LV. La vecchia rima (19 gennaio 2003)
Sotto gli squadernamenti
di neve e di roccia
ho cercato un simbolo vero,
la metafora di un’emozione;
non ho trovato che una breve
traccia,
un fastello di luce,
una minuscola
particella d’amore:
la vita della superficie
mi sorprende a volte per la lieve
rilevanza,
e per la battente vicinanza
ai segreti del cuore.
LVIII. Gennaio (28-29 gennaio 2003)
Scorre liscio
il riso
in quei giorni
di chiara delizia;
scorre sul viso
il latte
delle lacrime dolci
di un giorno
di gioia e di ozio
di gennaio.
Bisogna prendere il vizio.
LX. Anime (15 febbraio 2003)
In bilico
sul discrimine
tra solitudine e comunanza
è la fatica
del cogliere
l’essenziale.
La fiamma del fuoco
del rovere più arduo
a bruciare
ha due lingue,
due anime
da consumare.
LXI. Distanza (22 febbraio 2003)
C’è una terra bagnata
di sole e di fratellanza
che mi invita a sdraiarmi
con la nuca appoggiata
sulle mani calde di sole –
che siano un esile confine
dalla terra di prato:
è un mio rozzo disegno
per cancellare la distanza
da te che sei assetata
di terra arata.
LXIII. Capelvenere (2004).
Nella bonaccia più demente
della mezza ora del giorno
senza che una remota corrente
percorra le molecole d’aria,
quando gli olmi e le ruote del vento
non cantano la loro fresca
canzone contraria,
è solo il capelvenere
che danza
e sogna di danzare,
divinità dalle molte braccia,
creatura di seta.
Profilo alare.
LXVII Onde (2005)
Domande che si accavallano
sempre più indietro
fino ad arrivare
alla domanda delle domande
che più non si ricorda qual è.
Così le onde dei ruggenti cinquanta
possono continuamente
rincorrersi
attorno ai mari del sud
aspri e inospitali,
senza scoprire mai
la propria origine.
Così la penna a sfera
che scorre sul legno della sera
rincorre piaceri nascosti
piccole fiamme ineguali,
pensieri
leggeri,
presto dimenticati.
LXX Prova (settembre 2005)
Fuliggine delle stradine
polvere nascosta
unghie spezzate.
Costa
vivere.
Barlumi dell’adolescenza osservata e ricordata
mitologicamente.
Buio nemico
dietro le porte della sera.
Prova,
prova a camminare
da solo
nella brughiera
con un fastello
di memorie spezzate.
LXXIII Ebbrezza (ottobre 2005)
Ebbrezza del sentire
distendersi
le fantasie ossessive,
appianarsi
i grovigli nascosti
riposti negli armadi del cervello
liberarsi
pensieri di prima
delle carezze ricordate
delle paure disprezzate
dimenticarsi
le glorie non sperate
le praterie non calpestate
i glicini profumati,
tornare.
(Immagine: Lumiere, di Gastone Biggi)

Quanta delizia, in queste particelle!:-)
‘è solo il capelvenere
che danza
e sogna di danzare,
divinità dalle molte braccia,
creatura di seta.
Profilo alare.’
missione compiuta
Sono versi notevoli, la cui nervatura appare ben visibile sotto un’epidermide sottile quasi trasparente.
Alcuni versi mi suonano quasi con il tono e il ritmo della preghiera: la preghiera laica di un “io” che guarda dentro se stesso attraverso la natura, le opere e il tempo.
Complimenti…
Mi sembra una poesia che cerca di conoscere la natura avvicinandosi alla sua superficie. Nel suo desiderio di consapevolezza, non c’è il tentativo di scavare, di penetrare, ma la sincera e limpida volontà di tracciare un profilo, nient’altro che quello. E godersi la sua profondità, ben presente, senza la necessità di esplicitarla.