
di Giorgio Morale
Al mondo
Io sono una tua creatura.
La mia natura
l’ho intuita in te al primo sguardo
e da quando ti ho riconosciuto
ho iniziato a vivere.
Non pretendo di sapere i tuoi segreti,
il viaggio che conduci per una strada
larga e frequentata
che non sempre porta al mio sentiero,
ma vorrei ricoverarmi nel tuo petto
e ascoltare quel battito sicuro
che non ho mai sentito
che dice
“sei viva
stai calma
mi appartieni”.
“Al mondo”. Una dedica e una confessione (“Io sono una tua creatura”), una dichiarazione che dice una relazione amorosa (“La mia natura/l’ho intuita in te al primo sguardo” nella poesia d’apertura Al mondo; e nell’ultima Io sono Nessuno, e tu?: “Queste parole/non sono più di un cuore/inciso su un albero”). Uno sguardo che istituisce una vicinanza/distanza. Mi viene in mente “Questa è la mia lettera al mondo/che a me non scrisse mai” di Emily Dickinson. Mi viene in mente anche una frase di Antonella Anedda in un’intervista: “non sono sicura che il poeta scriva sul biglietto: ‘Io esisto’; forse scrive: ‘Tu, mondo, esisti’”.
Al mondo è nello stesso tempo una cosmogonia, come la poesia è sempre. “I poeti… ci danno l’essenza di… ricordi cosmici” (G. Bachelard, La poetica della reverie). Il primo sguardo è il momento in cui il mondo viene pensato e detto, è la fessura in cui io e mondo trovano origine (“e da quando ti ho riconosciuto/ho iniziato a vivere”). Come dice J.L. Nancy, “’Origine’ significa non qualcosa da cui proverrebbe il mondo, ma la venuta, ogni volta una, di ogni presenza del mondo” (Essere singolare plurale).
Tutto è nel mondo, non c’è nulla fuori. Strade che vanno e vengono, in uno sfondo da cui l’identità si distacca. E dove il mondo non parla, il Poeta parla per il mondo, parla a sé – e a noi lettori – con la voce del mondo:
“sei viva
stai calma
mi appartieni”.
Una lettera al mondo, quindi, ma anche una lettera per il mondo, essendo l’io parte del mondo. “Il parlante parla per il mondo, il che vuol dire che parla verso di esso, in direzione sua, a suo favore, al fine dunque di renderlo ‘mondo’, e in tal modo parla ‘al posto suo’ e ‘a sua misura’, come il suo rappresentante, ma anche al tempo stesso… davanti al mondo, di fronte, esposto ad esso come alla sua più propria e intima considerazione. Il linguaggio dice il mondo, cioè si perde in esso, e mostra come ‘in esso’ si tratti di perdersi per essere del mondo, con esso, per essere del suo senso, che è ogni senso” (J.L. Nancy, Essere singolare plurale).
* * *
Lo stesso “parlare per” si ha nella poesia La Terra.
Se fossi la Terra
sarei vasta, circolare
un cuore di fuoco e una veste di mare
ogni stagione cambierei colore
ma avrei respiri lunghi come ere.
Sarei dappertutto
e in nessun posto in particolare
se avessi male in India
starei bene in Islanda
nulla sembrerebbe troppo alto o troppo fondo
i morti che mi consumano
sarebbero nutrimento.
Mi percorreresti avanti e indietro
e tutta in tondo,
la più cava delle mie grotte
il tuo covo più nascosto.
Insomma, non avresti scampo.
Pensa che girerei, derviscio obeso e lento,
un giorno intero per far venire notte
pur di farti piacere.
Il Poeta assume il punto di vista della Terra per dirne l’amore che non dà “scampo”. Quello che il Poeta farebbe, se fosse la Terra, e che la Terra già fa. Amo questa Terra vasta, immensa, infinita, quale appare nei poemi omerici allo sguardo degli dei che la percorrono in volo; varia e multiforme e alimentantesi delle sue stesse creature come una divinità indiana. E’ il capovolgimento della Natura leopardiana: se la Terra gira “un giorno intero per far venire notte”, è per far “piacere” alla sua creatura. Il paragone con il “derviscio obeso e lento” aggiunge sacralità. Pur senza ignorare l’aspetto tragico, crudele-innocente, della morte/consunzione/nutrimento.
