Altre opinioni sul ’68

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Riccardo Chiaberge, Domenica 24 ore, 21 Ottobre 2007

Com’eravamo prima del Sessantotto? Felici, o almeno illusi di esserlo. Tra boom economico, apertura ai socialisti, Autostrada del Sole, Bob Dylan e Rolling Stones, l’Italia sembrava finalmente aver ingranato la marcia verso la modernità e guardava con ottimismo al futuro. Un decennio breve, gli anni Sessanta, secondo Edmondo Berselli, proprio come il Novecento di Hobsbawm. Breve perchè bruscamente interrotto, all’ottavo anno, dall’arrivo di “certi tipi…con un’aria di palese superiorità” che pretendevano di indottrinarci, criticavano il nozionismo e contestavano l’autoritarismo, proponevano di destrutturare la famiglia e descolarizzare la società. In nome del movimento. Quale movimento?– si chiede Berselli nel suo nuovo libro Adulti con riserva (Mondadori). – C’era un movimento? Dovevo pensare che qualcuno a mia insaputa aveva nominato dei dirigenti?”. Edmondo, cresciuto in una famiglia cattolica, era fuggito dai boy scout a undici anni perchè preferiva andare allo stadio o al cinema, e non era quindi il tipo da intrupparsi: “il gusto dello stare insieme verrà buono per alcune serate in compagnia e per le schitarrate in spiaggia con annesso petting in pineta, ma per favore non ditemi che c’è un livello superiore che ha assunto decisioni che non mi riguardano e a cui dovrei attenermi”. Più che l’inizio di qualcosa, il mitico ’68 è stato la fine di un’epoca. Al posto delle albe radiose e delle rosse primavere, nei ricordi di Berselli si stagliano i “pugni chiusi sullo sfondo di tramonti oscuri”. Non un Big Bang, ma un Big Crush nel quale si sono infranti i conati, per quanto confusi, di riforma del decennio breve. Si stava così bene senza l’ideologia. Lontani dai sottoscala umidi dove i compagni tiravano a ciclostilo volantini contro la DC e la Nato. Berselli, giornalista e intellettuale del Mulino regolarmente vaccinato contro ogni nostalgia reazionaria, non è il solo a voler strappare le sacre bandiere del reducismo sessantottino. Anche la scrittrice Paola Mastrocola (classe 1956), nel suo romanzo Più lontana della luna (Guanda), racconta l’esperienza di una giovane povera che nella Torino degli anni Settanta rifiuta di fare politica e prova un’allergia istintiva per le parole d’ordine come proletariato, repressione o crisi del sistema. E in Francia Alain Finkielkraut non esita a bollare il maggio parigino comeun attacco generalizzato alla buona educazione”, che ha soppresso la vergogna spianando la strada “al trionfo della cafoneria”. Forse esagera, e sottovaluta l’effervescenza di idee che pure vi fu intorno a quegli anni. Ma è indubbio che almeno in Italia, a destra come a sinistra, l’onda lunga è stata devastante. L’antiautoritarismo è degenerato in disprezzo delle regole e in sovvertimento di ogni gerarchia di merito, la conflittualità nella criminalizzazione dell’avversario e nella cultura del muro contro muro. ” Il decennio dei Beatles e dei Rolling Stones– scrive Berselli – è stato felicemente eclettico”. Perchè allora consegnarsi a un sarcofago ideologico? “Per alcuni il ’68 è stato la porta di accesso all’inferno della lotta armata. Per molti altri ha segnato l’inizio di una fulgida carriera. Per noi eclettici, che non stavamo sulle barricate, ha rappresentato la fine di un sogno riformista. Ma prepariamoci, l’anno prossimo nessuno ci salverà dalle celebrazioni del quarantennale. Come se ci fosse qualcosa da festeggiare”.

17 pensieri su “Altre opinioni sul ’68

  1. carlabariffi

    di sicuro il ’68 è l’anno più discusso in assoluto.
    per questo non ho nulla da dire al riguardo,
    solo che…
    Bob Dylan mi è rimasto nel cuore!

    🙂

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  2. elena f

    Gli ideali hanno strane proprietà, e fra le altre quella di trasformarsi nel loro contrario quando si vuol seguirli scrupolosamente.(R. Musil, L’uomo senza qualità)

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  3. robertorossitesta

    Alla citazione di Elena F ne avrei un’altra da aggiungere, che ritengo applicabile a quasi ogni evento umano e che spero non sembri troppo dura:
    “E’ il diavolo a esaudire i nostri desideri”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. mbaldrati

    Ma: ho già scritto che mi stupisce questo furore revisionista su un’epoca, un movimento che non è classificabile né tanto meno condannabile (anche sulla Resistenza si fanno operazioni simili); come se la Resistenza fosse stato un enorme genocidio di fascisti, e non il contrario; come se il ’68 fosse stato terrorismo e violenza, e non una macchina totale di contestazione che ha messo in discussione, per esempio il ruolo degli intellettuali; invece si condanna, si giudica, si sentenzia con faciloneria e rozzezza.

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  5. Anna L.B.

    Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti. Tromboni a festa, mangiate l’insalata, con tanto aceto mi raccomando!
    Bob Dylan è il più grande, cari i miei mister Jones, e se non vi piace il ’68 guardate Mastella e godete come potete.

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  6. remo

    del 68, di quegli anni lì, insomma, non sopportavo gli intellettuali.
    e io non ho voluto farlo l’intellettuale, mai.
    e all’eskimo preferivo un impermiabile bianco.
    sei un borghese mi disse un marxista leninista. oggi commercia bottoni con la cina.
    io nel 1975, dopo il diploma, sono andato a lavorare in fabbrica.
    7 anni, per scelta.
    allora, quegli anni della contestazione sono ricordati solo per capanna mario e cazzate simili.
    mao, i dibattiti sulla musica borghese, il sesso.
    io ho in mente un numero, il 300.
    lo statuto dei lavoratori.
    prima un operaio comunista poteva essere cacciato dalla fabbrica in quanto comunista.
    mio padre, comunista, fece una cosa di cui ancora oggi si vergogna: per essere assunto fu raccomandato da un prete, che assicurò il padrone della fabbrica: quell’uomo non è un comunista.
    nelle fabbriche c’era di peggio, prima del famigerato 68.
    se ti iscivevi alla cisnal, sindacato fascista, facevi o il capo o la guardia.
    prima del 68 andavi a timbrare la cartolina.
    c’era un giorno in cui tremavi. era il 27, giorno di paga.
    se non trovavi la cartolina voleva dire che eri stato cacciato.
    fuori dalle palle, ce ne sarà un altro.
    prima del 68 c’era una cosa che si chiamava malsano, chissà se la mastrocola lo sa.
    in busta paga i colossi tipo montecatini e montedison ti davano qualche spicciolo in più se andavi a respirar veleni.
    magari è un caso ma quelli che lavoravano con mia padre un qualche tumorino se lo son beccato (il mio vecchio alla vescica, ma ancora sopravvive).
    nel 68 c’erano due mondi lontani. quello del proletariato e quello degli intellettuali, anche di sinistra.
    ecco, da questo punto di vista non è cambiato niente,
    il 68 ha partorito anche mostri.
    ma pensare al 68 senza pensare agli altri numeri, il 300 e il 27, per me è sbagliato.

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  7. lorpat

    Povero 68. Le campane hanno già incominciato a suonare a morto.
    E neanche oso immaginare cosa accadrà dal prossimo primo gennaio.
    Ma vi rendete conto della marea di commenti che ci aspetta?
    Io mi impegno fin da ora a non leggerne neanche uno.
    E penso proprio che non sarò il solo a farlo.
    Una scelta del genere può essere fatta per amore, ma anche per odio, oppure per semplice indifferenza.
    L’imporante, come si dice sempre in questi casi, è disertare.
    Il resto poco importa, il resto è dettaglio e poco altro.
    E se invece qualcuno pensasse di sorbirselo per intero questo quarantesimo anniversario?
    In questo caso, sia ben chiaro, un bel riepilogo mensile potrebbe essere proprio opportuno.
    C’è qualcuno disposto a farsi sotto?
    Forse non dovrei dirlo, ma anch’io ogni tanto sento ancora il bisogno di schierarmi per un qualche cosa.
    Ma non questa volta, e non certo con questi reazionari, con questi riformatori, o con questi rifondatori.
    Indeciso tra il ricordo che risale il tempo e l’oblio che ne segue il corso, penso che dello spirito del 68 i nostri pronipoti sapranno farne certamente miglior uso.

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  8. vbinaghi

    Sono daccordo. La generazione di Veltroni, che è la mia, prima muore e meglio è.
    Perchè sia chiaro: il prodotto storicamente necessario del ’68 (non quello delle minoranze fulgide, ma quello che si riversa nel senso comune) è Veltroni.

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  9. vbinaghi

    @Remo
    Io non credo che ciò di cui tu parli, cioè le conquiste dei lavoratori, appartengano al ’68, anche se episodi importanti sono avvenuti in quegli anni. Nello spirito del ’68 non c’era la moralità e la concretezza di chi vuole migliorare la propria condizione ma senza distruggere il mezzo, ma il trasferimento utopico, la negazione gnostica dell’esistente. Che ha prodotto terrorismo minoritario e deboscia consumistica diffusa.

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  10. remo

    prima era peggio. valter.
    te lo dico da figlio di contadini mezzadri, poi operai.
    le aberrazioni come il malsano furono spezzate via.
    anche le umiliazioni.
    il 68 per me è don milani. il che. la solidarietà.
    sulle bierre, sulla violenza ci son tante letture.
    quella di walter tobagi, per esempio, mi pare quantomeno interessante: per lui era figlia la violenza, se non ricordo male, di un’anima stalinista che si annidava più nei partiti tradizionali che non in lotta continua, per esempio. tobagi citava storie di brigatisti, partiva insomma dall’osservazione sul campo, concreta.
    ma il discorso si fa difficile e di difficile trattazione, qui, nei commenti.

