Chiara, l’alieno

Luglio 1988.

Partorire non è mai un’impresa facile. Partorire sapendo di dare alla luce una creatura con gravi problemi di salute è una missione impossibile. Da portare comunque a termine.
Martina aveva il volto devastato dal dolore. Le doglie, certo, ma queste erano niente in confronto allo strazio dell’anima.
Spingi, Martina, le diceva qualcuno, un’ombra fra tante nella forte luce della sala parto. Ombre che svolazzavano indaffarate con indosso mascherina, cuffia e camice verdi. Il travestimento standard per un’occasione come quella. Nella realtà dietro il travestimento c’erano il ginecologo, l’ostetrica, il pediatra, un paio di infermiere e chissà chi altro. Tutti che la esortavano a spingere. Ma in lei qualcosa rifiutava di obbedire.
Perché spingere? Perché morire di dolore, sentirsi lacerare le carni e avere in cambio niente? Una bambina malata che chissà se sarebbe sopravvissuta non era un corrispettivo congruo per tanta sofferenza.
Spingi, Martina, che ci siamo, si vede la testa.
Io non la voglio vedere quella testa deforme, delirava una Martina annientata, ridotta a un puro fascio nervoso senza vera coscienza. Altro che spingere.
Se avesse potuto avrebbe risucchiato la creatura, l’avrebbe custodita dentro di lei per sempre.
Se avesse potuto, non l’avrebbe mai concepita.
Ma Gianni era sembrato così sicuro di sé. Mica le aveva detto che a 22 anni, solo tre più di lei, era la prima volta anche per lui. Non le aveva detto subito che si era vergognato di acquistare i preservativi, perché poi in paese tutti lo avrebbero preso in giro… Di andare da un’altra parte non se ne parlava, papà non gli lasciava l’auto e così non aveva potuto recarsi, col motorino e la neve, in città, dove sarebbe stato al sicuro, volto anonimo fra tanti. Ma la voglia della sua fresca ragazza era stata tanta, l’occasione era arrivata quasi all’improvviso, loro due soli in casa di lei… Martina ricordava bene come lui l’aveva convinta, dolcemente, con l’aria matura dell’uomo forte. Ed era stato anche bello… bè, più che bello, diciamo nuovo… Ma sì, anche bello, nonostante la frettolosa conclusione di lui. Mica l’aveva ancora capito che si era emozionato troppo e aveva perso il controllo. Si era sentita invece una donna bellissima, una vera donna che faceva perdere la testa agli uomini.
Ed ora, con un certo anticipo sui tempi, come conseguenza di quella sera era lì a spingere.
Spingi Martina, questa creatura non sarà mai tua. Lo hai deciso nel momento in cui Gianni si è defilato, spaventato dal responso dell’ecografia. Fino a un attimo prima era sì impaurito, ma in un modo… normale. Però la diversità no, non poteva affrontarla, non ne era capace, era giovane, aveva una vita davanti e non voleva ipotecarsela così.
Era sparito all’estero per lavoro, lasciandola sola davanti a una decisione assurda.
E la decisione era stata presa. Non potendo risucchiare la bambina, non potendo negare l’evidente avvenuto incontro di due cellule maledette, non restava altro da fare. Con l’approvazione imbarazzata del resto della famiglia.
In fondo, anche lei era giovane e aveva diritto a vivere.
Alla fine la natura, la forza propulsiva del suo utero e la prepotenza della vita ebbero la meglio. Avvolta dal grido disperato di sua madre, Chiara volle conoscere com’era fatto il mondo.

Agosto 1988.

