Archeologia delle fonti – di Francesco Marotta

fonte

Testi tratti da Poema dei doniII, Archeologia delle fonti (2007)

“Quan em penso em nego: flama i cera”
(Joan Navarro)

“ma tra le macerie la lingua è sconosciuta”
(Mario Ramous)

1. Sotto un cielo in frantumi

*

Di fronte alla sera
gli uccelli sciamano come pietre rivestite di piume.

E’ il peso che basta

per avanzare nell’ombra

senza sentire il morso del suo grido.

*

Solo chi si inoltra a rovescio del cielo
sente la stretta materna della terra –

il respiro della sua parola muta.

Somigliare l’albero –
è questo il legame profondo che reclama ogni cosa

al suo apparire.

Esistere in uno con la propria durata – come il fiume.

Acqua necessaria

che si offre alla sete di ogni cammino.

*

Vedere il sangue sconvolto del mattino
mentre si avanza in silenzio

lungo il proprio volto.

Scoprire nelle pupille
la falla da cui fuoriesce a fiotti – come luce.

Riprendere il cammino.

Ciechi.

Come la prima parola che riaffiora a fatica sulle labbra.

*

A un crocevia di voci
la lingua arroventata della sera

si addentra tra strappi di vertigine.

La sua eco è cielo che divide.

Interrato dal docile passaggio delle ombre.

Non c’è stella capace di ricordare

l’inchinarsi di un corpo
alla grazia scomposta del suo precipitare.

*

2. All’occhio cieco di una lampada

*

Non basta dire labbra
perché la parola restituisca il respiro all’inverno.

Sarebbe come bere
nel calice dove il vino non è che fermento di sale.

Seme di muschio che contempla il vuoto

della sua pietra franata dal sole.

*

Nessuna parola dirà gli accenti taciuti
che la voce offre in pasto al giorno.

Perché il giorno è luce.

Sottrazione alla terra
degli infiniti volti che danno movimento all’ombra.

*

La carne non è che spazio che si logora.

Cammino sottomesso
all’ordine immutabile dei passi.

Non lontana

avvolta nei gesti abituali del cielo

la distesa inesplorata
degli astri sepolti dalla mano.

*

Il senso che accade è la serpe oscura in movimento.

Se tenta il sole
è per scavare nuove zone d’ombra.

Dove crescere.

Mutare pelle.

Migrare.

*

Ti parlo

perché tu colga nel vento delle parole
la semina d’ombre che l’aria

smossa

ammassa nel mio sguardo.

*

Fino al cielo dove l’ala precipita – senza parole.

Nel vento

le voci

non hanno riparo.

*

3. Di uno stesso legame

*

La parola è il respiro della madre

nella carne.

*

Possedere il sapere del rovo
è dimorare il giorno che la morte diserta.

Abitare l’ombra che dura sotto il sole.

La pagina mai scritta dove il tempo

immobile

si guarda.

Si conosce.

*

Conta le tue chiavi.

La veglia è uno scrigno serrato di silenzi.

Dagli nome e voce.

Come al paesaggio che declina le labbra che conosci.

*

Apprendi che la tua orma respira

solo quando il soffio che muove
dalle labbra del vento

la cancella.

*

L’antica ebbrezza di tracciare segni
per incantare gli occhi.

E tenere la vita stretta a un foglio.

*

4. Pupille in forme d’ali

*

Sapere chi ci chiama
nell’eco lenta che avvampa

le labbra murate del tempo.

Nella luce assente di stelle spente per sempre.

Ultima trappola del cuore –

un volto che la voce sognata
ricompone

dal suo estremo svanire.

*

Me ne andrò di notte.

Indossando occhi bambini che non ricordo.

Per ascoltare il tempo spegnersi
nello sguardo che senza me

rimane.

*

Ogni volta che scrivo

conservo una parola per la neve.

Di fiori e d’alveari
la memoria che insegno alla mia lingua.

*

Aspiro a un colore lontano –

come di linfa che limpida sgocciola
e alla gola porge il dono di una morte

iridata.

Luce in un murmure

che sa di memoria.

