La festa alla donna

anagnina.jpg[Questo mio racconto fa parte, insieme a un altro dal titolo Cenere alla cenere, della raccolta Tutti giù all’inferno. Anagnina che toglie i peccati del mondo, a cura di Monica Mazzitelli e pubblicato da Giulio Perrone Editore. Il volume in formato pdf è interamente scaricabile da internet cliccando qui.]

A casa della nonna? E chi ci sarà?
Si era chiesta Amina la prima volta che aveva preso la metropolitana.
Malgrado gli sguardi freddi di alcuni viaggiatori, incuranti del caldo africano, era percorsa dall’eccitazione. Ai suoi occhi quella carrozza così variopinta somigliava a una sorta di casa di Barbie appena tolta dalla scatola, dai colori accesi e profumata di nuovo. Quando era scesa, al caleidoscopio di luci plastificate si era sostituito il buio di una notte di agosto, un panno nero calato sul cielo, e chissà – si era domandata Amina – se la sua neritudine si sarebbe potuta confondere in quel buio. Chissà – si era domandata Amina – se al buio, magari in una vita parallela, sotterranea, tutti avrebbero avuto lo stesso colore. Tutti sarebbero sembrati neri.
La mano di sua madre era salda e stringeva la sua con un’insolita energia. Sua madre la prendeva di rado per mano: Amina aveva dieci anni e, ciò nonostante, mal tollerava di essere trattata da bambina, di essere tenuta a freno. Ancor più di rado sua madre la stringeva così. Amina aveva alzato la testa, e aveva visto gli occhi arrossati della donna, un velo di lacrime ondeggiare sulla palpebra inferiore, incerto se straripare o meno. Chissa perché, aveva pensato Amina.
La casa della nonna era un sottoscala di Cinecittà Est e non c’erano festoni, né i regali di compleanno che le aveva promesso sua madre. Amina era entrata e non aveva visto nessuna delle amiche, né Aurora – le era sempre sembrata una dolorosa ingiustizia che, oltre agli occhi color del mare al crepuscolo, quella bambina dovesse avere un nome così sfolgorante, così chiaro – né la minuta Priscilla dai capelli offensivamente biondi. Entrambe avevano la pelle rosa e vermiglia di chi è nato puro, giusto, e Amina le amava in modo viscerale, le seguiva ovunque, avrebbe voluto fondersi con loro, avrebbe voluto che una goccia dei loro colori la sporcasse in eterno, stemperasse la sua tenebra fitta.
La casa era in penombra. Aveva dovuto stare attenta alle scale che scendevano direttamente dalla porta e che atterravano in una monocamera con un tavolo su cui campeggiavano tre bottiglie, pezzi di vetro in frantumi, un paio di forbici, un filo che sembrava di nylon, qualche spina (forse di acacia, aveva pensato Amina), un vasetto pieno di un intruglio fetido. Oltre a sua nonna aveva visto cinque donne e una brandina attaccata alla parete opposta, senza lenzuola, solo un sacco della spazzatura nero, (o grigio, comunque scuro) a foderare il materasso sfondato. Una piccola lampadina nuda pendeva dal soffitto.
Quando la nonna l’aveva baciata, Amina aveva sentito puzza di vino. Anche le altre cinque puzzavano: di sudore e di alcol. Amina lo aveva percepito distintamente quando l’avevano bendata, spogliata completamente e fatta sdraiare supina sulla branda. Una delle cinque le si era seduta sopra al petto per immobilizzarla, per impedirle di muovere il busto, mentre le altre due le avevano spalancato le gambe e gliele avevano tenute ferme. Poi la nonna l’aveva rasata. Amina aveva cominciato a urlare.
La bocca le si era spalancata dal dolore, una ferita che si era allargata fin quasi a inghiottire tutta la faccia.
Mentre le mani della nonna avevano tagliato le labbra – lo squarcio, la ferita che Amina si portava dietro dalla nascita, e che le si apriva in mezzo alle gambe – e le avevano richiuse, infilzandole con le spine che erano sul tavolo. Amina aveva visto il sangue, copioso, imbrattare il vestito della nonna. La sua percezione della realtà era ottenebrata dal dolore – simile a un grido, a un coltello piantato nella mente. Aveva sentito le altre due donne cantare e ballare scomposte, inebriate dal sangue, come regredite all’animalità pura, ciascuna con una bottiglia in mano, tra le labbra. Non era riuscita a vedere sua madre.
Poi la nonna le aveva spalmato sulla ferita richiusa, sulle labbra cucite, l’impasto fetido di uova, latte, cenere, erbe e sterco. Quando lei era già svenuta.