Era il suo primo giorno di lavoro. Maledizione, si era diplomata infermiera da due mesi e il suo primo lavoro sarebbe stato in pediatria. Mai avuto a che fare prima con i bambini, questi alieni! Rossana in tutti i suoi 24 anni se n’era sempre tenuta lontana e in fondo non aveva neanche mai avuto grandi occasioni per incontrare l’infanzia. Lei, poi, era nata già adulta.
Oggi, primo giorno, totalmente inesperta di bambini, inesperta perfino del mestiere (la scuola, si sa, prepara fino ad un certo punto), si ritrovava un biberon in mano. Dai da mangiare a Chiara, le avevano detto indicandole una stanzetta.
Chiara? E chi era Chiara? Quel fagotto dentro la culla? Vediamolo…
Occhi di cielo appena adombrato, quando non è sereno ma nemmeno attraversato da nuvole di pioggia, e non è azzurro e non è grigio. Pochi capelli biondi e pelle di luna trasparente. Venti giorni di vita. E uno squarcio, in un sorriso che non c’era. Questa era Chiara.
Rossana fece un inconsapevole salto indietro. Per poco non le cadde il biberon di mano. Non aveva mai visto un labbro leporino. Ne aveva solo sentito parlare, ma lo aveva riconosciuto subito, d’istinto. Fissava con una sorta di orrido fascino quella fessura che tagliava il labbro quasi a metà e arrivava fino al naso. Non riusciva più a vedere la bambina nell’insieme, non ancora. Però sentiva di essere osservata sua volta. E si fece coraggio, tornò a cercarne lo sguardo.
Gli occhi di cielo pigro erano proprio concentrati su di lei. Chissà cosa c’era, lì dietro. La bimba non si muoveva, non si agitava, non piangeva. Siamo sicuri che abbia fame? Ma i bambini non strillano, di solito, quando sono affamati? Non è il loro unico modo per comunicare?
Rossana ancora non sapeva che anche il silenzio, nei bambini, è una forma di linguaggio, l’unica possibile, talvolta.
Le due femmine umane, ognuna a suo modo immatura, si osservarono ancora un po’. Poi Chiara sbadigliò, con un miagolio sommesso, perdendo un po’ di saliva dal buco. Rossana percepì il biberon che si freddava e si decise. Oh, insomma, se mi hanno detto di darle il latte, si vede che è il suo orario, fame o non fame.
Come si fa a dare il biberon a un neonato? Da disteso andrà bene? Rossana si guardava in giro, ma nessuno sembrava avere tempo per lei. Del resto, dove stava il problema? Milioni di mamme ogni giorno imparano a dare il biberon al proprio figlio. Forse che le mamme hanno poteri occulti?
A occhio e croce la posizione supina non era l’ideale. Anche ai nonnetti gli si tira su lo schienale del letto quando non si possono alzare e bisogna imboccarli. Questo, almeno, durante il tirocinio lo aveva imparato.
Dunque la baby andava quanto meno messa seduta. Ma così piccola non sarebbe stata in grado di sedersi a un tavolino. E neppure su un seggiolone. E la culla non si alzava come un letto d’ospedale.… No, la paziente stavolta era da prendere in braccio.
Posato il biberon, Rossana si arrischiò a fare la manovra, sentendosi goffa come un orso. In qualche modo riuscì a mettersi la bambina sul braccio sinistro e perfino ad adagiarle il bavaglino sotto il mento (quest’ultima cosa le era sembrata una mossa molto intelligente!). Con la mano libera prese il biberon e l’avvicinò alla fessura.
Chiara non reagì subito, sembrò quasi fiutare il latte prima di decidersi, pigramente, a succhiare. Ma ecco l’imprevisto: il latte le usciva dal naso! O meglio, dalla fessura che lo univa alla bocca. Chiara succhiava e il latte usciva dal biberon ma non le arrivava in pancia, tornava all’esterno dal buco! E inevitabilmente cominciò ad andarle di traverso.
A Rossana mancò un battito di cuore. Istintivamente ritrasse il biberon e tirò su la bambina. Se l’appoggiò al petto. Le diede dei colpetti sulla minuscola schiena. Lei si riprese e da paonazza tornò pallida. Ma non pianse.
Rossana sudava. Doveva portare a termine il suo primo incarico ed era decisa a farlo. Ritentò con il biberon e la cosa si ripeté ancora, e ancora. Le cedettero i nervi e scoppiò in lacrime, mentre la piccola restava in serena attesa. E questa calma bovina fece piangere la neo infermiera ancora di più, la rese consapevole del dramma della bambina e del proprio ruolo. In quel momento era responsabile di Chiara, Chiara dipendeva da lei in tutto e per tutto. Chiara non era un alieno incomprensibile, Chiara era una bimba con problemi che aveva bisogno di aiuto più di un bambino “normale”. Si sentì invadere di una pena infinita, provò quel genere di tenerezza che finora aveva avvertito per i cuccioli e i morenti. Asciugò il pianto e strinse la piccola a sé.
Vedrai che riuscirò a darti da mangiare, bimba.
Ci riuscì.
Poi, rimessa nella culla la neonata, cercò la sua cartella e scoprì che la madre, nubile, giovanissima, l’aveva abbandonata. E come non capirla?… Scoprì le altre malformazioni, oltre alla labiopalatoschisi (parola mostruosa, come il suo significato), i difetti cardiaci e renali, mentre per riscontrare eventuali problematiche neuromotorie, c’era scritto, si sarebbe dovuto attendere.
Un piccolo angelo sfortunato, venuto al mondo per sbaglio, solo per soffrire.
Rossana restò, muta, a guardare l’immobilità di quella culletta bianca, dove l’angelo aveva riposto le ali e chiuso gli occhi di cielo adombrato.

