Intervista a Marco Cassardo

foto-marco-cassardo.jpgLa pagina spalancata su un passaggio che piace, lo sguardo che si alza dal libro e poi pensare: ah, potessi chiedere questo e quest’altro all’autore che mi fa compagnia. Grazie a internet e a un poco di faccia tosta ogni tanto la cosa mi riesce. Così ho pensato di dare il mio contributo al dibattito sul perchè si scrive e sugli approcci alle scritture proponendo una serie di interviste ad alcuni scrittori.
Inizio con Marco Cassardo, che ha esordito quest’anno con il romanzo
Va a finire che nevica (Cairo), di cui ho postato una lettura in Bottega di Lettura, in giugno.

D. Marco, nel tuo libro compare una nota biografica piuttosto striminzita, nato a Torino nel 1965, vive a Milano, Va a finire che nevica è il suo primo romanzo. E stop. Vuoi dirci qualcosa di più di te, e della scelta di scrivere?

Nel luglio del 1990 mi sono laureato in Giurisprudenza.
Il settembre successivo ho iniziato il praticantato da un civilista, ma non era roba per me. Iniziai a fare il giornalista. Scrissi su La Stampa, La Gazzetta del Piemonte, condussi trasmissioni televisive su Grp e Telecupole. Tempo due anni e decisi di trasferirmi a Milano per intraprendere l’avventura. Avevo 27 anni.
A Milano collaborai con Italia Oggi, Gazzetta dello Sport, Sole 24 Ore, Il Giorno, L’Indipendente: divenni giornalista professionista nel 1997.
Nel 1998 uscì il mio primo libro, “Belli e dannati – Il popolo granata e l’arte della pazienza” (Limina Edizioni), di cui nel 2003 fu pubblicata la seconda edizione.
Nel marzo del 2002 Pubblicità Italia, settimanale di pubblicità e media, mi chiamò per fare il direttore. Accettai, ma dopo diciotto mesi mi resi conto che mi interessava soltanto la letteratura. Diedi le dimissioni e dopo due anni conclusi “Va a finire che nevica”, il mio romanzo d’esordio (Cairo Editore), pubblicato nel 2007. Ora, come lavoro, faccio il ricercatore sociale e di marketing. Sono un consulente dell’istituto di ricerca Eurisko.

D. Recentemente c’è stata una querelle che ha opposto i romanzieri ai cronisti: i cronisti rimproverano ai romanzieri di scrivere cronache mediocri, e i romanzieri accusano i cronisti di concepire dei cattivi romanzi. Più in generale si vorrebbe imporre l’assunto che o si è scrittori tout cour o non lo si è per niente. Tu come ti poni al riguardo? E come riesci a conciliare il tempo della scrittura con il tempo del lavoro?

Giornalismo e letteratura, checché se ne dica, non c’entrano nulla. Un buon cronista deve scrivere di cronaca, un buon romanziere deve scrivere romanzi.
Il giornalismo è scrittura automatica, che procede per scatti e, spesso, luoghi comuni. Il giornalista scrive seimila battute in un’ora. E’ spinto dalla curiosità, dalla voglia di raccontare e riprodurre il reale. Un vero romanziere, invece, per scrivere una cartella di buon livello, impiega una mattina, crea emozioni partendo dalla materia grezza del lessico e dell’immaginazione. Insomma, ritengo che si tratti di due mestieri diversi: sarebbe un buon cosa se ciascuno stesse al proprio posto.
Quanto a me, lavoro per vivere, ma ciò che dà un senso alla mia vita è il tempo che riesco a dedicare alla scrittura

D. F. Nietzsche afferma: La ricetta per diventare un buon novelliere, è facile a darsi, ma l’esecuzione presuppone qualità su cui si suole passare sopra quando si dice: “Io non ho abbastanza talento”. Si provi a fare cento e più abbozzi di novelle, ciascuno non più lungo di due pagine, ma di tale chiarezza, che ogni parola sia in esso necessaria, si scrivano ogni giorno aneddoti, finché non si impari a trovare la loro forma più pregnante, più efficace.
Condividi? In che modo tu hai affinato (o affini) la scrittura? Sei passato dalla forma breve a quella più lunga, o hai iniziato da subito con il romanzo?

