Il primo libro di LI PO di Vittorio SALTINI

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Il sapiente taoista vuol tornare alla natura per dar l’esempio d’una vita senza compromessi. E come esempio, va benissimo. Ma se tutti, e non solo pochi eremiti e saggi, tornassero alla “natura”, al posto del potere confuciano starebbe non l’armonia del Tao, né una società felice senza governo, ma la sopraffazione dei forti sui deboli, e sui saggi. Lo stato di natura è prepotenza. La mancanza di regole non è libertà, è soggezione alle passioni, che producono effetti non voluti. Più s’impara a autoregolarsi più si è liberi, padroni di sé e non di peso agli altri. La forma, che voi taoisti disprezzate, non è meno importante della sostanza. Ti farò l’esempio che, come politico, ho spesso sperimentato. Se nelle riunioni, voglio convincere un collega che le sue idee sono sbagliate, non basta la verità dell’argomentazione, conta la forma cortese: se lo insolentisco o mostro di considerarlo uno sciocco qual è, egli s’irrigidirà e io non realizzerò il mio desiderio di convincerlo: per difetto di forma. In quanto arte di vivere, il confucianesimo insegna anche l’arte d’essere efficaci in società. In modo che, nel gentiluomo, distacco interiore e impegno pubblico si concilino.
“Il Maestro, nei Dialoghi di Confucio, chiede a quattro discepoli cosa preferirebbero fare nella vita. Tre vorrebbero essere governanti giusti per il popolo. Il quarto, Tien, confessa che invece vorrebbe suonare l’arpa e cantare versi in compagnia d’amici sulla riva alberata d’un fiume a primavera. “Confucio disse: Il mio cuore è con Tien.” Con ciò intese, credo, contraddire la sua idea che compito del saggio è governare con giustizia. Questo è il dovere, ma il cuore può essere altrove. Chi desidera il potere, tende ad abusarne. Degli imperatori mitici, “il Maestro disse: quale sublimità! Shun e Yu reggevano l’impero senza darvisi”.
“Voi taoisti dimenticate che per Confucio, al di là dell’autocontrollo e del governo, il fine dell’educazione è pur sempre il piacere e la felicità. Il problema è che per il gentiluomo l’armonia culturale e anche sociale divenga un bisogno, un piacere. Della seconda virtù confuciana – la sincerità -, che nelle forme della prima – la cortesia – esprime l’intimo sentire, nasce così la terza e suprema: l’”umanità”: il bisogno d’essere umani, non solo giusti ma buoni, la ricerca di comunità. Sicché Confucio pronunciò le formule: “ama gli uomini, considera tutti come fratelli, non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”. Ma, bada, l’amore del prossimo non è un dovere se non è un piacere, nascente dal bisogno d’armonia. Sulla base dell’egoismo naturale, che Confucio mai rinnega, si può arrivare, con l’educazione alla completezza, a un tal bisogno d’armonia che un gentiluomo può sacrificare anche la vita per testimoniare l’umanità e la giustizia.
/…/”E la verità non innalza: tutto dipende da come la si assimila, da “chi” la pratica. “Il maestro disse: Non è la verità a far grande l’uomo, è un uomo a far grande una verità.” E’ il suo umanesimo. E mentre “i benpensanti sono i ladri della virtù, il saggio vive senza piani preconcetti, ignorando ogni tabù; decide sul momento cosa sia giusto. E dell’uomo che non si chiede ‘ Che fare?’, non so che farmene”.
“Ma anche nella cautela non bisogna esagerare. Un discepolo si vantò di pensare tre volte prima d’agire. “Due volte basta”, replicò Confucio, che criticava l’intellettualismo. Meditazione e studio non devono prevaricare sull’azione. “Un sapiente che se ne resta in casa, non è un sapiente.” “Il gentiluomo è lento nel parlare e rapido nell’agire.” In Confucio “virtù” ha il senso di “efficacia”, come si parla della virtù di un’erba. E non basta conoscere il bene per farlo. La prova della virtù è la sua efficacia sociale. Il valore del gentiluomo si prova nei rapporti con gli altri: nella conversazione, nei contatti amichevoli fra gli uomini educati, infine nel perseguire una società ragionevole e giusta.”
“E i risultati?” esclamò Po ironico. “La corruzione diffusa ovunque? Il favoritismo? Il privilegio? Le condizioni dei servi? Dei detenuti? Di tanti contadini?”
“Le cose possono migliorare solo lentamente, correggendo intanto i difetti peggiori. Tenace è l’inerzia di ciò che esiste da millenni: delle abitudini, degli egoismi vani. Se si cerca un cambiamento troppo brusco, ne vengono contraccolpi imprevedibili, come se spiritelli maligni ci mettessero la coda, e il sogno di far giustizia crea ingiustizia maggiori. Solo di piccoli cambiamenti progettati uno per uno si possono prevedere gli effetti. Noi confuciani, fedeli al “giusto mezzo”, andiamo adagio.

Da: Il primo libro di Li Po di Vittorio SALTINI (Mondadori 1981)

Vittorio Saltini è nato a Lucca nel 1934. Ha tenuto per vent’anni la rubrica Saggi su “L’Espresso”. Ha insegnato filosofia estetica all’università. E’ il suo secondo romanzo dopo “Nel manto mio regale” (Mondadori 1982). Il terzo romanzo “Quel che si perde” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2001.

Un pensiero su “Il primo libro di LI PO di Vittorio SALTINI

  1. Serenella Ivaldo

    Io ho e ho letto più volte Il primo libro di Li Po,mi piace molto e ogni volta scopro qualche cosa che mi era sfuggito.Mi ha insegnato anche
    molte cose: un modo di vivere semplice e senza sprecare energie per farmi gli affari degli altri. Non conosco gli altri suoi libri, ma provvederò
    al più presto. La ringrazio per l’opportunità che mi ha dato,e la saluto caramente. Serenella

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