Sono passati otto anni esatti e Amina è in metropolitana. Il rumore dei ricordi le fa quasi sbagliare fermata. È stato un viaggio breve e infinito al contempo, questo. Lo stesso caldo africano, gli stessi sguardi freddi. La stessa euforia asessuata. Ha deciso di festeggiare il suo compleanno in modo speciale. Sta per scendere a Subaugusta, ancora una volta spererà di confondersi nel buio. Ma adesso, per lei, uscire dalla metropolitana significherà sfuggire all’inferno, mettere un punto e andare a capo.
Amina freme, come la prima volta. Quando ha chiuso la porta di casa, stasera, sua madre era già morta. Le forbici che le ha affondato nel petto le hanno spaccato il cuore. Sta per raggiungere la nonna nella catapecchia di Cinecittà Est. Si prepara a scendere e accarezza, eccitata, le forbici che riposano, opache, chiazzate del sangue materno, nella borsa.

NdA: per l’infibulazione di Amina l’autrice si è ispirata alla testimonianza di Hannah Koroma, Coordinamento Donne della sezione ghanese di Amnesty International. Tutto il resto – il luogo della violenza, la vendetta di Amina – è pura invenzione.

35 pensieri su “La festa alla donna

  1. marino

    Secondo me Monica ha una gran bella scrittura, il suo mondo é
    spesso pieno di africanità, ricordo un bellissimo racconto ( ma
    forse non era più un raportage ? ) su Addis Abeba che aveva i colori e i sapori delle cose africane di Mauro Curradi.
    Grazie Gaja.

    Rispondi
  2. Gaja

    Marino, probabilmente ho trascurato di scrivere che il racconto è mio. Ora ho rimediato!
    Comunque grazie di cuore!
    Un bacio.

    Rispondi
  3. marino

    Belle figure mi fai fare… e io che facevo tutto un discorso sull’africanità delle cose di Monica. Il racconto resta bello,
    molto bello direi.
    Chapeau alla festa della donna.

    Rispondi
  4. jolanda catalano

    A parte la bontà del racconto Gaja,l’argomento trattato è così grave,così bestialmente disumano
    che spiazza tutte le nostre certecce e farci riflettere sul come poter dare una mano a donne come
    noi,nate però in un contesto sociogeografico dove ciò che per noi è impensabile e inaccettabile,rimane per altri popoli o parte di essi,normale.
    Ma il dolore non è mai normale soprattutto quando si sprigiona da tali nefandezze.
    Chissà,forse anch’io,come Amina,in quella medesima circostanza,mi sarei comportata allo stesso modo.Proprio una bella festa alla donna,carne da macello con lapidazione inclusa.

    Ciao
    jolanda

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  5. Gaja

    @Mauro: grazie. Hai usato esattamente gli aggettivi che avrei voluto venissero usati per definire, così, di primo acchito, il racconto.

    @Marino: sei un tesoro! Monica merita comunque i tuoi complimenti, quindi è andata più che bene così. Grazie!

    @Jolanda: il pensiero che tante donne al mondo abbiano subito una simile violenza, una simile menomazione, è straziante. Se avessi potuto avrei usato parole ancor più crude, ancor più dolenti per descrivere quello che succede a queste creature innocenti. Non tutte le vittime di infibulazione sono fortunate come Amina (o come Hannah Koroma): alcune non sopravvivono, e quando lo fanno si ritrovano in una condizione che nemmeno gli animali gli invidierebbero. Alcune sanguinano o vivono continuando a perdere liquidi corporei per tutta la vita da quella ferita che non si rimarginerà mai, e sono bandite dalla loro comunità e dalle loro famiglie. Muoiono così, sole. Muoiono perché il loro corpo non smette di produrre flusso, mai. E muoiono quando magari, dopo esser state stuprate, rimangono incinte e la loro ferita si squarcia definitivamente, senza nessuno che sappia “richiuderla”. Anche io, sai, non condanno “la mia” Amina per aver fatto ciò che fatto. La comprendo, la compatisco, ma non ho il coraggio, né la forza, né la saggezza, né la freddezza di condannarla. Ciao, Jolanda, e grazie.

