A me i dibattiti piacciono molto.
Spero di poter contribuire.
Dunque: io partirei con l’allargare l’accezione di disastro avvalendomi di una etimologia puramente immaginaria, inventata. Disastro come dis-astro, cioè poesia come demistificazione e contrario dell’astro, della stella, del corpo celeste, da intendersi come stella fissa, come cielo paradisiaco dantesco. E mi accorgo che, nonostante la filologia maccheronica, non mi distacco molto dal disastro inteso come funesto accadimento. Anche le stelle cadono, si schiantano, implodono. Forse un testo poetico è anche questo, rispecchierebbe forse in qualche modo una caduta, uno schiantarsi, non saprei se proprio su una crosta terrestre oppure in un vuoto cosmico assoluto. Il fatto è che un disastro implica un movimento e forse è questo movimento che “istiga” la scrittura. O, ancora, muovendoci nell’ambito di una speculazione che prosegue per stimoli non ben rintracciabili, il disastro potrebbe essere il non riuscire a districarsi dalla disastrosa realtà. Ecco allora che scrivere potrebbe essere visto anche come un modo intuitivo per interpretare ciò che di per sè ci appare astruso. Di questa affermazione mi lascia perplesso il “solo”. Che sia un disastro a volte “solo” nel senso di “solitario” posso concordare ma non mi sentirei di limitare una definizione di poesia: appena circoscritta con una definizione spesso è la poesia stessa che se ne libera e ciò potrebbe essere una salvezza. Oppure un altro disastro, no?
Non ha pretese, questo pianetino avverso, o avversato dagli astri, è soltanto e solo, in questo.
Mentre il mondo ha tempo per pavoneggiarsi di interpretazioni. La poesia non le cheide neppure(certo s e giunge, quando lo fa, ha passato il mare, con le sue piccole botttigliette chiuse, immagine romantica..raccolta fino a Celan, o dai Police mi pare)
per dirla con un’espressione idiomatica siciliana, è “nenti ‘mmiscatu cu nuddhu” (un niente mescolato col nessuno), eppure eppure è un fiammifero nel buio di una galleria ferroviaria dismessa transitata solo da un vento appenninico…
ma poi perché la poesia mi deve (o dovrebbe) salvare? se poesia è facente parte del noi (di un io dissociato e molteplice), da cosa (o da chi) mi dovrei salvare?
la poesia non salva la vita, la rende solo, terribilmente, un po’ più sopportabile come ogni forma d’arte. nella poesia la tenerezza assoluta è assente e questo è suo il limite e il suo pregio. nessuna tenerezza, del resto, è esente da un pizzico di paura.
e allora non è “solo” un disastro in un disastro interpretabile .. non è sola…come- ahimè – nessuno del noimondo; la poesia fa parte – è connessa all’ognicosa; quel che varia è lo sguardo, l’oscillazione di flusso, la direzione vettoriale. Nessun disastro persiste a lungo nè tutto può o comunque deve essere interpretato; niente ci impone il dominio del “senso” se non noi stessi..poesia è anche demolire dominii e “domini” nostri e altrui, è potenzialità, come lo è il mondo, la vita e – a volte – anche la morte.Un caro saluto a Marina, Viola
il doppio, l’ombra, la gemella, qualcosa, a fianco, sopra, sotto, la solitudine è un “senso”, putrido o magnifico (beata solitudo sola beatitudo), rotìo dell’ottica, trovarlo, mutarlo, al meglio. Le ultime parole di Wittgenstein : “dite loro che sono stato felice”. Almeno, per me, ora, provarci. Un bacio al cubo..!! Viola
a blink before the end:
sì, FINGERE è un fulcro, una ruota, (l’anima) che si dà in altro, alla poesia, all’arte intesa quale menzogna, ecc. la realtà rif(r)atta, ma la valanga schiaccia anche se trasparente e magnifica alle forme. così l’oscuro, ma il buio assoluto non è in grado di fingere, non guarda, non vede e, chissà, forse perché il diorama non c’è davvero.
l’arte è sempre menzogna fatta d’artificio, di rigore, di mestiere, di intuizione, um mix atomico gravato e sgravato dal fulmine dell’illusione di aver: che cosa? qualcosa d’altro, di nuovo, ecc. l’arte mente(a)se stessa sapendo di mentire e, guarda caso, nei casi migliori, dà verità minime, universali, ma minime. solo l’esperienza tragica è vera e va rielaborata per diventare altro e per venir condivisa.
