Alessandro Zaccuri, Il signor figlio.

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Recensione di Elena F. Ricciardi

Il Signor Figlio, romanzo denso, intriso di richiami che dicono la profonda cultura che ne ha consentito la genesi, che spazia dalla teologia cristiana all’alchimia passando per la mitologia greca, i misteri del sacro Egitto e la saggezza dello Zend Avesta. Libro denso quanto a struttura, tempi che s’intrecciano in un tappeto caleidoscopico in cui solo una lettura attenta è in grado di ricondurre ciascun filo al suo rocchetto originario; denso quanto a personaggi che vi appaiono e scompaiono in una continua osmosi tra il passato e un passato più lontano e che tuttavia restano come sospesi nel presente di chi legge chiamato a lasciarsi toccare nelle corde più segrete e archetipiche dell’anima dall’incontro col conte Jack Rossi, il redivivo conte Giacomo Leopardi, e con tutti i personaggi del suo oggi o del suo domani che gravitano in questa intricatissima storia.

Ci si immerge come in un viaggio infero nella storia del conte Leopardi, sfuggito al colera che appesta Napoli, sfuggito alla sua identità di figlio per non commettere quel parricidio indispensabile al suo affrancarsi dall’ascendente che il Conte Padre esercita su di lui così come ogni padre sul proprio figlio; morto per rinascere altro, diverso, eppure uguale, per ritornare sotto mentite spoglie presso quel padre da ingannare, da sconfiggere, perchè il tempo, Krono -Padre tiranno, non sconfigga il nuovo, l’innovatore, il genio che non ha regole temporali, che non rispetta alcuna progressione dal padre/maestro al figlio/ discepolo, fagocitandolo come tutto ciò che non resiste e passa. Perchè l’autore non racconta una storia che si dipana regolare dal filo delle Parche – nascita, vita e morte – ma il ciclo del sole e della notte, il percorso dello scarabeo sacro che nutre la prole nello sterco accumulato in gallerie sotterranee nei suoi lunghi percorsi diurni; narra la continua ricerca dell’uomo della rinascita a qualcosa che rimane, persegue , oserei dire, l’unione degli opposti che passa per la negritudo alchemica per diventare pietra filosofale, sapienza non umana, ciò che sta al di là, oltre, in quell’oltre che pure è da cercarsi disperatamente attraverso il dire, lo scrivere, il ritagliare in quel biancore estremo che è la rivelazione sapienziale incarnata dalla Madre, madre terra, madre Cibèle, ma anche Madre Figlia del suo Figlio, via via il senso segreto che si rivela nel linguaggio, un linguaggio però che si manifesta nelle sue forme declinate, imperfette, incapace di dire esattamente, di manifestarsi nelle parole con quella adesione, con quella coincidenza che ne farebbero una lingua universale, la lingua del cuore, perchè la lingua è sempre traduzione, imperfetta, ma unica possibile di un codice segreto :