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  6. jolanda catalano

    Anche quelle donne che hanno commesso il crimine,a loro volta sono esse stesse vittime della stessa violenza,un crimine a catena che Amina tenta di fermare,credendo probabilmente che
    eliminando mamma e nonna possa così fermarsi definitivamente e spezzarsi l’antico e sporco
    cordone ombelicale della violenza.

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  7. Gaja

    @Elena: è vero. I crimini degli esseri umani sono sempre più efferati, proprio perché all’essere umano è concesso di scegliere, di non fare del male.

    @Jolanda: una lettura, la tua, che mi fa interpretare in modo diverso la figura di Amina. Nelle mie intenzioni la sua doveva essere la “pura” vendetta di una donna de-sessualizzata (si potrà dire? mi pare un neologismo opportuno, comunque) e impazzita di dolore e di rabbia. Quindi grazie di nuovo.

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  8. jolanda catalano

    Di nulla Gaja. Il fatto è che io nel gesto di Amina,oltre all’immane dolore-rabbia,non ho visto,o non voglio vedere, follia e vendetta,ma lucida determinazione per fare giustizia e fermare il male per sempre. Sarà perchè queste storie mi fanno diventare cattiva.Forse.

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  9. Gaja

    Jolanda, a chi lo dici. Ti capisco benissimo. E tu puoi comprendere, credo, cosa si è scatenato dentro di me quando ho letto la testimonianza di Hannah Koroma. E ho cominciato a documentarmi.

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  10. elena f

    non per condannare Amina o qualunque altra donna vittima di un tale dolore, atroce nel corpo e nell’anima, al punto da generare altre vittime , ma mi permetto di osservare che per fermare e spezzare l’antico e sporco cordone ombelicale della violenza, di quella violenza, di donne su altre donne, di madri sulle proprie figlie, l’unica azione possibile sarebbe stata quella di non commettere la stessa efferatezza sulle proprie eventuali figlie e nipoti ed insegnare ad altre donne il valore di sè e del loro essere nate donne.

    Rispondi
  11. Gaja

    Hai ragione Elena. Ma credo che una donna in quelle condizioni spesso non abbia la lucidità per fare questi ragionamenti. E qui si torna alla vendetta di cui parlavo prima. Il fatto è che alcune donne sono anche schiave delle tradizioni, della cultura nella quale sono state allevate. Tirarsene fuori, per loro, non è solo un atto di coraggio, ma una lacerazione peggiore di quella che si porteranno dietro per tutta la vita a causa dell’infibulazione. Poche hanno il coraggio di Hannah. Ci sono ancora troppe donne che subiscono credendo sia “normale” una pratica del genere.

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  12. elena f

    appunto per questo

    a) si tratta di vendetta e non di interruzuone di una catena di violenza, semmai del perpetrarsi in altri modi della medesima violenza.

    b)le trasformazioni della tradizione hanno tempi lunghi e non possono essere forzate proprio perchè hanno radici profonde. per questo di fronte a queste tradizioni, lesive della dignità e dell’integrità dell’essere umano, l’unica azione possibile è quella di una educazione che provenga dalle medesime donne sulle loro figlie. solo donne che abbiano compreso la profonda ingiustizia, l’assurdità, l’orrore di tale pratica possono ribellarsi e difendere le loro figlie, sapendo che questo costerà loro molto in termini di relazioni e di affetti (l’ostracismo delle famiglie nei casi di ribellione alla tradizione può essere doloroso quanto una ferita nella carne), ma anche che questa è l’unica via per costruire una nuova identità e un nuovo futuro di quelle figlie . la strada, temo, sarà molto lunga e dolorosa.

    Rispondi
  13. Gaja

    Sì, Elena. In effetti, come ho scritto sopra, la mia interpretazione del gesto di Amina era puramente di vendetta. Però Jolanda ha letto il personaggio in un altro modo: alla luce delle sevizie, del fatto che “violenza chiama violenza” (in fondo è l’unico modo cui Amina, traumatizzata, potrebbe voler ricorrere per spezzare questa catena di sangue, solo che paradossalmente lo fa spargendo altro sangue) è sicuramente plausibile anche la sua riflessione.
    Sul punto b) concordo e sottoscrivo tutto.
    Mi piacerebbe sentire anche cosa ne pensano gli uomini.

