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di Guido Michelone
È fresca la notizia del Premio Nobel per la Letteratura a Doris Lessing, narratrice inglese, anche se nata in Iran e vissuta a lungo n Africa (ma da decenni residente a Londra). Questo consente una rivalutazione della storia letteraria del Regno Unito nel XX secolo, che in Italia non ha mai goduto di particolari apprezzamenti da parte sia del pubblico sia della critica, ma che invece meriterebbe nuove attenzioni, a cominciare dalle figure maggiormente popolari (ma anche meno prevedibili) nella patria di Shakespeare, Byron o Geoffrey Chaucer.
Per farsi un’idea di questa tipologia di letteratura si può partire da P. G. Wodehouse (1881-1975) di cui la casa editrice Guanda di Parma sta ristampando a spron battuto: sono già usciti diciotto libri, da ‘Aria di tempesta’ a ‘Gas esilarante’, da ‘I gatti non sono cani’ a ‘Lampi d’estate’, che furono pubblicati con enorme successo in Gran Bretagna tra gli anni Trenta e Sessanta e
Per farsi un’idea di una sorta di poesia del riso letterario di Wodehouse (una comicità molto british, per intenderci, con tante battute intellettuali) si può partire da ‘Un grosso affare’ uscito da pochi mesi: dieci racconti, scritti probabilmente tra gli anni Cinquanta-Sessanta (le date purtroppo non sono riportate nel testo, tra l’altro assai ben tradotto da Dolores Musso, benché molti giochi linguistici vengano irrimediabilmente perduti nel passaggio dall’inglese all’italiano), che esemplificano assai bene una spigliata vena narrativa dai toni lirici per la raffinata leggerezza di forme e contenuti, che fanno parlare alcuni critici di ‘massimo umorista della letteratura contemporanea’.
La vis comica di Wodehouse era già in parte nota nell’Italia del boom economico, oltre quarant’anni fa, nei tascabili Betti (le buffe copertine rosse o blu con gli omini in bombetta), che lo presentavano più come fenomeno da baracche che per le autentiche qualità poetico-narrative; ora però Wodehouse sta vivendo, nel nostro Paese, da tre-quattro anni, una nuova rivalutazione artistica con l’editore emiliano che forse ne ristamperà l’opera omnia, giunta però al momento, come si diceva, a diciotto titoli (soprattutto romanzi).
Per restare alla raccolta ‘Un grosso affare’ anche in Wodehouse, come per quasi tutti gli scrittori che pendono tra racconti e romanzi, la brevità del racconto, quale struttura fondante, manca della complessità intrinseca di situazioni, luoghi, psicologie, caratteri che solo i tempi del romanzo (ad esempio ‘Piccadilly Jim’, per non citare intere saghe con tantissimi personaggi ricorrenti) gli consentono; tuttavia i dieci pezzi di ‘Un grosso affare’ sono altrettante riuscite miniature di un Autore abilissimo nel tratteggiare liricamente – la poesia del riso letterario di cui si diceva – la vita londinese dopo i traumi bellici e non ancora in preda ai giovani arrabbiati o alle rivoluzioni beat.
Impossibili da riassumere uno a uno per la frenetica varietà di personaggi, battute e colpi di scena, i brani di ‘Un grosso affare’ presentano con stile molto british (tipica comicità fredda e tagliente) i personaggi di opere precedenti o successive (Oofy Prosser, Bingo Little, Jeeves, Purkiss, eccetera) a comporre un microcosmo snob dove all’alta borghesia si mescola il bel mondo letterario, non senza cogliere una coloratissima fauna di gradassi, e fanfaroni, spiantati e faccendieri, taccagni e spendaccioni, tra scommesse, ippodromi, club privati, campi da golf: e ovunque, con tutti, Wodehouse si fa castigatore di costumi, ridicolizzando e al contempo esaltando la middle class di cui fa parte e dalla quale in fondo non vuole poi prendere le distanze in maniera traumatica (né drammatica). A Wodehouse, in fondo, interessa soltanto, molto autoironicamente, la poesia del riso letterario.

Fabry, fai bene a riproporre questo autore. C’è stato un periodo (verso la fine degli anni ottanta, o era l’inizio dei novanta? o magari prima ancora?)in cui gli scaffali delle librerie erano ben popolati dai romanzi di Wodehouse. Poi, mi pare, c’è stato l’oblio, chissà perchè…
fa molto bene. La saluto con piacere, mario.
Molto benissimo!
Ma sai com’è na volta in Italia se non c’era il drammone serio serio non era arte, in letteratura e in cinema, nell’arte insomma.
Woodehouse era ‘na roba da ridere, e quindi da passatempo del popolino, de la gente da poco, da fattorino o impiegatuzzo;
ci son voluti cinquant’anni perché Simenon in Italia venisse accettato come scrittore, toutcourt, e non come il “giallista” di Maigret,
Totò, le madame letterate, lo disdegnavano perché faceva versacci, pernacchie ed era volgare: popolaccio….
E’ o era un paese dalle etichette semplicistiche.