Un’infinità di problemi

di Emanuele Kraushaar

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Tic & Jazz – Angelo Mai 5 aprile 2006 – musica: Ivan Vicari – voce: Massimo Onesti

Entro nel nuovo appartamento in punta di piedi. Come se entrassi in casa di qualcun altro. Purtroppo questo buco con quattro pareti è mio.
I miei sono morti in un incidente d’auto. I miei cari parenti del nord mi hanno spedito un paio di lettere: non li vedrò mai ne sono sicuro.
Ho dovuto vendere la casa e dato che non lavoro e non ho nessuna intenzione di farlo, mi sono trasferito in un piccolo appartamento in affitto.

“Fa veramente schifo” mi ha detto così Steve, che è anche il mio unico amico. E che è venuto al funerale dei miei e mi ha dato una pacca sulla spalla.
Non poteva dire altro. Non si respira nemmeno qui.
Per fortuna c’è un piccolo terrazzo. Non so di preciso quanta gente abiti in questo palazzo.
Mi suona quello della porta accanto. È magro come un cadavere. Ogni tre parole fa un sorriso. Dopo un po’ mi chiede che lavoro faccio.
Gli dico che non lavoro e quello si preoccupa di domandarmi come occupo le giornate.
“Non ho bisogno di occupare le giornate” penso.
Le giornate scorrono da sole ed io non posso farci niente.
C’è un sole fuori che spacca l’asfalto. Non me la sento di uscire con questo caldo. Ma si suda anche dentro casa. Apro il frigo e tiro fuori una grossa bottiglia di succo di frutta. Prendo un bicchiere, ma poi decido di bere direttamente dalla bottiglia. Non è fredda abbastanza e così mi metto in bocca del ghiaccio.
Mi sento male. Un principio di congestione. Mi accartoccio sul divano con la bottiglia davanti a me. E il bicchiere ancora in mano. Ripenso alle parole del vicino: magari se lavorassi sarebbe meglio. Ma per vivere in questo buco non c’è bisogno di lavorare. Se uno inizia a guadagnare poi pretende qualcosa di meglio. E poi ancora di meglio e vengono fuori un’infinità di problemi che prima non si avevano. Insomma alla fine preferisco starmene sul divano. A non fare niente. Anche con il mal di pancia.

5 pensieri su “Un’infinità di problemi

  1. fabry2007

    avendoti visto di persona, Emanuele, apprezzo ancora meglio questa poetica dell’assurdo che nasconde una logica ferrea, incontrovertibile.

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  2. Giovanni Nuscis

    Un quadro vivido e tagliente sullo sfondo di traumi dolorosi (lutto, cambiamento di abitazione) nella quasi totale solitudine della realtà urbana. Un racconto dove il non detto – per sapiente lavoro di sottrazione – entra nel profondo, ma nella levità di un’ironia sottile ed impietosa per gli irritanti luoghi comuni.
    Grazie, Emanuele

    Giovanni

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  3. iltrenoavapore

    languidamente rivoluzionario.

    (ovviamente il nostro avrà a morire prima che finisca il “tesoretto” frutto della vendita dell’appartamento dei cari estinti)

    un saluto

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