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  14. Auberon

    Ancestrale zampino maschile nell’uso di questa pratica. Forse per questo il primo impulso che percepisco è quello di accucciarmi. Investigherò meglio. Per quanto riguarda Amina sono senz’altro per lo spargimento di sangue.

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  15. Gaja

    Auberon: la tua reazione fa nascere dentro di me un’immagine commovente. È bello che tu abbia voglia di investigare meglio i motivi di questa risposta emotiva. Ti sarei grata se potessi condividerli con noi. Grazie in anticipo, e grazie anche se non volessi o riuscissi a farlo.

    Rispondi
  16. jolanda catalano

    Elena,quanto tempo?io credo che le donne che si fanno carico di tale violenza,forse non tutte,
    abbiano coscienza della brutalità che hanno vissuto sulla loro pelle,su quella delle loro figlie,ma non hanno potere,non sono nulla per la società di cui fanno parte.Sanno già,e lo sanno
    con dolore,che ribellarsi significherebbe morire.Sono sole,le nemiche non sono loro stesse ma
    assurde regole che vengono da più fronti:religioni,regimi,culti pagani,ignoranza e chissà quanto
    ancora.Di Amine e di Safie tutti abbiamo letto sulle cronache,abbiamo firmato le varie petizioni
    a loro favore,le associazioni umanitarie si danno da fare.Manca molto ancora e in tutta onestà non saprei dire cosa se non la nostra capacità di continuare a scandalizzarci e condannare
    e non stare nel nostro caldo confortante silenzio.
    Noi qui siamo veramente fortunate a poterne parlare.

    Rispondi
  17. elena f

    Jolanda

    non sono padrona dei tempi di trasformazione di una tradizione che affonda radici nella notte dei tempi, pertanto non ho una risposta, solo non so non so fino a che punto il nostro scandalo e la nostra condanna aiuti queste donne.a volte la condanna di una tradizione diventa un motivo per innalzare intorno a quella muri di protezione, come se, condannando una tradizione, condannassimo tutta una cultura; non dimentichiamo il ben meno importante dibattito sul velo islamico che ha portato donne, che nel loro paese non vedevano l’ora di toglierselo, a battersi per la libertà di portarlo nei paesi in cui si sentono straniere, fosse solo per potersi sentire legate alla loro terra, alla loro storia, per potersi riconoscere fra di loro anche dove sono straniere.
    secondo me, esattamente come da noi sono state le donne a dover scegliere per la propria emancipazione e a prezzi spesso molto elevati in termini di relazionalità con le proprie famiglie (prezzi che ancora alcune continuano a pagare ) , lo stesso accadrà o dovrà accadere, per le donne appartenenti a quelle culture in cui ancora oggi accadono tali aberrazioni. l’unica salvezza è la consapevolezza di sè e del proprio valore in quanto essere umano donna, l’unica salvezza è l’educazione.mi pare che il racconto parli di una ragazzina che viveva in italia a roma e che questo non abbia impedito lo scempio. dunque non sono le nostre leggi a cambiare le cose, ma il desiderio di quelle donne di essere riconosciute come un valore assoluto nell’integrità del loro corpo dalla loro stessa tradizione. noi possiamo esortare, far conoscere, educare, aiutare, ma il lavoro più grande spetta al loro desiderio d’essere libere. e questo, dobbiamo saperlo, avrà un prezzo, perchè la libertà si paga sempre a caro prezzo. Quella lacrima che brilla in attesa di straripare sul viso della mamma di Amina dice un condizionamento incapace di ribellione ma anche un inizio di consapevolezza, è lì che bisogna operare, su quel dolore, farlo emergere, farlo tracimare perchè diventi urlo contro lo scempio su creature nate perfette nel loro corpo che devono rimanere tali per legge di natura per legge di umana accettazione della femminilità presso tutti i popoli.tutto questo però non è facile: quelle donne dovranno essere disposte a lottare anche contro l’isolamento che sicuramente subiranno, per poter diffondere un messaggio di speranza anche alle donne rimaste nel paese d’origine.
    per trasformare la storia, soprattutto la storia dell’oppressione femminile, la donna deve soffrire un dolore immenso proprio perchè, non solo combatte contro l’idea maschilista dell’inferiorità, ma spesso si trova a dover combattere contro le sue stesse simili che hanno introiettato un modelo di sottomissione difficile da estirpare. altrimenti non ci sarebbero, nel 2007 mamme e nonne pronte a sacrificare le loro figlie in nome di una non meglio specificata idea di onore della famiglia.

