Invece del solito apologo un vecchio racconto, non privo comunque di provocazioni.
ASTOLFO
Astolfo, individuo incline al fantastico in sommo grado, vivace e comunicativo per indole, solitario e moderato per necessità, a dieci anni fece due sogni che furono determinanti per la sua vita futura. Nel primo tre esseri alati lo colpivano leggermente in varie parti del corpo e gli spiegavano poi le virtù del sangue che sgorgava dalle diverse ferite. Nel secondo sogno una voce usciva da una nebbia grigia percorsa da lampi dorati e pronunciava le parole che seguono: “C’era qualcosa che tu, che sai tutto, non sapevi; qualcosa a cui tu, che puoi tutto, non potevi resistere. Una forza ignota, benché procedente da te, ti ha costretto a discendere. L’infinitamente grande del tuo essere è stato in modo inesorabile attratto dall’infinitamente piccolo dell’universo. Dal creato voci si sono levate a invocare, mani si sono tese a spogliare l’albero dei tuoi attributi e dei tuoi nomi. Così, senza capire né opporti, hai deposto sapere e potere, ti sei privato dello sguardo che era la verità d’ogni visione, hai abbandonato i veli iridescenti della tua luce impenetrabile. Sei stato penetrato, sei disceso; senza respiro emergendo dalle acque della nascita, ferito dalla prima luce terrena, hai spalancato la bocca all’aria, lanciato il primo grido. Che cosa è rimasto, nel tempo, di te? Soltanto il respiro, che era il respiro dei mondi; e, nascosto in un cuore di carne, che ormai batterà più in fretta e più forte per la paura, la lussuria e la collera, il grano segreto del tuo cuore divino”. Per quanto Astolfo fosse un bambino intelligente e, in rapporto all’età, anche colto, e dunque conoscesse il significato delle espressioni difficili che aveva ascoltato nel sogno, il senso complessivo di esso gli sfuggiva; ma quelle frasi comunque gli si scolpirono nella memoria, e più volte, negli anni che vennero, gli ritornarono in mente, quando i ricordi e i presagi altrimenti inspiegabili che gli balenavano a un tratto sembravano parlargli della sua vera natura; ma solamente per dirgli che ormai l’aveva perduta, senza che al posto, in modo stabile e certo, ne avesse acquisita un’altra. Tra quelle sensazioni evanescenti e penose, eppure ambiguamente piacevoli, quasi fossero il segno di una particolare elezione, Astolfo crebbe, studiò, si impiegò in una grande azienda come analista di tempi e metodi. Quello di analista di tempi e metodi è un lavoro ingrato, sicuramente non fatto per favorire la comprensione e il dialogo; “spia del padrone” era uno degli epiteti più gentili con cui i suoi colleghi erano definiti dal resto dei dipendenti. Ma con lui era differente. Non che in realtà raggiungesse mai con alcuno un’effettiva amicizia; tuttavia questo dipendeva dalla sua irriducibile diversità sostanziale, non da come svolgeva la sua delicata incombenza. Verso di lui si era anzi sviluppata una sorta di ironico ma in fin dei conti affettuoso sentimento di protezione in quelli che ricadevano sotto il suo controllo. Il fatto era che la sua buona fede era disarmante, come era evidente il suo disinteresse per la carriera e per l’approvazione dei capi non immediatamente legata all’autentico interesse generale. Il fatto era che, insieme ed oltre alla prosperità dell’azienda, egli aveva a cuore davvero il benessere materiale e morale degli impiegati. Organizzarne il lavoro era per lui un modo per aiutarli a vivere in maggiore armonia con un mondo che pure mostrava brutture ed asprezze irredimibili, tanto più che di esse, in maniera confusa ma categorica, si riteneva come responsabile. Insomma, se non era il comandante dell’esercito di cui faceva parte, ne restava pur sempre il tamburino, e sentiva che il contegno e la sorte della schiera in cui si trovava, della sua schiera, dipendevano dal ritmo che lui sapeva comunicarle battendo sul suo piccolo tamburo. Ad un osservatore attento, per quell’assiduo spendersi nelle cose del mondo rimanendo nel contempo distaccato dalle loro ragioni, Astolfo sarebbe dunque parso attestato su di una forma di manifestazione e di esistenza per così dire profetiche; ma di un profetismo in pectore, pratico, concreto. Del resto, vivendo in tempi nei quali da secoli l’ultimo profeta riconosciuto aveva dichiarato di essere sceso a completare il numero degli inviati, mettendo in guardia la posterità contro i bestemmiatori e i bugiardi che sarebbero venuti dopo di lui, Astolfo mai e poi mai avrebbe osato confessare apertamente a se medesimo, e tanto meno