Riccardo Ferrazzi. L’evasione e l’epica.

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Tratto da http://merlincocai.splinder.com/

In tutti gli esseri umani il bisogno di evadere dalla piatta quotidianità è inestinguibile, e si sazia con la fantasia. Ai bambini che non hanno ancora imparato a leggere si raccontano le fiabe. Poi subentra Verne. Per gli adulti c’è Kipling.

Però, una volta messa la faccenda in questi termini, c’è da chiedersi come mai la fiaba per piccini deve per forza essere surreale, mentre la storia per adulti deve essere fondamentalmente realistica. Perché l’adulto non dovrebbe gradire una storia surreale? L’adulto apprezza la fantasia tanto quanto il bambino, ma accetta l’intrusione del surreale solo come metafora per districare i paradossi della realtà. Mentre il bambino vuole sognare e credere al suo sogno, l’adulto vuole essere consolato nei suoi amari risvegli: se le sue aspirazioni sono rimaste velleitarie la colpa non è sua, ma di una realtà ostile dalla quale si può evadere soltanto verso l’isola-che-non-c’è. Il bambino ha fiducia in se stesso, l’adulto è masochista. Il bambino pensa di cambiare la realtà, l’adulto si accontenta di salvare l’anima (e non è sicuro di riuscirci).

***

“Signor Sulu?”

“Asteroide sconosciuto dritto di prua, comandante.”

“Tenente Uhura?”

“Sto chiamando su tutte le frequenze, ma non c’è risposta, comandante.”

“Signor Spock?”

“Dati insufficienti per l’analisi, comandante.”

“Benissimo! Tre uomini con me. Teletrasportateci sull’asteroide!”

In ogni episodio di Star Trek succedeva qualcosa di simile a questo dialogo. Che, se ci si pensa, è quanto di più demenziale si possa immaginare. Se fossi imbarcato sull’astronave comandata da un irresponsabile come il capitano Kirk chiederei l’immediato trasferimento. Ma chi si interesserebbe a una Enterprise che segue le procedure consigliate dal regolamento per i casi dubbi e si limita a segnalare l’asteroide alla base? La regola è che deve succedere qualcosa che esca dall’ordinario, altrimenti non c’è niente da raccontare. Ma questa cosa degna di essere raccontata che senso ha?

***

Cappuccetto Rosso insegna alle bambine a non andare da sole nel bosco, la Bella e la Bestia insegna a cercare nei maschi qualcosa di diverso dalla grazia. La fiaba ha uno scopo puramente educativo-pedagogico? Sembrerebbe di sì. Ma allora cosa dobbiamo pensare, che Peter Pan esalti lo spirito di avventura per educare i bambini a essere temerari e irresponsabili?

La realtà è sicuramente più complessa, e bisognerà prenderla alla larga.

Alessandro Magno andò all’assalto dell’impero persiano quando aveva ventun anni. Napoleone ne aveva ventisei quando si lanciò nella prima campagna d’Italia. È vero che Giulio Cesare andò in Gallia a quaranta, ma è altrettanto vero che, secondo Plutarco, durante il viaggio scoppiò a piangere perché alla sua età Alessandro aveva già conquistato un impero e lui non aveva ancora combinato niente. Quel che voglio dire è che le imprese, non necessariamente guerresche, si fanno da giovani o non si fanno più. Un capo avanti con gli anni va bene per organizzare una difesa, non per guidare un assalto. Come mai? Machiavelli dà una risposta che può sembrare stupida: dice che la fortuna è femmina e per questo ama i giovani, i quali sono feroci e la battono e la tengono sotto.

D’accordo, Machiavelli era un insopportabile fallocratico maschilista (del resto, ai suoi tempi il femminismo era di là da venire), ma un fondo di vero nel suo discorso c’è. Se uno ha in mente un progetto, e per prendere l’iniziativa aspetta di avere tutte le circostanze a suo favore, campa cavallo, non si muoverà mai. Per poco che abbia le idee chiare, gli conviene prendere l’iniziativa, sparigliare le carte e disorientare gli avversari. La fortuna bisogna andarla a cercare, prenderla per i capelli e tenerla stretta.