“Una traduzione, ben detto. Ma anche una traduzione potrebbe essere originale non trova? La lingua in poesia ha meno importanza di quanto si creda. Ogni poeta adopera un suo linguaggio interiore, che per accidens coincide con un idioma. Per caso intendo”.
Perchè le lingue
“Non sono fra loro straniere ma traduzioni provvisorie dell’unico dialetto che ogni mente parla con se stessa”.
E allora troviamo il conte Rossi intento a costruire indefessamente un’Opera che non è un libro, ma che pure è composta di miriadi di foglietti diligentemente scritti, perforati e collegati da fili appesi a pannelli di legno che ne fanno un’organon complesso e a cancellare con altrettanta acribìa le parole scritte quando viveva la sua vecchia identità, le parole dei Canti, delle quali, nella sua copia , non rimarranno che spazi angosciosamente bianchi su cui affiorano, come dopo un naufragio, relitti grafici risparmiati dall’oblio. E lo vediamo, in tutto questo tornare dal padre in forma epistolare, sotto falso nome e senza il pentimento del prodigo, anzi con la supponenza di chi desidera avere la meglio su quella figura austera amata-odiata. Ci attrae e respinge questa figura curva, storpia, sporca, sgraziata mentre intesse il suo inganno e nello stesso tempo costruisce una relazione nuova, almeno per il padre, che in quello sconosciuto vuole vedere il dono di un cielo che, se è stato crudele nel sottrargli i figlio Giacomo, ora sembra volerlo ripagare donandogli il bene di un ragazzo nato nello stesso anno che potrebbe essere suo figlio.
Una storia inscritta nel tempo, o meglio nei tempi, 1837-1857-1867-1915-1918, per citare solo alcune date, ma che cerca nel tempo una distinzione che non sia fra un prima e un dopo, fra ieri e domani, tempi che, come dice s. Agostino, non esistono se non nel cuore di chi ricorda e progetta, perchè il tempo vero è solo il presente; una storia che affronta le profondità archetipiche del nostro vivere il tempo, le relazioni fondamentali , quelle parentali, non a livello esclusivamente affettivo ma appunto esitenziale, per cui padre e figlio sono la manifestazione del tempo che ingoia ogni possibile dialogo fra le generazioni, perchè ciò che l’oggi ha di innovativo domani sarà vecchio e ciò che ieri è stato oggi non vale più. Ma c’è dell’altro ancora: la relazione col Padre è quella che dice: “non c’è discepolo più grande del maestro”, eppure in questo mistero che è il tempo irragiungibile del genio può accadere che il maestro sia il figlio, più avanti, più colto, più geniale, un pericolo per l’autostima paterna e per le convenzioni che tendono a crollare di fronte all’irriducibilità alla norma del “Signor Figlio”. Ma c’è anche la ricerca di quel tempo senza tempo in cui in principio era la Madre e la madre era una pietra, madre crudele che dice: “La tua testa di morto, sono io che l’ho scolpita”, in una straziante consapevolezza che quel germoglio che cresce nel grembo d’ogni donna è un cadavere ante litteram, così come cadavere sarà ella stessa in quel tempo in cui non ci sarà più tempo e il morbo della morte vorrà giungerle al grembo e da lì compiere la sua opera di distruzione, se la morte è la fine di ogni cosa o forse solo di nuova nascita, perchè come ogni nascita è una piccola morte così la morte può essere un travaglio al tempo eterno.
E allora ci immergiamo in un percorso affannoso: come in sequenze cinematografiche di grande effetto, l’autore alterna sapientemente l’agonia della poetessa Cécile Sauvage, il suo progressivo ingresso nel biancore alchemico che dà una conoscenza altra, dove presente, passato e futuro si fondono in un’unica visione rivelativa, alla discesa ad inferos del Jack fu Giacomo, che si fa Virgilio del suo pupillo, il Giovane Chi, per condurlo nel ventre della città e attraverso le condotte fognarie di una Londra sconosciuta e orripilante, abitata da esseri subumani, che non hanno mai visto la luce del sole, fino al palazzo della Regina Vergine , la Regina che veste di nero come suo padre Monaldo, in una stanza segreta che custodisce l’unica copia esistente dello Zend Avesta, il divino trattato con il suo esoterico commento, un regalo di nozze al Giovane Chi, quasi figlio del solitario Jack :

