liberamente scaricabile dal web. La rivista si prende una vacanza d’agosto, ma i suoi redattori stakanovisti continueranno indefessamente ad aggiornare il blog]

Così, ogni volta che mi veniva voglia di accettare una sigaretta
da chi me la offriva, mi fermavo.
E ripensavo a lui.
Frivolezza, non lo nascondo, ma la prima volta che l’avevo visto ero rimasta molto colpita dal suo aspetto fisico.
Proprio un bell’uomo, alto, molto magro, con il naso sottile e i capelli grigi. Portava occhiali di Cartier dalla montatura in oro ed era sempre in giacca e cravatta. Anche quella sera, quando mi presentai a casa sua inaspettatamente per un salvataggio d’emergenza (Giuseppe, il mio fidanzato all’epoca, aveva dimenticato le chiavi di casa!), mi accolse impeccabile come sempre. L’abito firmato, la cravatta di Marinella (Brioni gli sembrava l’unica alternativa valida), le scarpe in lucertola («le compro a Venezia e le pago quasi due milioni, ma appena si rovinano te le aggiustano in un attimo e senza farti pagare nulla») venne ad aprirmi la porta.
Un bel sorriso, forse troppo spesso ironico, i modi eleganti e talvolta un po’ bruschi che contrastavano con la fragilità dell’aspetto. A vederlo così alto e imponente, nelle foto del passato, non lo riconoscevo proprio.
Mi fece fare un giro della casa, bellissima, carica di ricordi.
Foto, tante foto di Giuseppe bambino, il vecchio ping pong col quale giocavano assieme e il divano su cui Giuseppe
amava sdraiarsi poggiando i piedi in grembo alla nonna. Un bellissimo divano in pelle color crema che troneggiava in salotto insieme ai quadri di Borta.
«Che pói (diceva sempre “pói” con la “o” chiusa, alla friulana), Gianni, fa sempre così, mi chiede di prestargli i quadri per le mostre, poi me li cambia, me li torna in ritardo o si dimentica. Che personaggio… vi offro un succo di frutta?» Avevamo bevuto il succo di frutta a temperatura ambiente, «perché, Giuseppe, bere le cose appena uscite dal frigo ti fa male!», aveva detto con aria di rimprovero scherzoso rivolgendosi al figlio.
Poi avevamo parlato di fumo.
«Sai papà, dovresti fare come me che per il compleanno di Viviana ho smesso! Guarda che è un’arma infallibile,
mi ha dato il tormento finché non ho smesso!» «Ah sì? Beh, ma da quanto hai smesso quindi?»
«Sono due mesi.»
«Bravo, allora non è male. Ma devi continuare sai, non fare come l’altra volta che pói hai ripreso dopo un anno.»
«E tu, papà?»
Lui si rivolse a me con aria sorniona: «E lei cosa ne dice, Viviana?» Diceva sempre così, mi chiamava per nome ma
mi dava del lei, «lo sa che fumo da quando avevo quattordici anni? Lei non ha mai fumato, vero?»
No, io non avevo mai neppure tenuto in mano una sigaretta.
«Dai papà, se vuoi te la presto! È una cura intensiva contro il fumo, una tale rompiscatole!»
Lui aveva sorriso e questa volta era stato un sorriso un po’malinconico.
«Chissà… lei cosa ne dice, Viviana, ce la posso fare?»
Non mi aveva dato il tempo di rispondere.
«Dai, Giuseppe, che è tardi e dovete andare a dormire tutti e due. Che pói si fa tardi e Viviana si è anche scomodata
perché tu chissà dove hai la testa!»
«Papà, se tu però ogni tanto tenessi il cellulare acceso…»
«Ah io? Adesso è colpa mia? Ah poveri noi! Il cellulare è un aggeggio infernale, io i messaggi non li so leggere e questo testone continua a mandarmeli!» Giuseppe aveva scherzato: «La signorina qui, invece, è
sempre al telefono che manda messaggini e infatti è sempre senza soldi!»
Io avevo sorriso colpevole.
«Ah, io lo ricarico una volta l’anno, metto 500 mila lire e sono a posto!»
Scoppiammo a ridere io e Giuseppe, 500 mila lire, avremmo commentato più tardi, solo lui!
Prima di uscire eravamo passati davanti allo studio.
«Guarda.» Giuseppe aveva indicato la scrivania «Le matite sono tutte allineate in ordine di altezza accanto ai progetti».
«Tuo padre è il tipico dell’uomo del segno della Vergine, preciso a tutti i costi!»
Ed eravamo usciti.
Era arrivato l’inverno, un inverno piovoso, umido come non mai. Si era raffreddato.
Giuseppe diceva sorpreso, «Non lo riconosco più, è un po’ invecchiato. Adesso per un po’ di raffreddore non esce neanche di casa, dice che ha una tosse secca fastidiosa…»
Con Giuseppe era finita subito dopo l’inverno.
Così, un anno dopo era stato mio padre a portarmi nel piazzale della chiesa, io non ero sicura di sapere la strada, ero un po’ confusa, disorientata.
Indossavo un paio di pantaloni grigi e un golfino nero ma dopo un po’, malgrado fosse una giornata soleggiata di settembre, con il sole ancora alto, ero andata a prendermi la giacca di renna.
Faceva freddo, sentivo ancora più freddo mentre stringevo le mani degli amici di Giuseppe, gente con cui avevo condiviso qualcosa, persone che adesso sentivo estranee e che non avevo affatto voglia di rivedere.
Ben nascosta dietro ai miei occhialoni scuri ero determinata ad avere parole di conforto per Giuseppe.
Invece quando mi ero avvicinata per dirgli «Ricordati le piccole cose del tuo papà, la mousse au chocolat della
Lindt,» l’unica che mangiava e che andava a prendere in una raffinata gastronomia, «e le matite tutte allineate!» ero scoppiata a piangere.
Tra i ricordi, l’immancabile pacchetto di Muratti.
Così, ogni volta che mi veniva voglia di accettare una sigaretta
da chi me la offriva, mi fermavo.
E ripensavo a lui.

3 pensieri su “Il signor Muratti

  1. Matteo Scandolin

    «… io di Muratti mi dispiace non ne ho | il marciapiede per Torino, sì lo so | ma un conto è stare a farti un po’ di compagnia | altro aspettare che il treno vada via…»
    (R. Vecchioni, «L’ultimo spettacolo»)
    M’era piaciuto quando ce l’aveva spedito, e mi piace ancora. Complimenti a Viviana!

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  2. fabry2007

    c’è qualcosa, nella vita di ognuno, che puoi dire: il signor Muratti. è il segno che siamo passati lasciandoci toccare da qualcosa, che non tutto è andato in fumo.
    grazie a Gaja e a Viviana.
    fabry

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  3. Gaja

    io ringrazio Viviana e te, Fabry. Il pezzo è, a mio avviso, molto suggestivo. E ringrazio anche LPELS perché mi dà l’opportunità di pubblicare le cose in cui credo. Vi abbraccio fortissimo.

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