Ma per fare un gioco così avventuroso bisogna essere spregiudicati, con una grande fiducia in se stessi, ambiziosi, presuntuosi e insofferenti (tutte qualità che diventano pregi se l’avventura ha successo, e diventano difetti se fallisce). È raro che un uomo di mezz’età riesca ancora a essere spregiudicato: di solito ha finito per considerare stabili le situazioni alle quali si è appoggiato e perfino quelle che ha combattuto. Invece in un giovane la spregiudicatezza è naturale.

Tutto questo per concludere che cosa? Che le fiabe, tanto quelle per adulti che quelle per i piccini, hanno più che altro uno scopo consolatorio. Ai bambini dichiarano: “Fai bene a essere intraprendente, perché il mondo ti aspetta”. Agli adulti sussurrano: “Fai bene a essere prudente, perché il mondo è troppo complesso per capirci qualcosa”. Insomma, dicono a ciascuno ciò che desidera sentirsi dire. E, stando così le cose, è logico che il surreale vada d’accordo con l’intraprendenza e che la prudenza preferisca il realismo.

***

Come si vede, in relazione al pubblico a cui ci si rivolge, ci sono regole da rispettare. Però le regole sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Ci sono migliaia di libri che rispettano le regole e non sono niente più che letteratura di evasione, roba da leggere in treno fra Milano e Voghera. Qualcuno è anche un best seller nonostante che non riesca a dire niente più di ciò che c’è scritto. Due personaggi come Sandokan e il Capitano Nemo possono diventare famosi, ma sono dei romantici sbandati, ribelli senza strategia, mossi da sentimenti e rancori personali. Il lettore che prova a identificarcisi avverte la mancanza di un respiro più vasto. Tanto è vero che il loro pubblico è rigidamente individuato: maschi fra i tredici e i sedici anni che stanno vivendo l’epoca delle tempeste ormonali e del ribellismo fine a se stesso.

Achille invece è tutt’altra cosa, e parla a tutti. Finirà male, lo sa, e in più è un mostro di egoismo e di ferocia, eppure è grande. Come mai? Perché ciò che tocca le corde più intime del pubblico di ogni età è l’epica, la dimensione che eleva al di sopra della misura umana. Quando Achille piange, sua madre sorge dal mare per consolarlo. Quando resta senza armi, un dio si scomoda a costruirgliene altre. Per lui si muovono cielo e terra. E lui, quando si muove, lo fa con la ferma convinzione di servire un Ordine superiore, dettato dal Fato. L’epica sta tutta qui: nel compiere atti il cui significato trascende la persona che li compie. Non importa quali atti. Dipende da come si fanno, dalla visione del mondo che lasciano intravedere.

15 pensieri su “Riccardo Ferrazzi. L’evasione e l’epica.

  1. ruggerosolmi

    conosco ferrazzi da venticinque anni. sono contento di leggerne le gesta qui. lui non mi conosce. questo è il prezzo della notorietà. spero di leggerlo presto. leggete merlincocai, il suo blog a-politico. un uomo che ha nel perplimersi il suo ancoraggio. lo scettico blue, mahleriano in isolde am meer. eccolo. ciao ferrazzi,
    e saluti
    rs

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  2. Ginevra

    tutti ambiscono alla grandezza, un punto fermo nell’esistenza che sappia arricchirci.
    Ma tutto dipende da quanto bambino conserviamo in noi.
    è lui che ci spinge a rischiare,
    a sognare, a guardare.
    La troppa razionalità rende sterile lo spirito.
    La giusta misura, quella occorre!
    chi la possiede?

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  3. Gaja

    Anche io sono contenta di leggere Riccardo qui. E, presto, lo leggerai anche altrovi, mio caro Solmi. Sàppilo. Preparati. Un abbraccio a Riccardo, a presto!

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  4. Noncisiamoproprio

    “Cappuccetto Rosso insegna alle bambine a non andare da sole nel bosco, la Bella e la Bestia insegna a cercare nei maschi qualcosa di diverso dalla grazia. La fiaba ha uno scopo puramente educativo-pedagogico? Sembrerebbe di sì.”