“Lo Zend Avesta è un deserto dal quale affiorano le vestigia sbocconcellate di un remoto splendore. Quel che Oromaze ha detto, il profeta Zoroastro ha scritto. E Arimane lo ha cancellato. Per questo ai fedeli si impone di adorare il fuoco che alimenta e divora […] E cosa c’è scritto?[…]I testi sacri sono materia per credenti io mi accontento di una cieca contemplazione. Certo io stesso ho il sospetto che tra quelle righe si annidi il seme di ogni sapienza, ma proprio per questo preferisco astenermi dalla lettura. Potrei addirittura procedere alla traduzione in ottimo italiano e in un passabile inglese se volessi cimentarmi, ma un’impresa del genere è più adatta ad un metodico metodista come voi, non credete?”
Il seme di ogni sapienza, il seme che può crescere e germogliare se è capace di morire a se stesso, un turbinio infinito di immagini archetipiche si dipartono da questo che è il culmine della storia, ma che è anche il suo incipit e l’ordito su cui tutta la trama si dipana, il seme della sapienza, una sapienza così spesso violentata dal genere umano, come aveva fatto il giovane Giacomo col suo studio ossessivo, e forse senza amore:
“Ne te plus oculi meis amarem. Il signor figlio , infatti aveva sacrificato la propria vista a Minerva, non a Venere: alla dea sapiente ma non meno spietata e lasciva, alla signora di ogni conoscenza che da lui aveva preteso veglie ininterrotte ed estenuanti liturgie”, una sapienza tutta cerebrale visto che Minerva nasce dalla testa di Giove senza intervento della Madre, cui l’uomo troppo spesso si sottomette, cui si tributano liturgie atee , estenuanti battaglie per accumulare sapere, un sapere maschile, fatto di osservazione, catalogazione, misura, un sapere esatto, esigito dalla competizione sempre più serrata, dal desiderio di dominare la vita fino ad esserne irrimediabilmente sconfitti.
Storie di padri e figli in lotta, storie di padri che pure hanno nostalgia di quel mancato rapporto con la propria genitura, col proprio seme, un seme che muore senza portare frutto perchè il figlio muore lontano dal padre, dopo aver compiuto l’ultimo gesto col quale dichiara compiuta la sua “Opera”.
“Padre perchè mi hai abbandonato”: l’ultima citazione, il grido di Cristo sulla croce, il grido di ogni figlio che lotta per capire perchè è venuto in questo mondo se poi sarà preda del tempo e della morte.
Bisogna tornare indietro per capirlo, tornare ad essere seme nel ventre della madre cercare in quel percorso fra luce e ombra che è l’agonia, la lotta per l’ultimo respiro il senso celato in quel detto evangelico: ” se non tornerete come bambini”, sapendo che la via che porta alla sapienza passa per gli inferi della conoscenza umana, e allora:
“Anche a loro potrebbe toccare la condanna di una notte interiore illuminata a giorno, buio alchemico, ombra albina, bianco su bianco proiettato nella mente”.

35 pensieri su “Alessandro Zaccuri, Il signor figlio.

  1. se non è denso

    Non si trova una rencensione, una, fra dilettanti, come nel presente caso, e professionisti, dove non imperversi l’aggettivo “denso”, ma ripeterlo ben tre volte nelle prime cinque righe è un vero record. Complimenti. Accompaganto ad “intriso” poi è davvero il minimo.
    Ma questa benedetta densità buona per tutte le stagioni cosa diavolo è?
    Trattasi forse di minestre, quelle Knorr, nella busta di carta, aggiungere acqua e sobbollire 5 minuti?
    Quelle con il dado e le stelline?
    Roba comunque annacquata ed incolore.
    Fossi l’autore querelerei al primo “denso” che esonda fuori dalla pentola.
    Abbasso il critichese!

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  2. Ginevra

    Adesso mi spiego perchè questo romanzo ha interessato certe persone!
    Interessante presentazione, Elena.

    Ginevra

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  3. vbinaghi

    L’ho recensito anch’io in questo blog, e confermo che si tratta di un romanzo molto importante. Il migliore del 2007, per me.

    Quanto alla densità, perchè fermarsi alla ripetizione di un aggettivo quando una recensione è così intelligente, appassionata?
    Se non è denso è rarefatto.
    Se l’imbecille non vede la luna è perchè guarda il dito.

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  4. Gian Ruggero Manzoni

    Ho molto gradito questa recensione. Il libro in effetti è denso (e lo dico senza ironia nei confronti dell’autrice del post e senza voler fare il verso al primo commentatore)… io l’ho definito, se non erro, ‘farcito’ e ‘sapiente’, sempre nella pagine di questo blog. E’ un buon libro che, cmq, perché buono (forse troppo) non avrebbe potuto vincere il Campiello. Giusto, però, che fosse in cinquina, almeno il segnale c’è stato. Grazie.

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  5. a blink before the end

    Bice Mortara Garavelli, manuale di retorica, tascabili bompiani.p184-233, le figure di parola: lettura interessante per digiuni(#1) dell’armamentario minimo dello scrittore.