La poesia è solo disastro….
quando la luna ci accompagna zoppicando
nello specchio discreto dietro al sole…
e c’è soltanto il tempo di correre lontano,
o indietro… dal livore illuminista dei kantiani…
andare avanti… ancora… sicuramente oltre…
oltre le nostre gambe per vedere dove siamo…
perchè fuggire, si, è solo un cercar se stessi…
un frugare nei cerchi infiocchettati della mente…
l’anima, come grano riverso a terra, assorbe il mio respiro
e ne fa tritatocome… una poesia di carta, mai pensata…
vilipesa come un destino macchiato di coscienza
in un disastro impercettibile… assai meno palpabile!
E’ inverarsi di suono visione emozione pensiero, l’arte, senza pretesa di fedeltà (quale, del resto, la voce il coro l’occhio il tempo autorali del riferimento?). La verità è forse nel riversarsi interi nel rispetto ossessivo dell’ossessione con rispondenza piena, coglibile del sangue, nell’autore e nell’opera.
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forse ho capito ma preferisco tacere, non si sa mai.
saluti,
rs
A me i dibattiti piacciono molto.
Spero di poter contribuire.
Dunque: io partirei con l’allargare l’accezione di disastro avvalendomi di una etimologia puramente immaginaria, inventata. Disastro come dis-astro, cioè poesia come demistificazione e contrario dell’astro, della stella, del corpo celeste, da intendersi come stella fissa, come cielo paradisiaco dantesco. E mi accorgo che, nonostante la filologia maccheronica, non mi distacco molto dal disastro inteso come funesto accadimento. Anche le stelle cadono, si schiantano, implodono. Forse un testo poetico è anche questo, rispecchierebbe forse in qualche modo una caduta, uno schiantarsi, non saprei se proprio su una crosta terrestre oppure in un vuoto cosmico assoluto. Il fatto è che un disastro implica un movimento e forse è questo movimento che “istiga” la scrittura. O, ancora, muovendoci nell’ambito di una speculazione che prosegue per stimoli non ben rintracciabili, il disastro potrebbe essere il non riuscire a districarsi dalla disastrosa realtà. Ecco allora che scrivere potrebbe essere visto anche come un modo intuitivo per interpretare ciò che di per sè ci appare astruso. Di questa affermazione mi lascia perplesso il “solo”. Che sia un disastro a volte “solo” nel senso di “solitario” posso concordare ma non mi sentirei di limitare una definizione di poesia: appena circoscritta con una definizione spesso è la poesia stessa che se ne libera e ciò potrebbe essere una salvezza. Oppure un altro disastro, no?
Non ha pretese, questo pianetino avverso, o avversato dagli astri, è soltanto e solo, in questo.
Mentre il mondo ha tempo per pavoneggiarsi di interpretazioni. La poesia non le cheide neppure(certo s e giunge, quando lo fa, ha passato il mare, con le sue piccole botttigliette chiuse, immagine romantica..raccolta fino a Celan, o dai Police mi pare)
Maria Pia
per dirla con un’espressione idiomatica siciliana, è “nenti ‘mmiscatu cu nuddhu” (un niente mescolato col nessuno), eppure eppure è un fiammifero nel buio di una galleria ferroviaria dismessa transitata solo da un vento appenninico…
secondo me la poesia può salvare dal disastro, che consiste nel dimenticare di sentire e di pensare a lungo, prima di agire.
astro avverso in miniera
quel verso-pepita perso
nella volta franata
lutto di chiusa
nel pianto di dita
che frugano il buio
una vita.
🙂 Giovanni
Giovanni, apprezzo questi versi che, forse, [mi] dedichi.
Fabry, attesa e avventatezza uccidono entrambe e la poesia le accompagna.