Condivido. Il passaggio dalla forma breve a quella più lunga è la via maestra per raggiungere livelli accettabili. Lavorare per ore su due pagine, e poi rivederle, e poi vederle ancora è il metodo migliore per acquisire una certa disinvoltura con sintassi e lessico, per scoprire pregi e difetti della propria prosa. Anche io sono passato dalla forma breve al romanzo, ma i miei racconti sono rimasti inediti. Cammin facendo, mi sono reso conto che ho bisogno di tempo, di far respirare i miei personaggi, di delinearne con calma la psicologia. Soltanto scrivendo ho capito che è il romanzo la forma letteraria a me più consona.

D. Un altro dibattito molto acceso si è sviluppato, poco tempo fa, sui rapporti tra scrittura ed editing. Come sei entrato in contatto con l’editore Cairo? Come avete impostato il lavoro sul tuo “manoscritto”? Hai fruito di un editing o di un semplice servizio di correzione bozze?

Ho inviato il manoscritto alla Cairo Edizioni e dopo una quindicina di giorni sono stato convocato in sede da Gianni Vallardi, l’allora direttore editoriale, che mi disse di aver apprezzato il romanzo e di volerlo pubblicare. Ho fruito dell’editing di una professionista bravissima, Chiara Belliti, affidatami dallo stesso Vallardi.

D. Il titolo del tuo romanzo, Va a finire che nevica, suona colloquiale, sa quasi di understatement. Puoi spiegarci come ci sei arrivato?

E’ un romanzo di forti conflitti, di grande tensione emotiva. La neve è silenzio, la neve attutisce i suoni e omogeneizza i colori. La neve è tante cose: infanzia, gioco, poesia. La frase “va a finire che nevica” mi sembrava adatta a simboleggiare l’irrompere della quiete.

D. Nel tuo romanzo, oltre a uno spaccato della società contemporanea,c’è anche una forte connotazione retrospettiva, sui c.d. luoghi delle proprie radici (in questo caso la Valle Varaita, in provincia di Cuneo, che oltre ad essere bellissima è anche la “culla” della cultura occitana). Vuoi spiegare il perché di questa scelta?

Per un motivo semplice: la conosco molto bene perché l’ho frequentata da ragazzo. Trattandosi di un romanzo fortemente realistico, ho voluto ispirarmi a un luogo di cui conosco profumi e angoli.

D. Mi ha colpito il modo in cui approfondisci il rapporto tra i due fratelli, protagonisti del romanzo, e più in generale le dinamiche familiari. In questa tua scelta ti sei ispirato alle opere di qualche altro scrittore? E, più in generale, quali sono i tuoi “riferimenti” nella narrativa?

No, non mi sono ispirato a nessuno, ma è chiaro che uno scrittore diventa anche quello che legge. Credo che lo stile e l’opera di un romanziere siano il frutto di un insieme di cose: la propria sensibilità, l’esperienza, gli incontri della vita, l’elaborazione dell’infanzia e, appunto, le proprie letture. Per quanto mi riguarda, nel corso del tempo mi sono innamorato di Camus, Sartre, Kafka, Dostoevski, Mann, Flaubert, e poi Kundera, Pavese, Moravia, Carver, Auster, Fante. Mi sono sposato con Proust. Gli sarò fedele tutta la vita….

D. Per concludere, stai lavorando a un nuovo progetto?

Si, ho iniziato un nuovo romanzo lo scorso luglio: l’obiettivo è quello di concludere la prima stesura entro Natale.

4 pensieri su “Intervista a Marco Cassardo

  1. mariobianco

    Bella, sana, chiara e pulita intervista;
    sono sicuro che m’interessa ciò che scrive questo giovinotto, per non parlar di Val Varaita….

    però:
    “Un vero romanziere, invece, per scrivere una cartella di buon livello, impiega una mattina”,
    Non è sempre vero, non è un assoluto; ognuno ha la sua misura ed abilità.
    Tanto per far un esempio: Simenon arrivò a scrivere 60 pagine in un giorno; a iniziare, portare avanti, terminare e correggere un romanzo in 14 giorni.
    Ma son casi rari.

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