a chi lo circondava, i suoi moventi profondi. Soltanto di fronte ai gatti e ai cani randagi che incontrava in certe desolate periferie per le quali aveva la mania di aggirarsi nelle ore di ozio osava, con frasi alquanto sconnesse, mettere a nudo il suo cuore. D’altra parte, se pure lo ascoltavano, potevano capirlo quelle bestie? O non erano delle divinità esse stesse, che erano state capaci di una discesa nella materia tanto più risoluta della sua? Astolfo non giungeva mai a formularsi chiaramente queste domande; e in ogni caso non avrebbe saputo rispondere. Quello che ora sentiva è che era disceso per saziare una prodigiosa fame d’amore, per colmare una solitudine e per medicare una ferita più acerbe e più vaste di una voragine cosmica. Fu a quel punto che nella sua esistenza entrò una donna. Costei, una neo-assunta laboriosa e cortese, rappresentava un tipo umano affatto singolare, non di certo comune in quella e in tutte le altre aziende del mondo. Entrare nel suo ufficio era come accedere ad un altro universo, nel quale una diversa idea di ordine, nuova e impensabile prima, pareva essere affermata per venire subito dopo assalita e travolta dal caos, che con un ghigno se ne vendicava. Nel suo ufficio non si vedeva il caos quotidiano e ordinario, quello contro il quale si può lottare o si sopporta con rassegnazione o indifferenza, ma si scorgevano le tracce di un’immane e sventurata battaglia. Era come se vi fosse inscenata la tragedia dell’usupazione di un ordine altissimo, e quindi insostenibile dalle sole forze umane, da parte del caos, il dramma del vilipendio di una bellezza troppo fragile e trepida da parte di una volgarità massiccia e tronfia. Percepire gli strenui dissidi della donna, intuirne le eroiche disfatte, più attraenti di mille vittorie, fu per Astolfo tutt’uno col prendere ad amarla. Era quella la soglia, si disse la prima volta che la vide e le parlò: egli era disceso, costei poteva salire fino a lui, raggiungere la linea lungo la quale indefinitamente incontrarsi, definitivamente amarsi. Per lei avrebbe segnato, decise, il ritmo più insinuante ed intenso che gli fosse dato di battere: un ritmo che avrebbe avvolto e coinvolto ambedue. Nulla, tuttavia, materialmente cambiò. Egli si recava nell’ufficio di lei soltanto secondo necessità o programma, e ben rare e fugaci erano le occasioni in cui i loro discorsi sconfinavano dagli argomenti di lavoro. In quelle circostanze però egli trovava ampie conferme delle impressioni iniziali, e sempre più prendeva piacere ammirando gli oggetti simbolici che la donna si teneva intorno per baluardo contro il caos, per monito contro la volgarità massiccia e tronfia. Era come se, pur restando materia, per grazia di lei la materia sfuggisse ai propri limiti, elevandosi; ed allora Astolfo sentiva che il linguaggio delle cose incominciava a permearlo, a parlargli in modo chiaro e suadente. Un giorno, mentre accalorandosi entrambi discutevano un complicato problema, d’improvviso la donna sbiancò portandosi le mani al petto, i lineamenti del volto subito contratti da una smorfia di pena. “Che cosa le accade?” domandò lui, paventando un infarto. “Non è mortale, non tema – rispose la donna non appena si fu un poco ripresa -, anche se a volte non so rallegrarmene. Soffro da sempre di tachicardia primaria, ribelle a ogni cura. E’ il mio cuore bisognoso di pace e misura che si rivolta contro i ritmi imposti dal mondo, e li sfida.” Allora, d’istinto, senza aggiungere o ribattere niente alle parole di lei, Astolfo fece un passo in avanti, le appoggiò una mano contro la mammella sinistra, gliela strinse. La donna rimase tranquilla, come avvertendo che lui meritava fiducia, e non reagì. La sua mammella era piccola e dura, ed Astolfo rabbrividì sentendo provenire dai precordi un martellare fitto e possente che sembrava scuotere la donna in ogni fibra, squassare le fondamenta della sua vita. Ed anche il suo cuore batté più in fretta e più forte, nel medesimo istante per la paura, la lussuria e la collera; le sue guance s’imporporarono, la sua fronte s’imperlò di sudore. Una sofferenza mai provata prima lo trafisse; e aumentava, aumentava sempre. Poi, di colpo, chissà dopo quanto, si sentì meglio, ritornò padrone di sé, e si accorse che i due cuori battevano dello stesso battito, più veloce del normale, ma non più angoscioso ora, ora accettabile. Di fronte a lui la donna non aveva mutato posizione e, con gli occhi chiusi, sembrava dormire del sonno di chi va riacquistando le forze al termine di