Articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 17 agosto 2007, p.12.
Voglio immaginare un angelo, un persiano, un uomo caduto sulla terra da un altro pianeta che scopra all’improvviso – come è tipico di personaggi del genere – tutta la poesia francese, ma anche quella tedesca e inglese, dal XII al XX secolo, da Théroulde, o più semplicemente da Chenedoullé, fino a Paul Éluard. Ecco, all’incirca, ciò che potrebbe osservare: la poesia appare oggi una faccenda molto più seriosa di quanto non lo sia stata un tempo.
Sacra, o poco ci manca. La poesia è diventata povera e miserabile proprio quando a tutti sembrava preziosa, perdendo in mezzi ciò che, anno dopo anno, guadagnava in lodi. È comune, ai giorni nostri, sentire affermare da gente a cui si riconosce una parvenza di ragionevolezza – scrittori e persino critici – che una poesia basta a scatenare le forze segrete dell’universo, che una parola ritmata con imprudenza può generare isole e foreste, che un verso ha il potere di scuotere gli elementi e che, in fondo, basterebbe meditare sulla prima lettera dell’alfabeto per cadere rapidamente in preda alla follia.
Faccende del genere succedono quasi tutti i giorni, ma nessuno ha mai perso coscienza per questa sola ragione. Sono questioni tanto sottili e profonde che non ci si può sottrarre al dubbio che i loro autori conoscano davvero la ragione per cui dicono ciò che dicono. Il punto, semmai, è capire se credono davvero a quello che dicono. Potremmo fare alcuni esempi, per focalizzare meglio il punto. Oltrepassare col sogno e con l’azzardo ciò che dicono i poeti non avrebbe senso. Basta riuscire a capire il significato delle loro frasi, cosa di per sé tutt’altro che facile. Quel che vediamo, in ogni caso, è che al prezzo di certe fantasie proprie di un critico, una qualsiasi poesia da tre soldi – come se ne fanno sempre e sempre se ne sono fatte, come se ne inventano in gran quantità in qualsiasi pranzo di nozze, gioco d’infanzia o ritrovo di vecchi militari – diventa una meraviglia di bellezza e un incanto di purezza, oltre che di sentimento e di natura. Ci monta una invidia tale che si potrebbe cadere nella tentazione di inventarsi una o due poesie del genere, non fosse altro che per sfuggire ai ragionamenti e alle chiacchiere che ne conseguono. Dovremmo inoltre supporre che si tratti di un sentimento comune e naturale se vediamo interi poemi diventare più essenziali, se non addirittura spogli e semplicistici, davanti ai nostri occhi, proprio mentre le idee teoriche si fanno sempre più lusinghiere. Un bel giorno il poeta ha scoperto che la poesia è preghiera e ha di conseguenza abbandonato le rime incrociate, baciate, i poemi sacri e le villanelle. Al colmo della «creazione» il poeta crede che la poesia si sottragga a ogni morale e così rinuncia all’epopea. Si inventa che il poeta è un visionario e un mago e il discorso in versi, l’epistola, la satira gli appaiono dunque generi meschini e poco degni di considerazione. Il poeta crede dunque che la poesia sia consapevolezza dell’inconscio, conversione del nulla in tutto, esercizio spirituale, apprendistato frenetico dell’esperienza mistica, ed eccolo che soppesa il madrigale con il rondò, l’idillio con l’eroide, la poesia didattica con quella pastorale. Visto che la poesia è ascesi e magia, quanti ditirambi! Che identità di contrari, e al diavolo i metagrammi, i monologhi, i terzetti! Messa in questione della nostra condizione umana, ma fine dei centoni, dei giochi di parole, degli equivoci. Al tempo stesso creatrice e creata, basta tragedie in versi, sonetti o proverbi! Comunione con l’essenza delle cose stesse, e addio alle rime incrociate (…) Più la poesia si crede degna di ammirazione, più il poeta si ritrova povero.