*

Pietra o sabbia dell’attimo – la notte che mastichi.

Come si accosta alle labbra la vita.

I suoi scarti alla lingua.

L’eccezione che traspone all’inchiostro
quanto germoglia dalla radice

verbale.

Recisa.

*

E’ un deserto la stanza –
nonostante un mare fluttuante

da una parete all’altra.

Inciampo nella lingua spinosa di una lampada.

Dispersa in un chiarore di selva –
la mia voce.

Cede alla mobilità dell’onda.

Vapora nel dubbio che un’eco rimanga.

Una nota nel grumo serale

di un’attesa sapiente di nevi.

*

E’ duro il percorso
di chi prova a disperdersi masticando parole

o visitando rose annerite

da supplici venti di gelo.

Sempre si torna ad abitare ore murate.

Senza aver respirato il buio
dove gli steli ardono come lampade

vive.

Senza scampo.

*

Tutto già stato.

Così si pensa.

Si dice.

Fosse pure una nebbia che ricorda

la sua infanzia d’acqua

e nomina il verso
in natura di cose che vanno.

Che trascorrono lente.

Parvenze di grida
che vegliano un crescere d’erba.

Distante.

*

21 pensieri su “Archeologia delle fonti – di Francesco Marotta

  1. Rina

    Leggo in qua e là (d’altronde Pennac insegna :), -..un forte mal di testa..

    “Ti parlo
    perché tu colga nel vento delle parole
    la semina d’ombre che l’aria
    smossa
    ammassa nel mio sguardo.”
    (in questi versi bellissimi mi ritrovo in pieno)

    “Me ne andrò di notte.
    Indossando occhi bambini che non ricordo.
    Per ascoltare il tempo spegnersi
    nello sguardo che senza me
    rimane.”
    (trovo che qui ci sia un -grande- amore per la vita ..e qui invece non mi ritrovo..

    Abbracci

    Rispondi
  2. Rina

    Mi piace il titolo “Archeologia delle fonti”. Archeologia è scavo. Amo l’archeologia, rimango incantata di fronte a reperti che seppur di bronzo m’appaion di cristallo perché non vorrei che mai si sciupassero. Eppure è impossibile se hanno resistito a migliaia di anni..
    La poesia che amo è quella di scavo. E dato che nell’archeologia vedo il sublime dell’uomo cerco nella poesia il valore sotterraneo di ogni singola parola.

    Buon fine settimana

    Rispondi
  3. Carla

    ‘La parola è il respiro della madre

    nella carne.’

    Quando Ti leggo, sento questo respiro.
    saluto Marina.

    Rispondi
  4. Giovanni Nuscis

    “Tutto già stato.

    Così si pensa.

    Si dice.

    Fosse pure una nebbia che ricorda

    la sua infanzia d’acqua

    e nomina il verso
    in natura di cose che vanno.

    Che trascorrono lente.

    Parvenze di grida
    che vegliano un crescere d’erba.

    Distante.”

    Sono bellissimi questi versi, profondi, veri nel ricordarci “in natura di cose che (non ostante tutto) vanno”!

    Grazie, Francesco e Marina

    Giovanni

    Rispondi
  5. liliana

    Difficili, queste poesie, ma anche a una prima lettura subito “riconoscibili” e coinvolgenti per la bellezza delle metafore, per il connubio di pensiero filosofico e umano che le sottende.

    Una domanda sola all’autore: Francesco, non temi questo scavo così a fondo? Non ti fa male?

    Probabilmente domande sciocche, ma sono le prime che hanno suscitato questa lettura.

    Grazie, ciao
    Liliana Z.

    Rispondi
  6. Francesco Marotta

    Grazie a tutti voi per la lettura e i commenti che avete lasciato. E un grazie particolare a Marina, che ha curato e pubblicato questa selezione.

