Magazzino mondo, di Francesca Genti

I. L’arcobaleno appiccicato al muro frusciava perché c’era il vento e la finestra era aperta. Era fatto con pastelli a olio marca Panda, una marca molto dolce. I colori c’erano tutti in abbondanza, non erano solo sette, ma molti di più. C’erano tanti tipi di arancioni e di rossi, e di verdi; i colori preferiti. Le foglie di edera del castello Sforzesco, era settembre, erano un manto molto spesso verde e argento e frusciavano nel vento, sembrava volessero dire qualcosa di importante, erano magicissime, non come l’erba su cui stavo seduta, a cui le lattine e le siringhe e i mozziconi di sigaretta avevano totalmente disinnescato la magia. Le guardavo; mi sembrava un momento grandioso. Carico di rivelazioni. Sarebbero arrivati gli extraterrestri, avrei cambiato lavoro, o non avrei avuto più bisogno di niente e nessuno per vivere allegra. Avrei forse vissuto con gli ortaggi trovati nella cassetta dei mercati alla fine della giornata. Avrei fottuto i soldi ai miei genitori per trasferirmi in un posto esotico. Sarebbe arrivato nella mia vita un grandissimo uomo, da un altro sistema solare, e mi avrebbe dato indicazioni precise su cosa fare e perché. Forse alcuni gatti, cani, oche e altri animali che avevo incontrato durante la mia vita, mi avrebbero chiamata, per vivere con loro; in una campagna anonima. Invece era solo domenica, il giorno malinconico in cui non si lavora; e non avevo voglia di ringhiare contro il mondo, contro i tamarri e i loro jeans a vita bassa, contro tutte le donne più carine di me, contro l’america o contro berlusconi e quindi non sapevo cosa fare oltre guardare l’edera. Che era uno spettacolo fantastico d’argento e faceva anche rumore tipo sonaglietti. Il giorno dopo andavo a lavorare. Ovvio era lunedì. Salivo in ascensore, destinazione ottavo piano, c’era tanta gente che saliva con me e io con loro uguale a loro. Certi alla domanda “come stai?” rispondevano “da lunedì”, certi, poiché l’ascensore si fermava a ogni piano, dicevano “è peggio dell’interregionale”, altri annuivano ridacchiando. Poi si arrivava, io mi facevo l’orzo. Siccome era settembre, il sole stava alto nel cielo ancora a lungo e mi rallegrava guardarlo, anche da dietro le finestre brutte, sebbene mi rattristava l’idea che da due anni guardavo le stagioni senza mai poterci entrare dentro. Perché lavoravo. E anche i giorni erano belli o brutti a seconda del posto che occupavano all’interno della settimana e non secondo cosa ci capitava dentro; perché non capitava niente. L’amore era una disgrazia che speravo non mi toccasse mai; l’unica cosa che volevo era che arrivassero gli extraterrestri. Ultimamente avevo ripreso ad andare in chiesa. Vicino a casa mia c’è una chiesona grande e dark, di mattoni sporchi, dedicata a San Nereo e Sant’ Achilleo. Il giorno che ci sono andata per confessarmi era deserta. Sono andata in sagrestia e Don Federico mi ha detto che mi avrebbe confessata. Come peccati ho detto che sono pigra e iraconda. Ho dovuto pregare la Vergine Maria, per mondarmi dei peccati, ma poi quando dicevo le preghiere veniva fuori la mia parte più piccola. Sembrava che fossi rimasta come quando avevo sei anni e avevo fatto la mia prima comunione. Le mie preghiere erano rivolte a Gesù e dicevano così: ” Gesù, fammi ammalare, così non devo andare a lavorare”, oppure “Gesù, fai che arrivino gli extraterrestri e mi portino via”; spesso pregavo i miei morti preferiti, la mia nonna paterna e il mio nonno materno, le preghiere erano queste: “nonna, ti prego, fammi scrivere sempre belle poesie, fai che la mia ispirazione non sia esaurisca mai, salutami nonno Germano, e fai che magari prima o poi scopra di avere dei poteri soprannaturali, come te”, oppure :”nonno, fai che io nella vita sia sempre forte e costruttiva come te, fammi essere una persona che diventa ricca, salutami nonna Evelina”. Invece avevo 29 anni e da due non mi sentivo più tanto bene.