Una vecchia storia, presente nel folklore, racconta di un netturbino che sogna di essere un sultano. Ogni notte, giovani e bellissime cortigiane lo aspettano per accarezzarlo nella bruma del sogno. Ma, alla fine, cosa succede? Si intuisce che resterà un netturbino. E se per avventura diventasse davvero un sultano, cosa sognerebbe? Forse di pulire le strade? Un’altra storia racconta del soldato che, ogni notte, si ubriaca per immaginarsi colonnello. Ma, si potrebbe ribattere, i nostri critici e i nostri poeti non sono né spazzini, né alcolisti.
È probabile, poiché che tutti lo ripetono, che vi sia un mistero nella poesia. Certo è che, nei confronti della poesia, ci comportiamo come se il mistero esistesse realmente. Apri un libro e sei subito preso al giogo. Ancora prima di averne letto una sola riga. Aspetti. Cosa? Poco importa, aspetti. Subito ti senti separato, staccato, liberato. Da che? Per esempio – che tu sia uomo o poeta – da ogni gelosia, dall’amor proprio, dal timore della comparazione. Perfettamente liberato da te stesso (cosa che non succede mai senza un po’ d’ansia).
Non ti senti umiliato o molestato dal mondo. Al contrario: ti ci identifichi, ti senti ristabilito, come se entrassi in un bel monumento o partecipassi a una cerimonia.
Tutto si è riconciliato, pensi a te stesso senza il solito pessimo umore. Anche la tua voce interiore si trasforma. In seguito arriva anche la poesia. E quando se ne è andata? Allora capisci che non hai imparato molto, che il tempo passa rapidamente, che bisogna approfittare dell’attimo che fugge. Certamente. Forse i tuo capelli somigliano a delle foglie e i tuoi denti a pietre. Prima ne dubitavi. In ogni caso, ti senti vagamente cambiato e ti è rimasta addosso qualche traccia dell’accaduto: è come se all’improvviso fosse diventato strano il fatto che i tuoi capelli somiglino a foglie e i tuoi denti a pietre. In quale incantesimo eri caduto, se il banale ti sembrava unico, e l’unico banale? Succede poi che quello stato si prolunghi e ti estranei, almeno in alcuni momenti. Come se il mistero della poesia fosse quello di rendere misterioso ciò che non le appartiene. Più tardi, tutto ritorna all’ordine. Ma tra l’attesa e la ricaduta, cosa è successo? È proprio questo il mistero, e se si accetta che quanto è successo è davvero misterioso cosa resta da dire? Niente.
Va aggiunta una cosa: non si tratta di un mistero «per specialisti», ma di un mistero comune. Non un mistero per professionisti. No, è un mistero per tutti. Ognuno di noi è passato attraverso questa esperienza. Ognuno può rientrarvi in qualsiasi momento. Eppure, per provarlo, è più facile non essere degli specialisti. Un esteta, è noto, giunge ad ammirare tutto ciò che desidera ammirare e riesce a amministrare abilmente il proprio mistero. Non so in che modo, con quale formula, ma ne usciranno grandi temi e parole nobili.
Lo specialista ha i suoi temi e i suoi ritmi convenuti. È il pericolo corso da ogni specialista: che il mistero non gli si presenti più come qualcosa di misterioso. Ma l’uomo comune non vuole sentire ragioni. Diffida delle parole troppo «alte», preferisce che si faccia poesia con quello che passano i tempi correnti: con giochi e lavoro, con il bordello e la drogheria, con le miserie e la guerra. Accetta di essere sorpreso dal mistero, ma senza l’ambizione di direzionarlo dove gli pare. Lo rispetta, senza cercare di comprenderlo o di inaridirlo. È come se lo specialista – mentre comincia a costruire le proprie spiegazioni e le proprie fantasie – fosse diventato un eretico, e l’uomo comune un ortodosso. È proprio a quest’uomo comune che dobbiamo rivolgerci, per capire quel che vuole dalla poesia, quel che si aspetta. Sottolineiamo il fatto che ha tutto il diritto di non chiedersi, né aspettarsi nulla. Per esempio, non lo interessa, né lo stupisce la figura del poeta. Non ne fa una sorta di profeta, di elefante bianco o di stella (cosa che facciamo invece noi intellettuali). La maggior parte delle volte ignora persino il suo nome (che, d’altronde, non figura nel corpo di una poesia, a eccezione dell’anagramma, ma questa è ormai una forma disprezzata).