    Ogni lavoro di “scavo”, se pure permette il riaffiorare di “reperti”, di qualche cristallo talvolta, come dice Rina, fa sempre sanguinare la “terra” nella quale si fruga. La mano che offre un verso, e si dispone all’ascolto di ciò che, donato, ormai non le appartiene, ne conserverà per sempre una traccia: “terra” essa stessa: terra ferita dal suo stesso ineludibile desiderio di farsi “voce”. Ogni “dono” è sempre il “segno” profondo di una “lacerazione”. Se questo segno è visibile, anche quando si nasconde, o tenta di farlo, in anfratti di pensiero, quasi a cercare una dimora che, per la sua stessa natura e disposizione all’oltranza, le è negata, allora valeva la pena, davvero, graffiarsi gli ultimi lembi di “pelle” superstite: perché l’occhio in “attesa” era quello di una “creatura attenta”, pronta a raccogliere quel “carico di destino”.

    “Poema dei doni”, di cui “Archeologia delle fonti” è la seconda parte, è “questo”, vuole essere questo: “deve” esserlo. Indipendentemente dalla misura, dal “valore”, dal “peso”, dalla leggibilità, dal chiarore o dall’oscurità delle impronte che questi “frammenti” hanno lasciato per sempre sulla carta.

    Ancora grazie a tutti.

    fm

    Rispondi
  7. Rina

    Ne vale la pena, sì, frugare! Nel più profondo sono i tesori più preziosi :)) Sanguinante, paziente lavorio, ma i risultati talvolta sono impagabili. Grazie Francesco.

    Un nota personale: quando si scrive in questi termini, cioè con queste radici di partenza, io credo che la gioia più grande è potersi leggere anche nel chiuso della propria stanza. In quel momento tocchi con mano quello che mai avresti visto se non ti fossi inabissato alla ricerca del compiuto dentro di te.

    Ancora grazie per darmi lo spunto di esprimermi. Ciao

    Rispondi
  8. liliana

    ..che questa lettura ha suscitato 🙂

    Bisogna aver coraggio per inabissarsi, per seguire “l’alfabeto dei fiori/fino al sangue della terra”….

    Non a tutti è dato, e con questi risultati.
    Liliana Z.

    Rispondi
  9. Nicola Ponzio

    Ogni volta che scrivo

    conservo una parola per la neve.

    Di fiori e d’alveari
    la memoria che insegno alla mia lingua.

    *

    Avverto un respiro nuovo, diverso, rispetto ad Hairesis ad esempio, o allo stesso Per soglie d’increato. Pause profondissime, spazi bianchi che comunicano luce, pensiero, nello scarto (scatto) della lingua. Una musicalità sostenuta da immagini oscure perchè vere, destinali. Grazie Francesco, sono poesie importanti, e tu sai quanto le senta particolarmente affini.

    Un abbraccio. Nicola

    Rispondi
  10. francescomarotta

    @ Rina

    Pensando alla mia esperienza, e senza nessuna pretesa di generalizzare, credo che si scriva, sostanzialmente, per se stessi, per incontrarsi: forse nel “punto” esatto, mai precisamente localizzabile, dove la mano che ha lasciato segni sul foglio incontra se stessa nell’atto dell’ascolto delle voci che da quei segni parlano. E la lingua udibile in quel momento non è mai la stessa nel cui alfabeto i segni hanno preso corpo: lingua delle “profondità”, probabilmente, in piena metamorfosi, a contatto con gli alfabeti dell’attraversamento e della “lacerazione”: lingua in anticipo su ogni possibile “senso”. La pupilla che legge, allora, non è mai la stessa che ha seguito passo passo la genesi dei segni nel loro farsi e darsi alla luce: il “sovraccarico” (o la “sottrazione”) di frammenti della “visione” è dato dal residuo che sfugge a ogni tentativo di razionalizzare il percorso, quale la linearità dello sguardo frontale imporrebbe: ma qui, in questa “stanza”, lo sguardo frontale è un perfetto sconosciuto, straniero alla sua stessa presenza. L’ “altro” che si manifesta attraverso gli occhi della parola scritta, allora, abita il “tempo sospeso” nel quale chi scrive e chi si legge sono lingue di fuoco a due colori partorite dallo stesso processo di combustione, nel quale solamente trovano, mediante ciò che li divide, il “calore” che li completa.