II. “O Signore non son degna di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e sarà tritolo nel vaso di Pandora”. Così dicevo tutte le volte che il prete nel suo manto colorato mostrava ai fedeli il corpo di Cristo sotto forma di quel buonissimo disco di pane. Poi arrivava il momento sublime di mangiarselo e di parlare con Gesù, in ginocchio sul banco. Era molto più facile adesso che negli anni remoti in cui avevo disegnato l’arcobaleno appiccicato al muro; una volta non avevo niente da dire o da chiedere a Gesù perché vivevo nel paradiso terrestre. Ora invece ero piena di richieste e di domande da fargli, richieste molto precise sul mio lavoro e sulla mia esistenza. Gesù, mi sembrava che rispondesse sotto forma di un tremito che sentivo appoggiando le mani sul banco, un tremito tipo modesto terremoto che sentivo anche appoggiando le mani alla scrivania del mio ufficio. Una volta che ero sulla Dora e guardavo scorrere l’acqua insieme al destino, anche lì l’avevo sentito, poi mi ero allontanata perché c’era uno slavo che mi guardava. Era sceso lì per pisciare, e poi tornare a vendere le sue cose. Era sabato e ero tornata a Torino, la mia città, anche se non mi piaceva più di tanto perché era talmente una cosa da marciapiede tornare la domenica a Milano per cominciare il lavoro il giorno dopo che quasi quasi preferivo starmene direttamente là. Direttamente là, nella mia camera a Milano, piena di luce magnetica che entrava dalla finestra. In quella camera stavo bene, vivevo sul letto che occupava quasi tutta la camera. Il letto sembrava il letto di un ergastolano: pieno di briciole, di giornaletti pornosft, di bei vestiti sporchi, di peli di gatto, di libri, di fogli, di macchie di sangue, di lattine. Fuori dalla camera stavo male. C’era tutta la violenza di Mannaia. Mannaia era la mia coinquilina, lei mi odiava con ferocia, senza dirmelo, facendomelo capire con il suo silenzio carico di rimprovero e con le sue osservazioni: “tu, tu, che sei allergica allo straccio”, “lo sai, mi hanno detto che sei tanto strana e buffa”, “devi stare attenta, ti ho sentito l’altra notte che rompevi cose in camera tua, devi controllarti”. Io diventavo remissiva. E altre volte rispondevo con rabbia e violenza. A tutte due piaceva bere, per allentare la tensione del peso del grigiore dei giorni. Ci è successo più di una volta di litigare severo bevendo birra, o sakè, o tavernello, o grappa. Mi è sempre piaciuto provare gli amari fuori moda, provare se i loro slogan dicevano la verità: ho provato sulla mia pella che il Cynar non può niente contro il logorio della vita moderna.