Il poeta può chiamarsi come gli pare, poco importa. Ma sulla poesia il nostro uomo rivela esigenze precise, addirittura categoriche. Vuole, prima di tutto, versi regolari, con cesure, numero fisso di sillabe e che, soprattutto, siano in rima. Non perché li voglia canticchiare. Semplicemente perché li vuole tenere a mente. E il più bel verso del mondo, se non si prova il desiderio di recitarlo, non è che fatica sprecata. Rifiuta la poesia oscura. Non che l’oscurità lo spaventi, dato che tutti i giorni usa proverbi e modi di dire cento volte più criptici di un poema ermetico. Ma quella dell’uomo comune è una oscurità ingenua, data dagli avvenimenti, dalla vita stessa. Sdegna e rigetta, invece, l’oscurità meditata, quella che diviene, nelle mani del poeta, un mezzo o un’arma di poesia. Su questo punto il nostro uomo comune diventa intrattabile. Preferisce un significato chiaro che possa essere messo in prosa. Non è per l’ascesi, né per la magia provocate da un gesto lontano. Preferirebbe le epopee, se ancora se ne scrivessero, o i sonetti, o le epistole, o le elegie. È per la poesia dei mezzi contro quella dei meriti e dei fini. (…)
Per molto tempo sono stato segretario di alcune riviste ed è verosimile che, come tale, io abbia le mie particolari debolezze, i miei partiti presi, le mie poche speranze. Per esempio, mi ricordo benissimo i nomi dei poeti (e le onorificenze che sono state loro attribuite), me li ricordo molto di più di quanto non ricordi i versi delle loro poesie. Ecco un piccolo poema che ho letto chissà dove, forse venti anni fa o poco più. Di questo ho dimenticato completamente il nome dell’autore e tutto ciò che mi ricordo di lui è che porta un nome un po’ banale, uno di quei nomi dei quali si dice che difficilmente lo scorderemo e, appunto per questo, ce lo dimentichiamo subito. Ma la poesia, quella, non l’ho dimenticata: «uccello invisibile che canti / con la virtù della tua voce / l’ovile in vacanza / e le mie pesche di un tempo. Agrestemente resuscitano/ Faccio pascolare gli uni / Rendo ancora complici gli altri /della figlia del pastore». (…) C’è di che riflettere. Ma io mi pongo, come mi ponevo allora, una domanda molto precisa e su questa dovremmo tornare. Cosa è una regola poetica? A prima vista si tratta di un certo ordine di sillabe e parole. Si, ma dopo? Dopo diventa una specie di stordimento e di rivelazione. Uno stordimento a cui tutto il resto, parole e sillabe, resta sospeso. Ecco perchè per pensare esattamente la regola la dobbiamo pensare due volte, la dobbiamo pensare in movimento. Come per quei monumenti barocchi che si vedono male se non si gira loro velocemente attorno. Non dico sia un’operazione semplice ma, di certo, è un’operazione necessaria se davvero vogliamo pensare le regole della poesia.
