Short stories e Dostoevskij

short-stories.jpgLa infelice sorte del racconto

di Maria Teresa Carbone

tratto da http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/06-Ottobre-2007/art55.html

Ah, in America le cose vanno diversamente, sospirano i rari autori italiani di racconti, amaramente consapevoli di quanto la forma breve sia impopolare nel nostro paese. Laggiù, sognano, dall’altra parte dell’oceano, c’è il «New Yorker», e tutte quelle belle riviste letterarie dove la short story trova terreno fertile e lettori in abbondanza.

E invece no, non è così – e lo dice una voce autorevole come quella di Stephen King che, incaricato di curare l’antologia The Best American Short Stories 2007, è arrivato a conclusioni piuttosto tetre, riassunte in un intervento sul «New York Times». Il fatto è, scrive l’autore di Misery, che le riviste letterarie esistono, e numerose, ma nelle grandi librerie americane sono povere cenerentole confinate all’ultimo posto, tanto che per prenderle è necessario «inginocchiarsi come un bidello che cerca di grattare via un frammento particolarmente ostinato di chewing gum dal pavimento della palestra». Sarà questo forzato isolamento, sta di fatto che a seguire abitualmente riviste come «Five Points» o la «Kenyon Review» sono oggi quasi solo gli scrittori e gli aspiranti tali, la cui lettura «non è una vera lettura, del tipo che non vedi l’ora di sapere cosa succede dopo (come in Gioventù di Conrad o in Big Blonde di Dorothy Parker) ma assomiglia di più a un palpeggiamento» per capire quali temi tirano. Forse per questo, nella sua ricerca – che King giura riuscita – di buoni racconti, lo scrittore ha dovuto trangugiare una quantità di short stories «non proprio morte, ma prive di aria e autoreferenziali» e, «quel che è peggio, scritte per editor e insegnanti più che per i lettori».
Il Giappone scopre Dostoevskij. Messa così, la notizia suona buffa, ma come spiegare l’improvviso innamoramento nel paese del Sol Levante per i Fratelli Karamazov che – appena riproposto in una nuova traduzione (in cinque volumi!) – ha venduto in poco tempo più di trecentomila copie e viene esposto ora nella pila delle novità di successo all’entrata delle librerie? In un articolo che trasuda sorpresa a ogni riga, Shin Osanai sull’«Asahi Shimbun» cerca di capire i motivi di un fenomeno che oltre tutto – nota Minoru Komai della casa editrice Kobunsha – «non si è neanche appoggiato, come è accaduto in altri casi, a uno sceneggiato televisivo». C’è chi pensa che questa nuova passione sia dovuta al fatto che il famoso scrittore Haruki Murakami ha citato i Fratelli Karamazov (insieme al Grande Gatsby di Scott Fitzgerald e al Lungo addio di Chandler) come uno dei tre libri da cui è stato più influenzato. Secondo il nuovo traduttore del romanzo, Ikuo Kameyana, invece, «l’umile esistenza delle persone in balia di un universo caotico» descritta da Dostoevskij «assomiglia al mondo moderno all’epoca della globalizzazione, all’interno del quale siamo schiacciati fra enormi tragedie come gli attacchi terroristici e le informazioni lette in rete, che leggiamo con grandi sensi di colpa». E a proposito di Kameyana, l’accademico Mitsuyoshi Numano ha ipotizzato che questo innamoramento di massa per un libro tutt’altro che facile sia dovuto proprio alla nuova traduzione, «eccezionalmente scorrevole», «vero e proprio parricidio letterario delle versioni precedenti». E forse anche di Dostoevskij?

Un pensiero su “Short stories e Dostoevskij

  1. Giocatore d'Azzardo

    Questa frase di King “scritte per editor e insegnanti più che per i lettori” mi trova rigorosamente e assolutamente d’accordo. Scusate l’intervento, parlare di corda in casa dell’impiccato non è mai bello.

    Blackjack.

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