Due poesie da “I sepolti” (Lietocolle, 2005)
La caduta dei ciechi
chi l’avrebbe detto che quell’inciampo
quella caduta del primo della fila
sarebbe stata per tutti una rovina:
abbiamo sentito l’abisso a uno a uno squarciarsi
sotto i piedi la spalla amica cedere sotto la mano
e il cielo e la chiesa e la campagna fermi nel silenzio
prima e dopo il precipizio
non badano a quella frana di corpi disarticolati
come noi neppure immaginiamo l’orrore d’uova
sgusciate che ci hanno ficcato al posto degli occhi
– non dovevamo fidarci di quella guida
cieca come noi solo più sicura, presuntuosa –
La salita al calvario
chi di noi vedeva
che il cielo s’addensava sopra il Golgota
che i corvi andavano volteggiando sulle croci
non eravamo che un’unica massa di gitanti
era il vento o cos’altro a sbalzarci a sballottarci
come mille pagliuzze cartacce su su
che il sangue del giustiziato è miele per le api
così andavamo in tanti giocando azzuffandoci
come a una fiera di paese
e in mezzo – invisibile – un Cristo in miniatura
tra noi Cristi in miniatura
chi lo vedeva chi
il crocifisso dipinto e ridipinto e scolpito
e appeso su tutti i muri delle scuole se a volo
d’uccello non c’è primo piano e non c’è sfondo
Due poesie da “Il superfluo” (Biagio Cepollaro E-dizioni, 2005)
II
stamani sulla balaustra escrementi di colombi:
scaglia corrucciato l’occhio al cielo, cerca un colpevole
e subito s’incaglia (è il vicolo cieco dei perdenti
il circolo dei cani che s’addentano le code)
solo silenzio infatti precipita dall’aria, o sbatacchiare
di battipanni a mezz’altezza o martelli pneumatici
che crivellano le strade – estraneità insomma
(niente da acquistare e da rivendere – niente)
VII
solo alle lucertole ricresce la coda:
a noi – animali da salotto – benché mutilati per difesa
non resta che un ritratto
irriverente a farci compagnia
un quadro di famiglia
una bottiglia da svuotare
e questa morsa di ricordi
ad osteggiare il vuoto martellante dello schermo
(come se la nostra abbondanza non bastasse a svuotarci)
(Nella foto: in primo piano, Sergio La Chiusa).

mi lascio condurre dal verso lungo e pieno, nel viaggio, in questo ‘sentire’ che
si fa precipizio.
La VII è un ritratto della solitudine di molti.
Complimenti a Sergio.
“chi l’avrebbe detto che quell’inciampo
quella caduta del primo della fila
sarebbe stata per tutti una rovina:
/…/
– non dovevamo fidarci di quella guida
cieca come noi solo più sicura, presuntuosa –”
Mi piace l’immagine che simboleggia una fede mal riposta, un’illusione e, a seguire, una disillusione lasciate, però, nel vago: personale, epocale?
Grazie, Franz, per la proposta
Giovanni