Jean Paulhan
(Trad. di Marco Dotti)

“È proprio a quest’uomo comune che dobbiamo rivolgerci, per capire quel che vuole dalla poesia, quel che si aspetta. Sottolineiamo il fatto che ha tutto il diritto di non chiedersi, né aspettarsi nulla. Per esempio, non lo interessa, né lo stupisce la figura del poeta. Non ne fa una sorta di profeta, di elefante bianco o di stella (cosa che facciamo invece noi intellettuali)”
E’ proprio qui il punto: tenere conto delle attese (presunte) del lettore, o non tenerne conto, tirando dritti seguendo una propria idea di poesia?
Mi sembra la domanda focale di questo interessante articolo, che sarebbe bene leggere e rileggere un po’ tutti.
Grazie, Fabrizio
Giovanni
grazie, Giovanni, sapevo di poter contare su di te:-).
qui c’è una domanda cruciale sulla poesia, in effetti. e come a tutte le domande cruciali, è difficile rispondere.
fabrizio
Io credo che bisognerebbe sempre, a monte, pensare al lettore; che si scrivano reportages, racconti, romanzi, o poesia. Nel rispetto del mistero, che non deve essere mai troppo fitto, pena l’incomunicabilità.
FK
Pensare la “regola” non come ipostasi, ma come “movimento”, un mareggiare incessante tra le due rive dello “stordimento” e della “sospensione”. E’ uno dei temi cari alla produzione di questo grande studioso e intellettuale, al quale dobbiamo, tra l’altro, la “scoperta” e la valorizzazzione di alcune tra le figure fondamentali, nell’arte e nella letteratura, della cultura francese del Novecento.
A prescindere dal contenuto dell’articolo, ripensando a Paulhan mi viene da fare un’amara riflessione: che la cultura italiana, tranne pochissime eccezioni, abbia sempre sofferto, e oggi ancora di più, della mancanza di “figure” simili.
fm
il poeta è un poveraccio con qualcosa di troppo o di troppo poco.
il titolo originale redazionale de il Manifesto è: “Nella poesia un mistero alla portata di tutti noi” insita, qui, la risposta a quanto si scrive nell’articolo. il titolo qui proposto è più sintetico e “misterico” e, se si vuole, più “poetico”.
il TALENTO dell’artista.
la piena comprensibilità o meno dei cosidetti “contenuti” che, quasi sempre, sono innumeri e soggetti alla interpretazione. anche il vuoto significa. perenne storia polisemica.
il poeta vero spesso non ha amici né tra gli intellettuali né tra la gente detta comune: è solo, semplicemente. viene, forse, tirato per la giacchetta, ma niente di più. non riesce a scorrere nell’olio del tempo senza opporre resistenza.
la poesia adora la vita e la nega.
ecc. ecc.
MP
correggo: cosiddetti
a me viene da pensare con tenerezza a questo “uomo comune” a cui sempre si fa riferimento, un essere a quanto pare amorfo che dovrebbe plasmarsi assecondando regole a cui difficilmente potrà mai accedere, e destinato dunque a fare da capro espiatorio quando l’evoluzione naturale della società produce cambiamenti.
Eppure fin dall’antichità “l’uomo comune” è stato destinatario e custode di cultura.
A questo punto mi viene da pensare che sia l’intellettuale ad essere sempre un po’ in ritardo, a frenare invece di andare incontro ai nuovi linguaggi, a diffidare delle regole che nascono dal “andar contro le regole” , quasi si sentissero minacciati.
Non cerco il mistero nella poesia, voglio che il mistero mi si compi dentro, non so in che modo, perché, se ne valga la pena o no, ma vorrei che la poesia facesse questo.
lisa
grazie a Franz, Francesco, Marina e Lisa.
credo anch’io nella regola come “movimento”.
il valore di questo articolo sta nell’aver posto con coraggio e ironia una questione che molti, quasi tutti, mettono tra parentesi: per pigrizia o malizia.
mi viene in mente De Andrè, che a chi voleva fare di lui un mito, diceva di essere un artigiano.
ogni volta che il poeta scende dal parnaso, ci guadagnano tutti.