    Toccare con mano “quello che mai avresti visto se non ti fossi inabissato alla ricerca del compiuto dentro di te”, è una “possibile” sintesi dell’intero “processo”: anche se, per me, il “compiuto” è tale solo in quanto “assolutizza”, sotto forma di “ferita”, il tempo che non appartiene, né mai apparterrà, a nessuna delle due pupille, o, per restare nella metafora precedente, a nessuna delle due “lingue” partorite dall’identica fiamma. Il “dolore” di chi scrive è simile a quello del ramo che si tende sopra una fonte troppo lontana dalle sue labbra. Ma è anche quello della fonte, resa muta dall’impossibilità di levarsi fino a quella sete.

    @ Liliana

    Il “coraggio” per inabissarsi è pari solo alla “disperazione” che spinge a questo “atto” (la scrittura) senza possibilità di ritorno: intravisto il colore delle “radici”, si rimane per sempre nell’attesa di una parola che ne riveli, al contempo, origine, nome e qualità della luce (o dell’assenza di luce) che incorpora (o di cui è il desiderio inappagato): scrivere è lasciare sulla pagina “tracce” di un volto che non potrà mai ricomporsi. Chi crede a questa “ricomposizione”, l’atto consolatorio che sta alla poesia come il deserto all’acqua di sorgente, non sta dialogando col sé-altro che si profila nei silenzi dell’ascolto, ma soltanto, e unicamente, col proprio identico riflesso, quello dello specchio “immobile” che accompagna chi è destinato a non incontrarsi mai, pur fingendo il contrario: ciò che gli manca è proprio il “dolore” di chi rovescia gli specchi per leggersi con gli occhi (sanguinanti) delle radici.

    @ Nicola

    Il “respiro diverso” è dato proprio dall’estrema “oscurità” (non programmatica: l’ho letta, o presumo di averlo fatto, solo quando la pupilla che ha scritto ha lasciato il campo a quella che ha letto). Ed è ben strano, a pensarci: perché qualcuno mi ha fatto notare che si tratta dei testi più “chiari” e “leggibili” che abbia mai scritto: non ha notato, forse, che l’oscuro, il “divenire” dell’ombra in ombre, è proprio il nucleo, il sostrato inavvicinabile e inattaccabile di quella “chiarità”. Chiarore come decodificazione di un “senso”? Solo all’apparenza, io credo. Perché se “la serpe oscura tenta il sole”, è soltanto “per scavare nuove zone d’ombra”.

    L’opera reca in epigrafe un verso bellissimo di Joan Navarro, un grande poeta purtroppo poco conosciuto in Italia (molto più confortante, a quanto è dato vedere, stare lì a rimirare il proprio ombelico, a dialogare con l’immagine, già data e conosciuta i partenza, prima ancora di iniziare a scrivere, da sempre, del proprio “specchio immobile”): “quando mi penso, mi nego: fiamma e cera”: la poesia è lo spazio inafferrabile, perché indicibile, della metamorfosi: il “luogo” dove la fiamma non è ancora cera (ciò che la nega e, consumandosi, la consuma), e la cera è puro desiderio della fiamma (ciò che la nega e, consumandola, si consuma): immagine mirabile del divenire, il “tempospazio” nel quale si distende la vicenda umana. (“Non” a caso, la prima parte dell’opera ha per titolo “Il dono di Eraclito”).

    fm

    Rispondi
  11. Rina

    -Il “dolore” di chi scrive è simile a quello del ramo che si tende sopra una fonte troppo lontana dalle sue labbra. Ma è anche quello della fonte, resa muta dall’impossibilità di levarsi fino a quella sete.-
    Ecco perché non ci si stanca mai di scrivere.. Grazie davvero.

    Rispondi
  12. francescomarotta

    Grazie a te. E a chiunque si sia soffermato su questi testi. Il silenzio della lettura e dell’ascolto è dono infinitamente più grande di quello che qualunque verso potrebbe mai contenere. Quale che sia il giudizio che quel silenzio offre e reca in sorte.

    fm

    Rispondi
  13. Rina

    Il compiuto dentro di sé -non- è assolutezza, hai ragione, è una ferita aperta, una visualizzazione sfuggente però che si cerca di fermare scartavetrandosi. E le parole date da questa lacerazione, come tu dici, rispondono al tentativo disperato di portarla alla luce.
    è così?

