Il martello di tutta la terra (*)
19 Marzo 2007
Ovvio si perda qualche saluto,
anni interrotti quando non mancava
che qualche minuto
alle mani: e pupille, stanche di occhiali, di vista inevasa;
«un conto è nascere», dice la madre
nell’edema aperto della primavera,
umido, fresco nel suo raccontare;
«un conto creare una distanza ipermetra
tra oggi e il tagliarsi distratto dell’atmosfera»,
e due figli che gridano, con gli occhi
appena abbozzati della giovinezza, che inferta
li semina dentro il nome di Dio, attraverso tutta la terra;
«ecco la fine del mondo» si sente tra schiocchi
di tempo e baldanza: eccone il colore scuro del cielo, risalendone l’erta.
(*) Geremia, 50:23: «Perché è stato rotto e fatto in pezzi il martello di tutta la terra ? Perché è diventata un orrore Babilonia fra le nazioni ?»
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Notte violentata
26 Marzo 2007
«Lo vedi ?» dicevi, «il sonno comincia
nel suo accrescersi a farsi interessante».
E ascoltavamo insieme le voci giù in cortile
convertirsi in attenuanti per il passare delle ore,
che «è tardi», che «si deve maledire una formica
per gli affanni», che il vento, forse in arabo, «invecchia
tra gli angoli delle case», che farsi i soldi, oggi,
è coltivarsi la tristezza in acqua come i coralli;
ed è un brutto segno che si non si trovi una grafia
per gli schiamazzi fuori e per l’assopimento:
per gli anni che pregammo per uno sbattere di porte;
la notte tracciavamo i modi sordi di creparsi
delle strade con le posizioni che prendevamo a letto;
ci ascoltavamo passare dentro i grandi dormiveglia, miracolosamente riapparsi.
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Il secolo cane-lupo
2 Aprile 2007
La prudenza, il calcolo, l’astuzia hanno il volto della ragione:
il volto, la voce amara della ragione, che argomenta
con i suoi argomenti infallibili, ai quali
non c’è nulla da rispondere, non c’è che assentire.
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare
Dieci anni dopo è in genere difficile:
è probabile che le libere associazioni
(irreparabili, del resto) di chiamate, addii limpidi, canzoni
abbiano cambiato l’uso del terribile,
della nostalgia in grida, in glasnost del dolore:
e non s’assestano che da precisi ponti
fatti saltare come timpani nei ricordi,
sul Charles river, sullo Schuylkill, oltre il Delaware
i pomeriggi deboli, obbedienti e americani
di foschie immense, di speranze in scope, stanche
di essere solo baie, tralicci in lontananze, voci
di camionisti. A noi che non credevamo all’indomani,
all’esistenza delle nuvole così grandi e delle distanze,
bastavano pochi grammi, piccoli e pochi anni, per crepare nuove enormi croci.
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Ecco come perdono di fuoco le ferie
14 Settembre 2007
Sono a ben vederle giornate di queste:
ancora più rorschach delle macchie
esumate negli occhi coi ricordi del mare, in una peste
addolcita, rimontata e rivista in pose cosacche
ad usum delphini, ignorantis, vetrini
da microscopio usati per posarci reliquie
da piccoli chimici, polveri povere, magre di climi
di tempi importanti, liceali, ovunque
dispersi; con te avremmo detto autunnali,
e tu pure sei niente di questo:
tintinni garbata, la suoneria come in ricarica
ma hai mutato in errore ortografico giorni e alcuni gracili mali,
le misure di tutta la Storia in un messaggio di testo:
tutto il nostro parlare in un resto d’operazione aritmetica.
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Questa è la mia casa
17-18 Settembre 2007
«I miei occhi hanno l’equatore», nonna
ti mettevi a dire temendo l’ora
di vedere il cadavere del tempo attraversare le grondaie
e – a novantasette anni – ti ricordi sottosopra
d’invecchiare, delle promesse dei dottori che mai saresti morta
mai, di un male che si chiamava avere ventun anni
allora. Gli auguri di vivere cent’anni e sorda
s’annidano nei muri, negli spigoli, ora atlanti,
dei passaggi di ogni odore, onda e di correnti
elettriche accese dal vociare quotidiano, di quando
a svegliarsi primi erano i vagiti, gli squittii delle candelore
e i sogni freddi, addii immaginari tra le cose, tra gli eventi;
«a volte parlo nella notte» mi singhiozzi accanto
per misurarti la salute; calcolare la velocità, la pazienza del dolore.