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  18. Auberon

    Gaja,
    Diversi anni fa mi è capitato, credo addirittura in televisione, di guardare uno di quegli schifosi documentari razzisti che discendevano da “mondo cane” di Jacopetti. Mostravano infibulazioni e circoncisioni. Ora, lasciando perdere la motivazione di quella pellicola che era forse il lato peggiore della faccenda, quelle immagini hanno per prime provocato in me l’impulso di andare a cuccia, coda fra le gambe.
    A me fa schifo anche la circoncisione maschile. Ma in questo caso la “sottrazione” dovrebbe permettere il superamento di un’iniziazione comunque sanguinaria o dovrebbe presiedere alla cancellazione di un qualche peccato originale. La vera iniziazione nella donna è invece diversa e non sottrae: aggiunge. Avviene per vie affatto naturali. Per questo la mutilazione è pura perversione. In ogni caso l’avvicinamento ai genitali umani sembra essere un punto critico di questo pianeta. Avvicinarvisi con oggetti taglienti è pura negromanzia. Cannibalismo. Da questo l’accucciarsi con coda fra le gambe, che nel linguaggio umano si traduce con la posizione fetale. La faccenda insomma mi procura uno strisciare all’indietro nell’esistenza.

    Rispondi
  19. Gaja

    La “posizione” delle donne in queste circostanze è quantomeno problematica. Il loro stare “in mezzo” è lacerante (e mai come in un caso del genere è opportuno usare tale aggettivo). Elena ha sottolineato un aspetto del racconto che le sono grata di aver messo in risalto: la lacrima che sta per scendere sul viso della mamma di Amina. La mamma è vittima e carnefice al tempo stesso, doppiamente vittima perché figlia e mamma di una figlia che sta per sottoporsi alla stessa tortura che ha subito in passato anche lei, e doppiamente carnefice perché lei è sua madre. Lei avrebbe dovuto difenderla! Perché non lo ha fatto? Perché non riesce a staccarsi dalle tradizioni, dalla cultura della sua gente secondo la quale sei una “vera donna” (a prescindere dal paese in cui vivi) solo se ti lasci massacrare. Se, come dice Elena, quel dolore fosse esploso, Amina non sarebbe stata mutilata. Come far esplodere quel dolore, però? Come riuscirci in maniera definitiva?
    Sto traducendo il saggio di una scrittrice americana che sostiene quel che ha scritto poc’anzi Elena. La trasformazione delle donne passa per una diversa presa di coscienza da parte delle donne stesse, ma è dolorosa e spacca in due, perché spesso i peggiori nemici delle donne sono proprio le donne stesse. A volte non è colpa loro, a volte sì.
    E comunque è così difficile rimanere “distaccati” e freddi di fronte a una pratica così barbara. Io penso che contro l’infibulazione bisogna gridare a gran voce e combattere con le armi che abbiamo: la parola, i mezzi di informazione, qualsiasi cosa serva per arrivare al cuore e alla mente e al raziocinio della gente (e di queste donne). Accanto a questo, certo, sarebbe il caso di intraprendere una campagna di informazione capillare, magari a partire dall’età scolastica. Far crescere le bambine con una diversa consapevolezza di se stesse.
    Io comprendo la reazione di Jolanda: il primo impulso di fronte a certe situazioni è uccidere, ribellarsi, gridare.

    @Auberon: hai descritto alla perfezione quello che capita anche a me quando mi trovo di fronte a un evento sconvolgente (o potenzialmente tale): torno bambina, una bambina terrorizzata che urla e vorrebbe nascondersi. Nel mio ultimo libro ho scritto: è un caso che “vittima” sia un sostantivo femminile? Mi vengono in mente un sacco di risposte, tutte molto amare.

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  20. jolanda catalano

    Non vorrei passare per quella che a violenza risponde con violenza.