III Oggi è lunedì. Io non so farmi bella per uscire. Non so farmi bella, perché non mi interessano gli uomini che vedrò al lavoro. Gli uomini con la cravatta non hanno più la faccia, non hanno i lineamenti da ammirare, in ascensore sono come senza occhi, senza denti, e anche non mi arriva il suono della voce, non mi arriva l’audio. Mi sveglio dunque tardi, non mi lavo più di tanto e prendo qualcosa dal mucchio e vado al lavoro. Appena entro e mi siedo alla scrivania divento stupida. “Adele, mi devi inserire questo” mi dice Iena Terminale. IT è triste. IT odia le mechés rosso fuoco che sui suoi lunghi capelli nero\grigi gridano dolorosamente qualcosa. Odia la pianta che c’è nel nostro ufficio e infatti la pianta muore, odia me perché sono stupida e occupo un posto vicino a lei nello spazio, poi odia e odia e odia con rabbia le protagoniste vincenti di un giornalino che curiamo noi, sussurra e sibila:” sono luride troie, luride e superficiali”. Io amo le ragazze del giornalino. Per un mese ho fatto quello che facevano loro. Mi sono comprata molti bei vestiti vintage. Ho fatto shopping a chinatown, cioè a paolo sarpi. Ho fatto un week end lungo ad Oslo. Ho fatto la sauna nell’hammam. Poi mi ha chiamato la banca e ha detto che non avevo più soldi e allora ho smesso. Perché per la verità tutte queste cose non mi interessano. Sono belle cose di per sé. Se sei dentro a loro. Se sei fuori da loro non sono niente, perché non le riesco a toccare. Orgio mi chiama da lui. Siccome ha la cravatta non percepisco i suoi lineamenti, la voce, che mi arriva a stento è suadente. “Te lo dico in tutta franchezza, penso che tu sia assolutamente la persona adatta per curare questo libro, cosa ne dici Adele, sei della partita?”. “Sì, Orgio, sono della partita, cosa devo fare?”. Mi chiamano al terzo piano, mi rampognano duramente, mi redarguiscono perché vado troppo poco a prendere il caffé alle macchinette e così non parlo con le altre persone. E questo è male. Ora che la giornata è finita, ora che torno a casa in bicicletta nelle luci malinconiche della sera, ora che mi addentro nella selva delle merci, io vorrei solo fare un bel quadro. O farmi rapire dagli extraterrestri. Dialogare nel profondo tra me e me o con un altro. Forse potrei tornare da Don Federico o potrei parlare con la mia amica Andrea.

IV Io e la mia amica siamo due cani allegri e con un orecchio tagliato. Ci piace scodinzolare, o mordere e ringhiare, o ululare alla luna d’argento nella notte. Ci piace molto bere la birra e alla mia amica piace inventare un nuovo linguaggio e nuove formule pessimistiche verso la vita, per alleviarne il peso. Parliamo di senescenza snob. Della vecchiaia. Dei colori dello sperma. Della bellezza dei rumeni. Io le racconto della mia giornata, dei discorsi pazzi dell’ascensore, del fatto che il lunedì corrisponde per gli impiegati al colore grigio tortora. Le racconto del dolore di IT. Lei vorrebbe farsi carico di quel dolore e mi suggerisce questo: “dille di andare con i rumeni, ci sono tanti bei ragazzi in cerca di amore, i milanesi glielo negano perché loro sono poveri e senza lavoro, ma se qualcuno avesse il coraggio saremmo tutto più felici, qui in questa città”. Le racconto di quello che ho visto l’altra notte ai giardinetti sotto la mia casa:”c’era una donna un po’ ritardata, con gli occhiali spessi e un signore marocchino e si toccavano sulla panchina, sotto i lampioni e erano contenti, io li ho disturbati, perché ho parcheggiato la mia auto proprio vicino a loro e loro si sono fermati, sudati e imbarazzati e sono andati via. Loro si amavano di certo, erano coraggiosi.” “Sì” mi dice lei e mi racconta del suo lavoro. Confrontiamo i nostri lavori davanti alle tartine malinconiche. È quasi ora di andare a casa, ma prima le voglio raccontare un’ultima cosa pazza che mi è successa oggi. “Oggi mi hanno detto che odio i gatti. Me lo ha detto la redattrice Punitiva. Mi ha affrontato davanti alla fotocopiatrice. Mi ha detto:”lo so perché non sei brava a seguire il giornale di Baal, gattino l’ho capito sai, sotto sotto tu odii i gatti. No, signora, le ho detto, io amo i gatti, sono tutta la mia vita, ho fatto volontariato in una colonia felina per tre giorni, poi ho dovuto smettere perché c’era troppa puzza e io sono delicata di stomaco. Rischiavo sempre di vomitare, però li amo, anche se possiedo un cane, mi piacciono molto i gatti. Tutti gli animali, del resto. Sarà, mi ha detto, ma non entri in sintonia con la loro personalità, come mai? Non saprei, ora cercherò di entrare più in sintonia”. Poi se ne andata a prendere il caffé, e mentre andava ha incontrato un grafico e gli ha detto: “oh, il nostro buon Mario, il nostro milanista, quest’anno marca male, eh?”. Lui non ha risposto e lei lo ha preso a braccetto e si sono allontanati per il corridoio. Al suono ipnotico della fotocopiatrice mi sono rilassata. È come sentire scrosciare un fiume mentre dormi, è un suono calmo di una cosa amica e innocua. “Buonanotte” mi ha detto la mia amicane. “Stellata notte” le ho risposto. Mi sono incamminata verso casa e arrivata su ho fatto una minestra di quadrucci che mi portasse consiglio, perché dovevo affrontare una notte densa di cose: volevo provare a sentire quel tremito, quel segno da un’altra dimensione, come avrei potuto fare, non riuscivo a trovare la tecnica di concentrazione. Alla fine ho caricato due lavatrici una dopo l’altra.