    ..mi stai facendo pensare troppo :))

    Rispondi
  14. francescomarotta

    Il concetto di “compiutezza”, in una dimensione strettamente umana e storicamente determinantesi, l’unica che, dal mio punto di vista, rappresenta lo spazio possibile della poesia in tutte le sue forme, e di ogni ipotesi di scrittura, è quanto mai ambiguo, perché tende, a qualsiasi titolo, ad “assolutizzare l’atto”, elevandolo, anche contro le migliori intenzioni in senso contrario, a “paradigma”, o a “struttura” fondante normativa (a volte non solo sul piano formale, ma anche su quello della “materia” che sarebbe lecito o meno utilizzare e indagare). In questo modo, o si presenta come una sorta di “schema” che indirizza e costringe il “fare”; oppure, il che è anche peggio, si pone come istanza “autocensoria” che impedisce alla parola di “essere”, risolvendola tutta nella pura e semplice “significazione”, cioè adeguandola a un “dettato” stabilito a priori (in modo meccanico o inconscio che sia).

    Voglio dire: lo “scavo”, l’esperire forme e voci, è sì connaturato alla poesia, ma è veramente tale solo se non sovrappone la “logica del senso” alle grammatiche tutte interne all’immagine che la parola tende di restituire. L’unica “compiutezza” possibile nel poiein, per quanto mi riguarda, è nella “coscienza della lacerazione”, nell’immanenza della “ferita” che presiede a ogni atto di scrittura: lacerazione e ferita che non sono, volgarmente, l’abbandono al dolore e all’autocommiserazione (che senso avrebbe scrivere per “consolarsi” di una perdita irrimediabile?), ma la sostanza stessa della “parola” che vuole “essere” e, per farsi tale, per esistere, deve accettare, come necessario e necessitante, il suo limite invalicabile, cioè l’impossibilità a rendere, anche solo parzialmente, gli infiniti volti/nomi/universi che la sua “pupilla” è capace di contemplare, o di prefigurare, per un attimo. Questa realtà è attestata, oltretutto, anche dall’opera silenziosa del destinatario-lettore: il quale, aggiungendo nuove chiavi interpretative al flusso della comunicazione che i versi predispongono, non fa che slargare infinitamente un orizzonte di senso che si credeva circoscritto.

    “Scartavetrarsi” per “portare alla luce”, quindi, è l’atto in cui, e con cui, la “ferita” si manifesta: l’atto della poesia, della sua tensione “inappagata” ad essere, prima ancora di significare.

    fm

    Rispondi
  15. Rina

    Quindi la vera poesia è quella che ti sale alle labbra senza raziocinanti strutturazioni..

    “coscienza della lacerazione” (è proprio quello che tentavo di dire)

    “parola” che vuole “essere” e, per farsi tale, per esistere, deve accettare, come necessario e necessitante, il suo limite invalicabile, cioè l’impossibilità a rendere, anche solo parzialmente, gli infiniti volti/nomi/universi che la sua “pupilla” è capace di contemplare, o di prefigurare, per un attimo.

    Grazie infinite, Francesco. Un ‘chiarore’ che indirizza o forse inquadra la mia ottica ..quantomeno dà luce al mio accostarmi alla poesia.
    Una buona giornata
    rina

    Rispondi
  16. liliana

    …. scrivere per incontrare se stessi e per cercare , io credo, la “condivisione” della “disperazione” che spinge alla poesia, con l’altro, il lettore, mosso dalla stessa inquietudine, dal dolore.
    Fare poesia non è più un atto solitario, una “lingua di fuoco a due colori”, ma un tendere la mano a un possibile altro, diverso da noi, eppure così simile nella sua fragilità di essere umano.
    La solitudine diviene più sopportabile, perché un poeta, a mio avviso, è tra le persone più sole che esistano.
    In questo senso io trovo la poesia “atto consolatorio” .