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Questo tempo è matrimonio
19-25 Settembre 2007
Oggi ho con cura incubato degli anni,
i migliori: il surreale non è che resuscita
sempre pensando a paure in contanti,
– ho pagato quei trenta minuti di nascita
con dieci sorrisi dei tuoi ed è valso
l’affanno del parto: un’apocalisse pulita,
essenziale, quasi da bagno. Stando qui noi sul balcone
come trigoni fissi in un segno, precisi, s’acquista
tutto il passare del tempo tra i «torneremo»
a quel mare e «beato chi ne fa un mistero,
un affare ricolmo di sale». Ma allo stremo
di forze, «Sardegna» ti sento dire dall’interno
del sonno, il vento è diviso per parti,
l’amarti, tutto l’avanzare lento del cielo è fatto di piccoli ritardi.

vado di corsa e rimando il commento a tempi più calmi, ma un grazie a massimo, che ammiro da tempo, lo volevo lasciare!
un abbraccio,
swan
Idem.
fk.
mi associo…
Bella la persiana che dà sul balcone!
ciao
carla
versi religiosi, liquidi, di grande presa emotiva nonostante la forma stilistica prescelta: un’invenzione sonettistica personale, rielaborata. alcune intuizioni sono di forte impatto originale. con ammirazione
Massimo dimostra sempre di essere un poeta all’altezza. una ricerca la sua che sa stare coi piedi nella terra della tradizione, reinventandola. la mia stima.
un abbraccio
POi ci spiegherai, caro Massimo, questo “reinsanguare” la tradizione, (come diceva Bertolucci su questa pulsione), anche se a tuo modo, e per contenuti quasi religiosi dell’esistenza.. Mi incuriosisce,bravo.
MPia Q.
Un saluto a tutti e a Fabrizio che ringrazio per l’ospitalità. Grazie a Nadina, Franz e Marina. Grazie anche ad Alessandro, per quello che scrive e che mi onora. Ringrazio anche te Maria Pia: per dirla in due parole sulla questione che mi poni, più che “reinsanguare” la tradizione in senso bertolucciano (giusto, sì ?) è davvero un cercare, il mio, un contenimento alle spinte centrifughe dell’assurdo della poesia e il trovare queste nel barlume di forme classiche che ripropongo. L’ingrediente di questo scrivere è senz’altro l’assurdo.
sempre da leggere, Massimo.
mi piacerebbe capire qualcosa di più sull’ultima evoluzione del tuo discorso poetico.
qui forse c’è qualcosa da verificare:
“ed è un brutto segno che si non si trovi una grafia”. levo il primo “si”?
Sì Fabry, un errore ortografico ! Pierluigi Lanfranchi a questo punto avrebbe le sue sante ragioni per suonarmele in versi 🙂 Quanto alla mia ultima evoluzione, be’, su tratta di uno scalino, dovuto ad una interruzione della scrittura per sei mesi. I tre sonetti più recenti sono infatti frutto di una recente ripresa ancora da rodare e tuttavia questa fermata non ha inciso sulla direzione della ricerca della mia poesia a partire dalla fine del 2006. La ricerca cioè dell’immagine che stravolga la visione, la sottoponga forzata prova di scandalo, affinché, se c’è una realtà ancora degna di essere descritta (e questo fa parte del “test” della poesia) questa sia continuamente rivoltata senza posa. Potremmo parlare di “poesia dello sfinimento”, nella quale però occorre sempre e comunque una misura, in questo senso cercata dallo stiramento delle forme chiuse.
“– ho pagato quei trenta minuti di nascita/con dieci sorrisi dei tuoi ed è valso/l’affanno del parto: un’apocalisse pulita,”, la poesia dello sfinimento per l’insensato introduce un fremito di vento nell’ultimo di questi sonetti; le ricerche formali sono sempre ricerche di senso e sotto il tono elegiaco crepitano vita e morte, de/cantano passioni; un saluto, Viola
Grazie Viola per questa tua lettura: sono senz’altro d’accordo sul fatto che le ricerche formali sono in fondo ricerche di un senso.
M.
Caro Massimo, la mia voleva essere una domanda più che retorica; al di là di Bertolucci, che temeva vent’anni fa una pseudo “restaurazione” nascosta dall’ossessione della terza rima, ma er a altro davvero il tempo (gli epigoni, i post moderni di maniera, placata la tendenza, hanno smesso)-
Sono rimasti chi, come te, o altri ne fanno, oltre che una argine al dilagare verso sregolamenti, un credo: per affermarvi dentro una ricerca di s enso e di poetico diversi.
Non ho dubbio, e anche che gli anno ottanta siano esauriti e trasmigrati altrove, se Dio vuole.
Maria Pia
Ho capito meglio, Maria Pia, il senso della tua domanda, ora. Senz’altro posso dire di non essere un restauratore. Questo episodio è senz’altro proprio un episodio in senso stretto delle mie divagazioni di scrittura, che è sempre più raminga e guarda in ogni dove. Nessun credo stilistico, per me, quindi.