7 pensieri su “Magazzino mondo, di Francesca Genti

  1. cara polvere

    IV Io e la mia amica siamo due cani allegri e con un orecchio tagliato. Ci piace scodinzolare, o mordere e ringhiare, o ululare alla luna d’argento nella notte.

    sguardo tetracromico queste donne.donne fanciulle.
    donne giri di lavatrici. una/mille.

    “Ci piace molto bere la birra e alla mia amica piace inventare un nuovo linguaggio e nuove formule pessimistiche verso la vita, per alleviarne il peso.”

    le donne hanno fatto inventare il vocabolario agli dei e ne hanno tenuto una copia per sè da sempre.
    piaciuto questo testo questo camminare volando con i piedi ben per terra.
    c’è vita e lacrime e ci sono i pennarelli che hanno tutti i colori dei labirinti terrestri.
    un saluto
    paola

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  2. marcosimonelli

    Quando leggo Francesca Genti (e questa è la prima volta che la leggo in prosa e tanto di cappello per la coerenza perchè l’amore non ha le nocciole manco qui) mi sento millenario, vecchio, decrepito, corrotto nello spirito e nella carne, mi sento un politico della seconda repubblica, mi sento come un adulto che non mangia il gelato perchè ha paura di mangiarne troppo e di fare indigestione. E di conseguenza vieta ai bambini di mangiarne.
    Quando leggo Francesca Genti mi guardo allo specchio e mi vedo le rughe, i capelli bianchi, mi vedo la pancia e invece di pensare, come semrpe faccio, che devo cambiare lo specchio perchè questo qui è guasto, mi sento in colpa.
    Quando leggo Francesca Genti mi sento in colpa perchè mi accorgo che ho 28 anni di troppo che pesano. E pesano perchè a furia di guardare cose brutte mi imbruttisco anch’io.
    Il casino più casinoso di tutti è che non riesco a guardare le cose brutte con gli occhi belli. La Francesca Genti invece sì, ci riesce. Ecco perchè è bello leggere Francesca Genti, perchè alla fine lei ti mette i suoi occhi belli che guardano le cose proprio lì sulla pagina, come fossero gli occhiali per vedere in 3d e ti dice: “Tieni, se vuoi li puoi usare anche tu, te li presto io”.
    E allora mi sento anch’io un bimbo urbano, un po’ fantolino come in una poesia di Vivian Lamarque, ecco, allora io sì per un po’ sto bene come quando hai fatto le faccende e puoi guardare i cartoni senza sentirti in colpa.

    Delle volte penso che ci vorrebbe più Francesca Genti e meno sistema bicamerale.

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  3. fabry2007

    concordo con Marco. è necessario cambiare occhiali con una certa frequenza per avere nuovi sguardi sul mondo.

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  4. a blink before the end

    puoi cambiare occhiali e metterli del colore che vuoi ,quando te li togli però il grigiore sta lì ad aspettarti. forse l’unico modo è abituarsi al grigio senza pretese. in fondo il magazzino mondo è così.

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  5. ruggerosolmi

    frances peoples è bravissima, sono d’accordo, pure in prosa, mi sono divertito con intelligence.

    saluti,
    rs

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  6. Anna L.B.

    Molto bello come sempre. Io comunque i cosiddetti occhiali sarei per toglierseli proprio, non per cambiarli. Gli occhi belli sono un dono! Tanti baci.

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