una crisi mortale. Quando Astolfo ritrasse la mano la donna parve destarsi, e sorridendo con semplicità e gratitudine esclamò: “Che mano miracolosa! Peccato davvero non averla sempre con me, visto che questi accessi sono così improvvisi e frequenti”. Nient’altro; ed egli non replicò. Se fossero stati sfiorati da qualche altro pensiero generato dall’accaduto non ne diedero mostra. Poi lo sguardo di Astolfo si posò su di un piccolo vaso di vetro, antico, poggiante sulla scrivania di lei. Era una vaso panciuto e con l’imboccatura larga, dal colore tra il rosso cupo e il viola, con una serie di venature argentee che lo cingevano, come in un arabesco o in un abbraccio. Astolfo l’aveva notato subito, la prima volta che era entrato in quella stanza, e il suo pensiero ormai l’ossessionava. Senza parole, con il respiro affannoso e col cuore che di nuovo gli batteva più in fretta e più forte, Astolfo guardava alternativamente il vaso e il viso della donna. Infine, quando ritenne di poter dominare il tono della voce disse: “A proposito di vasi e di cuori ho anch’io qualcosa da mostrarle. Abbia la bontà di seguirmi nel mio ufficio”. La donna si alzò e incuriosita gli tenne dietro scendendo tutte le scale dell’edificio, fino al seminterrato, dove per espresso desiderio di lui era stato ricavato uno studiolo fra i magazzini della cancelleria, gli armadi delle scope e dei detersivi e la centrale termica. Era la prima volta che qualcuno oltre a lui e al personale di pulizia (il quale poi vi entrava raramente) varcava la soglia di quell’ufficio. Esso era singolarmente disadorno, ma non squallido. Tre pareti biancheggiavano spoglie; la quarta era coperta di diagrammi che con la pianificazione aziendale non sembravano aver nulla da spartire; in uno di essi in particolare pareva di poter riconoscere l’albero degli attributi e dei nomi divini. Sulla scrivania, insieme a penne, pinzatrice e poche carte disposte con cura, senza un filo di polvere, un solo oggetto non strettamente indispensabile al lavoro: un vasetto cilindrico, di plastica trasparente, che recava in serigrafia una vignetta umoristica e un motto pubblicitario. Era vuoto: le penne giacevano allineate sul piano del tavolo. Additando il vasetto egli disse: “Ecco il vaso di cui le parlavo”. “Quello?” chiese lei, con aria disorientata, imbarazzata, forse anche indispettita. “Quello” rispose lui, senza scomporsi. “Ma…” fece per dire la donna. “Sì, lo so – la interuppe l’uomo – però lo guardi più da vicino, lo guardi dentro, lo ascolti.” “Ma se è trasparente, ed è vuoto!” proruppe, al limite della pazienza, e incominciando a preoccuparsi, la donna. “Faccia come le ho detto” insistette lui, testardo, ma come rassegnato alla testardaggine di lei. Alla donna non restò che ubbidire. Si avvicinò e, siccome era miope, si curvò sull’imboccatura del vasetto fin quasi a sfiorarla con il lungo naso diritto e sottile. Ovviamente non scorse né udì nulla, e si volse verso Astolfo con aria interrogativa. Astolfo stava con lo sguardo fisso su di lei, ma era come se non la vedesse. Poi con voce sognante prese a parlare: “Vede? Come in una lentissima tempesta lungo le pareti del vaso risalgono delle volute di un liquido rosso chiarissimo e trasparente. Una piccola quantità dello stesso liquido sta raccolta anche sul fondo del recipiente, dove spumeggia. Quel liquido è sangue, nessun dubbio in proposito, anche se ha un aspetto così poco abituale. E’ sangue, ed è un’acqua di vita potente e purissima. Coraggio, guardi bene, si specchi: vi scorgerà scene di caccia, galoppi tra i filari, stendardi al vento. E ascolti: da questi quadri sorgono dei suoni: suoni di richiami, di corni e di fanfare, e il battere di mille zoccoli sul duro terreno. Un battere che a poco a poco assume l’andatura del battito di un cuore, anzi di due cuori che battono a gara, in una sfida gioiosa: a mano a mano fondendosi, a mano a mano formando un cuore soltanto, unico e doppio ad un tempo”. La donna ascoltava: e al principio le passò sul volto un’espressione di spavento, cui presto però se ne sovrappose un’altra, di compassione infinita. Ma Astolfo, oramai, non si accorgeva di niente. Dopo che ebbe concluso il suo soliloquio fece una breve pausa, poi con qualche solennità soggiunse: “Lo prenda, è suo”. La donna guardò il vaso, guardò lui. Astolfo ripeté con voce uguale: “E’ suo”. La donna guardò lui, guardò il vaso. Dinanzi aveva un uomo dall’aria malaticcia, dalla barba incolta e dagli occhi fiammanti. E un vasetto cilindrico, vuoto, di