    Mi spiace contraddirla, ma il discorso sulla fiaba e sui suoi significati è moooooooooooooooolto più complesso. Si legga, come minimo, il fondamentale testo di Bruno Bettelheim “Il mondo incantato”.

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  5. robertorossitesta

    Carissimi,
    “noi siamo” imbarcati su un’astronave comandata da un irresponsabile come il capitano Kirk. E magari di più.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. Marco Saya

    Interessante, anche se l’analisi, a mio avviso, in alcuni tratti, può essere semplicistica (mi ricorda a tratti l’Alberoni divulgativo dalle sentenze scontate)

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  7. riccardo ferrazzi

    Forse non sono stato abbastanza diretto. Non intendevo fare un’analisi della struttura della fiaba, o della letteratura per ragazzi, né dal punto di vista psicanalitico né dal punto di vista della tecnica di scrittura. Sul suo blog, ne parla Angelini, che ne sa cento volte più di me. Io cercavo di partire ab ovo per arrivare ad altro. Chi ha letto il post fino in fondo forse avrà notato che le premesse tendono a convergere sull’epica. Questo è il discorso che mi interessa. Se non si nota è colpa mia. Se sembra Alberoni, pazienza.

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  8. Marco Saya

    Riccardo, secondo te, ha senso parlare oggi di “atti epici”? Alberoni, poi, non è mai stato nelle mie corde ma riconosco che alcuni suoi articoli di fondo sul corriere, quando non sono decisamente banali, meritano di essere letti.

    Un saluto
    Marco

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  9. riccardo ferrazzi

    Marco, secondo me ha senso ricuperare l’epica proprio perché se ne è perso il gusto. A furia di demistificare e destrutturare, invece di trovare il nocciolo delle cose, c’è rimasto in mano il nulla. Secondo me è ora di scoprire altre strade (che poi saranno anche vecchie, ma almeno portano da qualche parte).

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  10. robertorossitesta

    Leggo nell’intervento # 11:
    “A furia di demistificare e destrutturare, invece di trovare il nocciolo delle cose, c’è rimasto in mano il nulla.”
    D’accordo, ma il problema è proprio questo: per alcuni (forse molti) il nocciolo delle cose non c’è, o è fatto di nulla, quindi il risultato li soddisfa o almeno dovrebbe.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  11. cf05103025

    Sono rimasto colpito, Riccardo, dal cesareo pianto in prossimità delle Gallie. Non lo ricordavo.
    Certo quell’uomo doveva essere spinto da terribile ambizione, anche da una paranoia emulatoria,(esagerando), che lo faceva correre a compiere quelle che lui credeva fossero epiche imprese. Alessandro fu davvero un mito, tanti duci cercarono di imitarlo, di copiarlo nel vestire, di tagliarsi la zazzera come lui, inclinare il capo da un lato per somiglargli e via dicendo.
    Però Alessandro nella sua folle grandezza, resta unico e forse compì epiche imprese, tipo la traversata del Kun-Lun in inverno.

    Però le imprese epiche vere restano quelle irraggiungibili e no verificabili storicamente, davvero nel tempo;
    di Alessandro si scrisse e parlò talmente mentre era vivo che divenne “prosaico” cioè troppo reale, forse.
    Ci possiam proiettare, magari, in Alessandro,
    ma Ulisse fa epos di più
    in questi giorni disperati di Berlù….

    A proposito di narrativa di evasione che uno sta lì in treno e si smammozza un romanso, cosa ne dice tu:
    c’è differenza tra la narrativa d’evasione e quella d’intrattenimento ed altro?
    Ci ho il chiodo fisso, orca

    Mariob.

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  12. riccardo ferrazzi

    Mario, non saprei. In linea di massima, mi pare che evasione sottintenda un volo nella fantasia (che non è necessariamente svaporatezza: in fondo, anche la Divina Commedia è un volo di “alta fantasia”), mentre l’intrattenimento si pone degli obbiettivi più limitati. Però questa è solo un’opinione.

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