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  11. dlombardini

    a me sembra che “i figli del ’68” abbiano prima abiurato da quell’insieme di valori, piuttosto nebulosi, di quel periodo, poi si siano fatti “vettori” della nuova ideologia dominante, che è il consumo. i figli sono cresciuti in questo ambiente pedagogico che definirei “del principio del piacere”, e ora sono obbligati, giocoforza, all’austerità (leggi precariato), al rigore, al lavoro e allo studio senza futuro.

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  12. fabry2007

    sul ’68 si può dire tutto e il contrario di tutto. ho inserito questo articolo perché completa il quadro degli interventi precedenti.
    suggerisco di dare un’occhiata a questa sintesi:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Sessantotto
    qui si trovano anche le dichiarazioni al riguardo di Sarkozy:
    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/elezioni_francia/200704articoli/21079girata.asp
    una cosa è certa: quell’evento ancora ci interpella, ci costringe a pensare.
    grazie a tutti gli intervenuti.

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  13. Pasquale Giannino

    Il ’68 è un bamboccione. Fra un po’ sarà costretto anche lui a inforcare gli occhiali da presbite ma di crescere proprio non ne vuol sapere, neanche coi sussidi del ministro. Il ’68 era tante cose. Il ’68 sembrava l’inizio di una nuova era di libertà e fratellanza che non è mai sbocciata. I figli di papà scendevano in piazza perché volevano tutto e subito e gli operai continuavano a farsi il culo in fabbrica. Ma i sessantottini, quelli che ce l’hanno fatta, quelli che oggi comandano e giocano a fare i moderati come nel ‘68 giocavano alla rivoluzione… costoro sanno cos’è una fabbrica? ne hanno mai vista una? hanno mai provato la polvere e il puzzo che si respira lì dentro? sanno cos’è una capetto ignorante arrivista ed esaurito che vuol far carriera sulla loro pelle? sanno che significa tornare a casa la sera con le ossa e il culo rotto e non avere neanche la forza di sorridere ai propri bambini? No. A giudicare dalle loro facce sazie e appagate non lo sanno. Volevano fare la rivoluzione e ci sono riusciti. Volevano abbattere le classi sociali. Eccome se ci sono riusciti! Chi parla più della classe oggi. “In classe ragazzi!” tuonava il professore con voce da tiranno. Oggi i professori li prendono a pesci in faccia e li sbattono su YouTube… Sono ex sessantottini, quelli sfigati… “Il potere alla classe operaia!” urlavano i gruppettari negli anni Settanta. Qualcun altro, più “realista”, al potere voleva portare la fantasia. Chi parla più di classe oggi? Nessuno, a parte qualche poeta fuori del tempo che vorrebbe fare il sindaco, e qualche vecchio comunista che non ha ancora digerito il crollo del muro. Che senso ha parlare di classe oggi? Una volta c’era Mirafiori, a Torino, e le case date agli operai immigrati (quelli veri di una volta: i terroni). E li distinguevi, non potevi sbagliare. Li sgamavi facilmente per come parlavano, con quell’accento inconfondibile dei meridionali trapiantati, o soltanto per come vestivano. Oggi no, siamo tutti uguali: gli straricchi che viaggiano in Porsche e vanno al Billionaire e i loro operai che non arrivano a fine mese ma sono contenti ché ha vinto la Ferrari, e si ubriacano e si sentono ricchi anche loro, almeno per una sera. Poi l’indomani vanno a pagare il mutuo e bestemmiano ché il tasso è aumentato e le banche sono peggio degli usurai… “Abbiamo raggiunto dei buoni margini,” osserva compiaciuto il top manager transnazionale “ma ancora non basta: agli azionisti abbiamo promesso il triplo.” Ed ecco un’altra mostruosa joint venture in arrivo, e gli inevitabili disastri occupazionali. “Cost reduction a tutto spiano, e gli azionisti saranno contenti.” “Ma che ne sarà di quell’operaio che già faticava a pagare il mutuo e ora perderà il lavoro e la casa?” domanda il giovane precario. “Bisogna che si adegui,” sentenzia l’ex rivoluzionario dal suo nuovissimo fiammante pulpito “democratico”. “E basta con la mentalità del posto fisso che abbiamo noi italiani! Gli americani cambiano mille lavori nella loro vita. Abbiamo ancora molte cose da imparare dal loro esempio di civiltà e democrazia.” “Ma quell’operaio? Che ne sarà di lui e della sua famiglia?” “Te l’ho già detto: deve adeguarsi, deve imparare cos’è la flessibilità. Deve farlo, per il bene di tutti. Il comunismo è morto e sepolto sotto montagne di macerie fumanti, non può pretendere di resuscitarlo. Oggi siamo ‘liberi’, c’è il mercato… Oggi siamo ricchi: abbiamo il mercato globale!”

    Il ’68 era un anno come tanti, facevano all’amore e giocavano a carte; qualcuno inseguiva un pallone sognando la serie A, qualcuno vinceva alla lotteria, qualcun altro scopriva di essere cornuto. Qualcuno nasceva, altri moriva. Ma il ’68 no, lui non può morire. Il ’68 è immortale!

    Pasquale

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