    Rimando al punto 8 e 18

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  21. fabry2007

    sì, qui ci vorrebbe uno studio con i controfiocchi per capire nel dettaglio cosa possa giustificare una pratica simile. hai fatto benissimo a scriverne, Gaja. potremmo pensare a una iniziativa che coinvolgesse tutte le persone interessate in rete.

    Rispondi
  22. Gaja

    ruggerosolmi, grazie.

    detto da lei, che è l’alfa e l’omega di artistici elenchi di parole, un apprezzamento del genere mi rende tronfia.

    la bascio.

    gc

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  23. Gaja

    Vero, entrambi molto interessanti, Elena, e ti ringrazio.
    Mi ha colpito, in particolare (oltre a una marea di altre cose, naturalmente) l’esclamazione di Amina – la donna di cui si parla nel primo sito che segnali: “almeno adesso usano l’anestesia!”.
    Mi ha colpito e fatto rabbrividire.

    Rispondi
  24. elena f

    si, Gaja, è un’esclamazione di estrema rassegnazione. purtroppo il condizionamento psicologico cui sono sottoposte sin da bambine è davvero pesante, l’altra frase tremenda è:”se non sei cucita sei una puttana”; se a dirlo sono adolescenti ad un’altra adolescente, vuol dire che il processo di trasformazione pe queste donne è solo all’inizio e che per loro la strada da percorrere sarà davvero lunga e dolorosa.

    Rispondi
  25. roby

    ho letto di donne che hanno subito una cosa del genere. E’ successo in africa e a farlo erano (o sono)i capitribù, o i santoni,i guru,gli sciamani, o come si chiamano.Il tuo è un bel racconto perchè ha il sapore di queste cose, il sapore dell’africa. Loro hanno una tradizione che scusa queste assurde pratiche, ma, mi domando, qui da noi: chi sarebbe l’essere in grado di propinare alle donne o alle bimbe assurdità del genere?
    Una nonna affetta da sindrome maniacale?
    La vegliarda di Ace che è scappata dalla pubblicità e che ora si aggira nei meandri della metropolitana o nelle sue immediate vicinanze insieme alle altre quattro streghe, tramutandosi e assumendo le sembianze di una nonnina che abita a cinecittà est?Diciamo che dal racconto traspare soprattuto la volontà di denunciare un accesso negato alla felicità.Questo si. Diciamo pure che nel nostro mondo occidentale siamo in un bel casino, con tutto lo sputtanamento del sesso in atto un povero demente mentale crede di trovare dietro l’angolo, forse proprio quello di una stazione della metro, una che si spoglia e che gli fà vedere tutte le cose che si vedono in televisione.Siamo in un bel casino e le donne fanno bene a denunciare qualsiasi atto di violenza nei loro confronti, e fanno bene a parlarne, ma senza esagerare, poichè anche molti uomini sono coscienti dei pericoli e delle psicopatie che minano la nostra epoca………….

    Rispondi
  26. Gaja

    Roby, ti posso garantire che, purtroppo, mi sono ispirata a una vicenda vera. Queste cose succedono anche nelle città: e non c’è bisogno di una nonna maniacale, ma solo di una donna dalla mentalità “condizionata”. E ce ne sono parecchie, purtroppo. Che con le loro tradizioni “esportano” anche le violenze. Grazie per la lettura.

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  27. Falconiere del bosco

    Certo arrivo un po’ tardi a leggere questo racconto , ringrazio Laura Costantini che mi ha inviato qua. La sensazione che mi han dato le tue parole è la stessa che tengo tra le mani, vorrei anch’io impugnare quelle forbici!.
    Qualche mese fa ho impugnato un coltello e lo piantato sotto la gola di un amico senegalese per fargli capire cosa gli avrei fatto se avesse osato “toccare” le bambine sue figlie, una delle quali, la più grande ospitiamo qualche pomeriggio per un aiuto nei compiti della scuola media.
    Il genitore ci ha assicurato con le lacrime agli occhi che in Senagal l’infibulazione è proibita e che in qualsiasi momento nel dubbio, siamo autorizzati a farle controllare da un medico.
    Un grazie per il racconto e visto che ci sono un complimenti per la bellissima traduzione di Song for the siren di T. Buckley (lo adoro da sempre) che ho letto tempo fa non so più dove(forse da Enrico Gregori).
    Il falconiere Marchetti Fausto

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