    “…intravisto il colore delle radici” . Non tutti sono disposti a “rischiare” così, perché presuppone una grande solitudine, la forza di guardare l’abisso stando sull’orlo, “muovere” fondali inesplorati e bui.

    I tuoi commenti mi hanno fatto ricordare una poesia di Kikuo Takano (e altre di Borges). Di questa riporto i versi finali, splendidi :
    …………
    “Da allora ho scritto centinaia di poesie,/ho dato vita a migliaia di parole./Eppure nulla ho salvato./Come dal macellaio/un’anitra selvatica,/a testa in giù/dentro di me sono rimasto appeso.”

    Grazie, Francesco
    Liliana

    Rispondi
  17. francescomarotta

    Liliana, l’accezione “negativa” che davo al termine “consolatoria”, riferita a “certa” poesia, serviva solo, nel contesto dell’intera riflessione, a prendere le distanze da chi, scrivendo, sa già “cosa” cerca, e, soprattutto, “cosa” troverà, prima ancora di iniziare. La “cosa”, alla fine del percorso, non è altro che un riflesso della propria immagine nello specchio della pagina. Quel tipo di poesia, riducendo la parola a puro strumento di significazione, finisce per negarle lo “statuto dell’essere”, la sua esistenza autonoma di respiro colmo di immagini e di sensi (cioè la sua esistenza in quanto “alterità” in ascolto): in sostanza, la sua “libertà”. Ma, chiaramente, questa non è che una “mia” idea, non per forza condivisibile.

    L’accezione in cui tu recepisci il termine, invece, come atto che si consuma nella tensione verso l’altro e nella ricerca della “condivisione”, mi trova perfettamente d’accordo: mi appartiene da quando ho iniziato a scrivere.

    Grazie a te.

    fm

    Rispondi
  18. Francesca E. Magni

    “La carne non è che spazio che si logora.
    Cammino sottomesso
    all’ordine immutabile dei passi.
    Non lontana
    avvolta nei gesti abituali del cielo
    la distesa inesplorata
    degli astri sepolti dalla mano”

    “L’antica ebbrezza di tracciare segni
    per incantare gli occhi.
    E tenere la vita stretta a un foglio.”

    Rimpiango tutto il tempo perso a non leggere poesie come queste. “Di fiori e d’alveari”.

    fem

    Rispondi
  19. francescomarotta

    @ Francesca

    Se esistono parole capaci di tenere lontani dal baratro, le tue sono di questa natura.

    E un grazie è ancora, e sempre, troppo poco.

    fm

    Rispondi
  20. Laura & Serena

    Caro prof,
    le avevamo lasciato un messaggio, ma ci siamo accorte che non c’è più! 🙁 Quindi glielo riscriviamo, ci riproviamo.

    Abbiamo scoperto questo sito dopo varie ricerche (perchè come vede ha lasciato qualcosa di importante nella nostra mente con i suoi insegnamenti); siamo Laura e Serena, due sue ex allieve della 3^ e 4^ A PACLE (Maggiolini) di qualche anno fa.
    Ci fa piacere continuare a leggere di lei e conoscere le sue opere (anche se alcune volte fatichiamo un pochino a comprenderle.. ci mancano le sue fantastiche spiegazioni!) e spesso parliamo di lei e dei tempi della scuola, anche con le nostre colleghe (ebbene sì, lavoriamo insieme!).

    Con la speranza che si ricordi di noi e di leggere una sua risposta, la salutiamo con molto affetto.

    Sere & Lau

    Rispondi
  21. francescomarotta

    @ Laura & Serena

    Mi ricordo benissimo di voi e vi ringrazio del gentile e gradito pensiero, che ricambio con grande affetto.

    Purtroppo, non ho mai letto il vostro precedente messaggio.

    Per quanto riguarda “quello che non c’è più”, mai disperare: magari, se lo si vuole davvero, può anche tornare ad essere. Ma non dipende solo da noi…

    Continuate a frequentare questo sito, comunque, non si sa mai. E, in ogni caso, qui trovate ogni giorno cose interessanti sulle quali riflettere, testi che vale sempre la pena di leggere.

    Un abbraccio ad entrambe.

    fm

    Rispondi

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