Questo si fa chiaro nella poesia Capovolgendo Rilke, in cui, a Rilke che scrive “Tutte le cose a cui mi dono/diventano ricche e mi abbandonano” (R.M. Rilke, Il poeta), Teresa Zuccaro replica:
Tutte le cose si donano a me
e io divento ricca e le comprendo.
C’è un’aria meridiana in questi versi e in tutta la raccolta, che richiama le origini siciliane di Teresa Zuccaro. Vi risuona quella cultura mediterranea fatta di “respiri lunghi come ere”, altra rispetto alla cultura con la quale si è identificato l’Occidente, e leggendo mi ritrovo nella posizione che il postfatore Claudio Cinti attribuisce al commentatore: anche il commentatore (o il lettore) “più consapevole e scaltro manifesta una naturale propensione ad appropriarsi del testo, affrontando il rischio di convertire la bellezza, che sta all’origine, in un suo ‘prodotto’”.
* * *
Il libro è composto di due raccolte: Al mondo e Luci e nebbie. Dopo la dedica Al mondo, la raccolta omonima prosegue con varie sezioni: Terra, Mare, Cielo, Fuoco, Anomalie, Unione.
La sezione dedicata al mare corrisponde all’archetipo, che vuole che con le sue profondità il mare indichi “la verità che giace al fondo”, come appare nella poesia Meduse:
I globi translucidi,
banali,
appaiono a galla
immersi nel futile
ma al fondo,
nel buio,
tentacoli stringono
ideali essenziali.
Mentre l’acqua è segno di mutevolezza, divenire, contrasti indicati ironicamente (dentro-fuori, essere-apparire). Si susseguono, con una visionarietà e una precisione di dettagli che ricordano i bestiari di Marianne Moore, una serie di nitide raffigurazioni: i coralli, che con “L’attaccamento alle radici,/la mania delle barriere,/sembrano indici di serietà”, mentre in realtà sono “sul velluto del gioielliere, tra gli ori,/i mistificatori”; l’alga, il cui “farsi trascinare/ dalla corrente/ne fa un tipo spento,/insignificante,/senza temperamento”, mentre “In realtà cela la sua natura./Guai a toccarla:/perfidamente,/è pronta a rivelare/un’indole urticante”; la conchiglia, il cui “madreperlaceo pallore/da anima pia è un alibi:/la sua maschera da spia”.
La raffigurazione si apre a spunti narrativi e favolistici, che esemplificano la condizione dell’individuo nell’universo e ne danno una lettura morale. In altri componimenti invece l’elemento raffigurato diventa una sorta di correlativo oggettivo attraverso cui il Poeta parla in prima persona, come avviene ne Il relitto…
Il mare non è fertile, né ospitale
avvolge, respinge e fa dimenticare.
Sono troppo, troppo lontana,
mai nel posto in cui dovrei stare.
Restare al largo è difficile
impossibile tornare,
ho paura, sono stanca, devo riposare.
Tu sei roccia, scoglio, albero di corallo,
tienimi ferma nel punto in cui ti pare
più di questo niente non mi puoi spaventare.
Affonda dentro me le tue radici
più di quando mi ruppi non sentirò male.
Del mondo il Poeta assume le varie sembianze, si fa medusa, alga, riccio (“Dentro una polpa trafitta/stillante lacrime dense di sale”), stella marina, ostrica (“vorrebbe essere amata/per il suo guscio vuoto”), anemone di mare (“Ondeggia sul suo stelo/senza opporre resistenza”), forse anche corallo e conchiglia (“pettegola/è pronta a spifferare/a chiunque abbia voglia di scoltare”). Poiché l’individualità non abolisce la circolarità. In ognuna delle parti c’è una parte del tutto.