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  6. se non è denso

    Ma quali figure di parola, siamo molto, ma molto più indietro, qui. La punteggiatura di questo pezzo è veramnte demenziale e scorretta. A piacere, a ca….so, si direbbe, prima del che a volte abbiamo virgole, a volte no. Ugualmente prima delle congiunzioni. Gli incisi con il gerundio, il participio passato e l’infinito le richiedono, poffarbacco. Abuso ripetuto del punto e virgola. Quando ci vuole un punto lo si metta: aiuta la chiarezza, la logica, la chiarezza dei concetti. Una recensione non è un fluxus di coscienza. Ci sono all’uopo il punto di seguito ed il punto a capo.
    Altro che dito e luna, sorvolando l’imbecille, un continuo dito nell’occhio.
    Periodi troppo lunghi e confusi: le subordinate galleggiano senza trovar loco, annegando il senso.
    Un po di ripasso della punteggiatura e della grammatica ci starebbe bene, oltre ad un sgombero soffitta dai vari clichè, da quell’enfasi stucchevole della “continua osmosi, sospesi nel presente, straziante consapevolezza, affannoso percorso, cercarsi diperatamente, profondità archetipiche, il senso celato” e tutto il ciarpame riciclabile per qualsiasi malcapitato autore.

    Un divertente articolo da leggere attentamente:

    http://www.telegraph.co.uk/arts/main.jhtml?xml=/arts/2004/08/08/bocliche.xml&sSheet=/arts/2004/08/08/botop.html

    Forma e contenuto camminino a fianco.
    C’è sempre da imparare ed un po’ di auto editing non guasta mai.

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  7. elena f

    Signor se non è denso io sono Elena F. Ricciardi potrei avere l’onore di sapere chi mi sta impartendo la lezione? Se c’è da imparare va bene, ma perchè schermarsi dietro un nick già di per se offensivo? Se lei ha ragione non ha motivo di nascondersi, se invece in lei c’è un eccesso di bile non meglio indirizzabile allora è un altro discorso. Ma non importa.

    Approfitto per ringraziare Gianruggero e ABBTE.

    cordialmente

    elena f

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  8. se non è denso

    Il nick, qui ed altrove, oltre che lecito, nel presente caso non è affatto offensivo.
    Lei lo intende così.
    Nessuno si scherma.
    Sapere chi sono non le aggiungerebbe nulla.
    Abbia l’umiltà di accettare le critiche.
    Che dietro una critica si nasconda bile è un ragionamento assai infantile, da permalosa messa all’angolo.
    Mediti e corregga anche gli spazi in eccesso prima dei due punti, gia che c’è.
    Non si finisce mai d’imparare.
    Amen.
    La messa è finita.
    Andate in pace.

    🙂

    Non si prenda troppo sul serio.

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  9. se non è denso

    O son solo un umile farticello minore.

    Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Laterza 2003

    Luca Serianni, Italiani scritti, Il Mulino 2003

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  10. Gian Ruggero Manzoni

    # 12 Carla. In effetti 😉 visto che per 3 giorni… o forse 4… se non di più… le ho fatte e le ho subite, speravo fossero finite. Resta il fatto che Zaccuri meritava una recensione da un’amante-praticante della musica come Elena… del resto anche il buon Giacomo poneva nella musica una delle sue poche consolazioni di vita.

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  11. Carla

    🙂
    Questa mia collega sa a memoria anche alcune poesie del Carducci e di Leopardi!
    è un fenomeno!

    p.s.
    le recensioni appassionate sono le più invitanti, per me!
    la concisione la preferisco in altri ‘lochi’

    ciao

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  12. giovannichoukhadarian

    Anche se, per fortuna, il thread è chiuso, le obbiezioni sollevate in punta di penna da Se non è denso (nick del tutto legittimo, in un blog e sul web, che è da sempre territorio di nascondimento piuttosto che di striptease autobiografici), hanno poco fondamento. La prosa di Elena F. Ricciardi tende in effetti all’ipotassi, ma non pare manchino i corretti snodi sintattici fra una proposizione e l’altra; e in quanto all’iterazione dell’aggettivo tanto vituperato nell’attacco del pezzo, ha appunto valore rafforzativo. La modalità può non essere originale, anzi di certo non la è: ma di qua a dar di raca a chi la usa ne corre.
    Così, per dire, no.

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  13. matteo

    Io non ho avuto tempo di leggere ma saluto Elena f perché m’è simpatica, per vari motivi e fra questi per come ha parlato di musica. Do volentieri un pregiudizio positivo, così sulla fiducia. Però prometto di leggere e prometto anche che, qualora qualcosa non mi convincerà, lo dirò.