Grazie ad entrambi e a tutte/i gli intervenuti.
ma poi perché la poesia mi deve (o dovrebbe) salvare? se poesia è facente parte del noi (di un io dissociato e molteplice), da cosa (o da chi) mi dovrei salvare?
un abbraccio
la poesia non salva la vita, la rende solo, terribilmente, un po’ più sopportabile come ogni forma d’arte. nella poesia la tenerezza assoluta è assente e questo è suo il limite e il suo pregio. nessuna tenerezza, del resto, è esente da un pizzico di paura.
la poesia può salvare, sì, perchè in sè racchiude una forma di libertà!
bellissimo l’aforisma di Mario Luzi “la poesia aggiunge vita alla vita: una vita al quadrato”. certo che tutto viene amplificato, anche il dolore.
sì, Domenico, si tratta proprio di esponente matematico, di grado di potenza
e allora non è “solo” un disastro in un disastro interpretabile .. non è sola…come- ahimè – nessuno del noimondo; la poesia fa parte – è connessa all’ognicosa; quel che varia è lo sguardo, l’oscillazione di flusso, la direzione vettoriale. Nessun disastro persiste a lungo nè tutto può o comunque deve essere interpretato; niente ci impone il dominio del “senso” se non noi stessi..poesia è anche demolire dominii e “domini” nostri e altrui, è potenzialità, come lo è il mondo, la vita e – a volte – anche la morte.Un caro saluto a Marina, Viola
Viola, tutto è solo, secondo me, e nacqui gemella. anche la forza esponenziale della parola di poesia che molti fingono di amare e di fare.
un bacio
il doppio, l’ombra, la gemella, qualcosa, a fianco, sopra, sotto, la solitudine è un “senso”, putrido o magnifico (beata solitudo sola beatitudo), rotìo dell’ottica, trovarlo, mutarlo, al meglio. Le ultime parole di Wittgenstein : “dite loro che sono stato felice”. Almeno, per me, ora, provarci. Un bacio al cubo..!! Viola
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura.
fingere può essere sublime
grazie, Viola, vorrei spirare con un autentico sorriso.
a blink before the end:
sì, FINGERE è un fulcro, una ruota, (l’anima) che si dà in altro, alla poesia, all’arte intesa quale menzogna, ecc. la realtà rif(r)atta, ma la valanga schiaccia anche se trasparente e magnifica alle forme. così l’oscuro, ma il buio assoluto non è in grado di fingere, non guarda, non vede e, chissà, forse perché il diorama non c’è davvero.
immaginare, semplicemente, immaginare, intuire e poi dare voce.
non ci vedo menzogna alcuna. ciò che si vede dipende dagli occhi che guardano
l’arte è sempre menzogna fatta d’artificio, di rigore, di mestiere, di intuizione, um mix atomico gravato e sgravato dal fulmine dell’illusione di aver: che cosa? qualcosa d’altro, di nuovo, ecc. l’arte mente(a)se stessa sapendo di mentire e, guarda caso, nei casi migliori, dà verità minime, universali, ma minime. solo l’esperienza tragica è vera e va rielaborata per diventare altro e per venir condivisa.
La poesia è solo disastro….
quando la luna ci accompagna zoppicando
nello specchio discreto dietro al sole…
e c’è soltanto il tempo di correre lontano,
o indietro… dal livore illuminista dei kantiani…
andare avanti… ancora… sicuramente oltre…
oltre le nostre gambe per vedere dove siamo…
perchè fuggire, si, è solo un cercar se stessi…
un frugare nei cerchi infiocchettati della mente…
l’anima, come grano riverso a terra, assorbe il mio respiro
e ne fa tritatocome… una poesia di carta, mai pensata…
vilipesa come un destino macchiato di coscienza
in un disastro impercettibile… assai meno palpabile!
Grazie!
6 & 7. …e certo che sì, Marina.
E’ inverarsi di suono visione emozione pensiero, l’arte, senza pretesa di fedeltà (quale, del resto, la voce il coro l’occhio il tempo autorali del riferimento?). La verità è forse nel riversarsi interi nel rispetto ossessivo dell’ossessione con rispondenza piena, coglibile del sangue, nell’autore e nell’opera.
Ciao, Marina
la poesia è la speranza che il disastro sia interpretabile
La poesia non è mai solo. Non è mai soltanto.
La poesia è un disastro, ma non nel disastro, ma del.
La poesia non è interpretazione ma poesia.