* * *
Una sezione di Al mondo è Anomalie. La sofferenza consiste nell’anomalia, nell’assolutizzazione di un elemento, da cui derivano la catalogazione, l’esclusione dell’ignoto, del diverso, del caos (“Qui il mare ribolle”), la violenza di un ordine imposto (“Mentre faccio colazione/il giornalista delle otto/espone la sua collezione/di cadaveri e dittatori”). Perché
… quest’epoca… vuole precisione
categorie, scomparti
… democraticamente ti impone
di scegliere la tua trasgressione
fra 4 o 5 ben collaudate. (Ballata schietta)
Anomalie rivissute o assunte, come nella poesia Da una donna araba a un uomo angloamericano (“… tu ti ostini a trascinarmi/mi assedi, mi metti a ferro e a fuoco per cambiarmi”) o in quella dedicata a un bambino di Beslan (“… bastano tre giorni ad imparare/tutto quello che c’è da sapere…/ per essere di nuovo puro/un arco vitale/non è sufficiente”).
L’autocoscienza diventa esperienza della separazione.
Là fuori
le cose hanno una disposizione
che non mi è mai stata congeniale.
Qui tutto è al suo posto,
non quello che gli avresti dato
tu che non cerchi, né puoi mai trovare.
Questo fraseggio è troppo complicato
per le tue sette note – poco male –
qualcuno capirà, che ha un orecchio
meno razionale.
Intorno mi sono ricamata
un intero sistema solare
e scintillavo,
ho visto come sei avvampato
in un momento
e poi ti sei distrattamente spento.
Finché mi credi al buio, disattento,
brucio come un incendio incontrollato. (Nu shu)
Ma il Poeta sa che “l’ignoto spunta sempre” e rifugge le etichette:
… Non mi sono mai chiesta
dove voglio arrivare
se sono postmoderna o popolare
a chi voglio piacere
in che rapporto mi pongo
con la tradizione. (Dichiarazione)
… Queste cose che dico
già sono state dette.
Mie ma non mie…
Non sono differenti quasi in niente
se non che decido io personalmente
l’ordine, il ritmo, gli accenti. (Giugno)
Il suo parlare è confidente e chiaro, percorso da una vena riflessiva ironica e leggera, che ricorda la lezione di poetesse come E. Bishop e W. Szymborska. Il Poeta espone il mondo ed è un esporre che non si assume pretese salvifiche, ma vuole semplicemente essere:
… Questo è il metro con cui mi giudico:
la senti questa musica?
E’ scura, e brucia dentro come liquore.
Se non la senti ho fallito, e non mi perdono. (Marasma)
(Teresa Zuccaro, Al mondo, Sinopia, Venezia, 2006)

grazie, Giorgio. Teresa è poeta matura, capace di intrecciare registri solo apparentemente popolari. basta tendere un po’ l’orecchio per avvertirne lo spessore sottostante, l’impianto umano e artistico davvero notevole.
… Non mi sono mai chiesta
dove voglio arrivare
se sono postmoderna o popolare
a chi voglio piacere
in che rapporto mi pongo
con la tradizione. (Dichiarazione)
… Queste cose che dico
già sono state dette.
Mie ma non mie…
Non sono differenti quasi in niente
se non che decido io personalmente
l’ordine, il ritmo, gli accenti. (Giugno)
Concordo, Giorgio, sulla “vena riflessiva ironica e leggera”, e ci trovo anche un forte temperamento.
Grazie, e un caro saluto
Giovanni
complimenti alla Z.
grazie a tutti, e soprattutto a giorgio per la sua attenta lettura.
Ho sempre provato emozione leggendo Teresa, “Al mondo” poi l’ho letto come se fosse un dono prezioso e l’ho apprezzato tutto
Grazie a te, Teresa, per la tua poesia, e grazie a Fabrizio, Giovanni, Mario e Alessandro per i loro interventi.
Anche per me la poesia di Teresa, che ho conosciuto solo appena prima dell’estate, è stata una felice scoperta.
“se non la senti ho fallito” ci sta la uniltà del viaggio del poetare, la sua nessità il suo scopo..
Grazir Teresa, per la precisione e il temperamento, e a Giorgio
da MPia
Teresa è la mia poetessa preferita