plastica trasparente, che recava in serigrafia una vignetta umoristica e un motto pubblicitario. Disorientata, interdetta, non sapendo da che parte incominciare, incominciò dicendo: “Io…”. “TU?” immediatamente la bloccò Astolfo con soffocata furia, immediatamente avvampando, immediatamente accigliandosi. Lei, in atteggiamento accorato, fece un passo in avanti. Astolfo arretrò, irrigidendosi. Ma nel profondo di lui, come in una lentissima tempesta, qualche cosa si stava scatenando, prendeva il sopravvento. Con patimento e rabbia egli scrutava dentro di sé le due figure che per qualche tempo si erano fronteggiate dagli opposti lati della soglia, con gesti e pensieri analoghi, come se l’una fosse l’immagine allo specchio dell’altra, riprendere a muoversi e a pensare ognuna per proprio conto, come appartenenti a dimensioni separate e distanti. Nella stanza discese il silenzio e vi regnò per un certo periodo, finché non si udirono i passi di lei che si allontanavano verso la superficie, senza che una nuova parola venisse pronunciata fra i due. Non appena Astolfo fu solo, la piena del suo dolore ruppe gli argini: fu trafitto da una sofferenza mai provata prima, che aumentava, aumentava sempre: fino al punto in cui la sua coscienza umana vacillò, si spense, lasciando a illuminarlo solo il fuoco di una sovrumana pazzia, che oramai divampava, e che lo ardeva. Quando lei fu risalita e il seminterrato ripiombò nel silenzio perfetto Astolfo strinse un pugno, adagio; e fu come se nel suo pugno, senza fare rumore, tremando, l’universo intero si accartocciasse, implodesse. Egli chiuse gli occhi e nel buio sotto le palpebre fu come se la luce, la vera luce, esplodesse. Fu come se un dio armato di onniscienza e di onnipotenza volgesse all’intorno lo sguardo ch’è la verità di ogni visione, si ammantasse nei veli iridescenti della sua luce impenetrabile, si ritraesse nella sua irraggiungibile singolarità astrattamente bianca. Quando, ore dopo, la guardia notturna scese nel seminterrato per il solito giro trovò Astolfo ancora nella stessa posizione: stava in piedi, leggermente oscillando, e aveva un sorriso indecifrabile, e un rivolo di sangue gli colava dal naso. L’uomo, che lo conosceva, lo interrogò sollecito, ripetutamente, ma non ottenendo risposta telefonò, fece accorrere gente. Si chiamò un’ambulanza. Astolfo fu condotto via, in una casa di cura. E passando da una casa di cura ad un’altra, poiché non c’era chi potesse accudirlo, trascorse gli ultimi anni, ancora moltissimi, della sua esistenza terrena. Nei primi tempi, finché non fu trasferita presso un’altra sede di lavoro, lontano lontano, veniva a trovarlo quasi tutti i giorni per qualche minuto una visitatrice: la donna cui Astolfo aveva toccato il cuore, e che avrebbe a sua volta desiderato toccarlo a lui, se vi fosse riuscita, se non si fosse sottratto. Quando lei veniva con i segni della sofferenza dipinti sul volto Astolfo accennava un passo in avanti, levava la mano a mezz’aria. Però poi si fermava, la mano ricadeva inutile e inerte lungo il fianco. L’espressione rimaneva impenetrabile, vuota. Forse, del tutto, non la riconobbe mai più.

roberto
ti leggo sempre in video, ma questa volta mi costringi a stampare la pagina.
f.s.
Caro Francesco,
in questi casi la speranza è sempre che il testo valga (almeno) quanto la carta su cui è stampato. Spero che in merito poi mi dirai.
Un caro saluto,
Roberto
mai lasciarsi dominare dagli archetipi. l’inflazione che ne deriva , dice Jung, può essere devastante. come in questo caso.
Care amiche #4 e #5,
avete colto perfettamente il punto, che del resto era lì apposta per farsi svelare. Evidentemente Astolfo a suo tempo ha intercettato una comunicazione che non lo riguardava, o lo riguardava solo in parte e sotto un certo aspetto, e l’ha assolutizzata a letteralizzata.
Poi non ha avuto la fortuna che qualcuno andasse a recuperare il suo senno in modi per lui accettabili, ed è finito come è finito. Senza neppure il retrospettivo conforto di scrivere poesie davanti alla finestra aperta di una torre.
Con umiltà,
Roberto
Care amiche #4 e #5,
permettete una precisazione.
Ovviamente Astolfo e il suo autore (con la minuscola) non coincidono, e nei dodici anni trascorsi dalla stesura del racconto (sorta di profezia che non salva il profeta)nel “mondo reale” cose sono state dette e gesti sono stati fatti.
Portando alla conclusione che c’è qualcosa di peggio delle cose non dette e dei gesti non fatti: (certe)cose dette, (certi) gesti fatti.
Un caro saluto,
Roberto