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  14. matteo

    oh Elena f, guarda che non ci sto facendo il marpione anche perché, pure se mi chiamo Matteo a causa di traversie passate sono Portia e ancor prima Portia. E ancor prima una donna molto molto etero 🙂

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  15. matteo

    ciao Gian Ruggero non capisco chi ti è partito(!) 🙂 eppure in quel comm che ti postai in Brindare c’era già tutto, copio e incollo per non fare ulteriore confusione
    “sono felice che sia “finita” così. Accolgo e sottoscrivo il tuo appello. Portia, come raccontò già il Grande Bardo, dovette smettere i suoi abiti femminili e diventare Baldassare per farsi intendere. Ora torna volentieri ai suoi paramenti femminei. Il mascheramento di cui si è servì fu solo per dissumulare non già per ingannare il prossimo. Perciò perdonatela se usò un piccolo strategemma che l’intelletto e il cuore no, dietro le vesti, mai li mascherò e furono sempre autentici.”

    Sono una persona che gli pseudonimi li usa non per nascondersi, al contrario, per rivelarsi. Infatti non uso pseudonimi a caso, sono molto evocativi tanto che ho dovuto fare quel che fece Portia nel “Mercante di Venezia” e di certo non l’avevo programmato, cioè indossare abiti maschili. Questo mi ha confermato che le parole sono strumenti magici e potentissimi.
    Comunque non ha importanza, ciò che conta è essersi capiti. Che come ti ho già detto mi pesava molto aver chiuso in maniera così brutale. Attraverso i ragionamenti ci siamo compresi, questa è l’unica cosa davvero importante, da Uomo a Uomo anche se uno dei due è Donna. Questo particolare spero non ti faccia cambiare opinione su Matteo. Un saluto e un grazie sincero

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  16. Gian Ruggero Manzoni

    Assolutamente no, Matteo-Portia-Ipazia, nessuna mutazione di opinione, anzi! (…avevo già e ben inteso – cmq continuerò a chiamarti Matteo – mi piace questa storia tra il gay-trans-etero e mettila come ti pare 🙂 )… solo che l’ultimo nick, dei 3, mi ero scordato dove tu l’avessi usato: Ipazia (ovviamente Ipazia d’Alessandria, se non erro?). Ecco perché quel mio dire al 28 e il giocare sul malinteso.
    Poi: “me ne sono partiti 2″… era riguardo i commenti… 2 eguali di seguito e non so il perché (misteri di worpress). E certo che ci siamo intesi e felicemente rappacificati… grazie ancora per avermi fatto sbollire e avermi fatto nel giusto ragionare (ancor più seducente che ci sia riuscita una donna – anzi, meglio, meglissimo, significativissimo!). Un abbraccio. 😉

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  17. Rina

    Dunque avevo ragione che Portia fosse una donna. Il modo di esprimersi femminile e quello maschile, secondo me, sono.. nettamente diversi.
    Ricordo una volta qualcuno propose una poesia di -un- poeta. Con tanto di nome e cognome:) Trovavo in quell’esprimersi il tocco femminile.. Non precisai la mia impressione per non urtare l’autore ..chissà, invece, forse sarebbe stato un complimento! 🙂

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  18. matteo

    Sì sì Gian Ruggero, proprio a quell’Ipazia là pensavo quando ho scelto il nick. Non per emularla, che io sono niente al confronto, ma per ricordarla e renderle omaggio. Quando è venuto il momento per Ipazia di andare via ha passato il testimone a Portia. Altra figura emblematica e un po’ più vicina alla nostra epoca, anche dal punto di vista temporale.
    Dopo la ferocissima battaglia non speravo in un epilogo così felice e questo lo rende ancor più bello.
    Sì noi donne, pur nell’uso ferreo dell’intelletto e della logica, dovremmo essere portatrici di un valore aggiunto: il cuore. Non la melassa dei sentimenti, no. Ma il cuore del grande Antoine de Saint’Exupery. Quel cuore che è il solo a permetterti di vedere bene, perché l’Essenziale è invisibile agli occhi. Quel Cuore lì, alla fine, va sempre a braccetto con la Ragione, non c’è guerra fra loro.
    Un abbraccio

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