Agosto 1989.

Rossana contava i giorni, presto avrebbe cambiato reparto, sarebbe tornata a lavorare con gli adulti. La pediatria era un mondo a sé, logorante, avvolgente, coinvolgente. Dopo un anno era diventata un po’ più scafata, maneggiava i bimbetti con più disinvoltura, ma sempre marziani le sembravano, e le invadevano le notti, e li sentiva piangere ovunque. Aveva imparato ad amarli, ma non sopportava ancora di vederli soffrire.
Una mattina di agosto fece entrare in ambulatorio una coppia con in braccio una bambina di circa sei mesi, bionda, capelli radi, pallida. La guardò mentre i genitori la spogliavano. Era così tranquilla… quasi non riusciva a stare seduta, ma per l’età forse era normale. Poi notò la cicatrice. Tra labbro superiore e naso, come una saetta, disegnava una ferita d’inaudita ferocia. Un ricordo l’attraversò, un altro squarcio, un altro sorriso offeso. In quell’istante la bambina alzò gli occhi, che erano del colore del cielo imbronciato, né azzurro né grigio. Come quegli altri. Era lei!
Corse a leggere il nome. La piccola si chiamava proprio Chiara ed era la stessa che Rossana aveva nutrito fra le lacrime l’anno prima. Non aveva sei mesi dunque, ma dodici!
Non l’aveva più vista da allora, Chiara aveva seguito altre strade e Rossana era restata alle prese con l’alieno mondo dell’infanzia. Ma il caso gliela aveva fatta rincontrare e lei l’aveva riconosciuta. Anche perché la bambina non era cresciuta molto, sembrava ancora una neonata. Era stata operata al labbro e al palato, poi anche ai reni, era in attesa di correggere la malformazione cardiaca, ma presto era stato evidente che il suo sviluppo era rimasto gravemente in arretrato rispetto al tempo che, indifferente alle tragedie, correva via secondo le sue regole.
Chiara non sarebbe mai stata “normale”.
Chiara sarebbe rimasta il piccolo angelo sfortunato dalle ali mozzate, caduto sulla terra per errore.
Però Chiara un piccolo miracolo lo aveva fatto, lei “anormale”, impotente, fragile. Aveva trovato dei genitori adottivi incredibili e non era mai stata sola. La lotta andava avanti insieme a loro.

Ottobre 2007.
Chiara ha da poco compiuto 19 anni. Se è ancora viva, chissà in quale modo ha festeggiato il suo compleanno. Chissà se quel suo destino di angelo per sbaglio glielo ha concesso.
Rossana non l’ha mai più rivista. Ma se è vero che non c’è due senza tre, e che il mondo non è poi così grande, prima o poi l’alieno incontrato due volte tornerà. E sarà un alieno bellissimo.

(ndA: Chiara è una bimba vera. La sua storia familiare raccontata qui, non lo è)

6 pensieri su “Chiara, l’alieno

  1. jolanda catalano

    Ramona tu dici “partorire……è una missione impossibile.Da portare comunque a termine”
    io chiedo:perchè? e con questo interrogativo non ho certo voglia di provocare polveroni vista
    la delicatezza e la gravità dell’argomento.
    credo che nessuno di noi possa misurarsi con le spine del Cristo sulla Croce.
    mi colpisce il fatto che,difronte a un così drammatico problema di coscienza,debba ancora essere
    sempre la donna a dover scegliere,nel bene o nel male,mentre il lui di turno se ne va a gambe
    levate.

    ciao
    jolanda

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  2. ramona

    Jolanda, premetto, ma l’ho già detto, che la storia è inventata, anche se la bambina è reale e io l’ho conosciuta. Credo comunque di non dire nulla di nuovo, purtroppo, e l’argomento è sempre attuale: quello del cosiddetto aborto terapeutico, della maternità responsabile, dei sostegni ,psicologici e non, di fronte a problemi grossi come questo.
    Molto spesso gli ultimi due punti sono ancora assenti, purtroppo.
    Quanto al primo punto è una scelta che la legge permette, che io non condivido ma che posso comprendere senza accusare nessuno, perchè ognuno fa i conti col propro dolore. E io di dolore in questi casi ne ho visto molto.
    Parlo di missione impossibile nel partorire una creatura che già si sapeva essere con buone possibilità gravemente ritardata proprio perchè la conclusione sarebbe stata un abbandono, non una maternità responsabile. Da portare a termine perchè evidentemente il tempo limite era trascorso, tra mille indecisioni e ripensamenti e diagnosi tardive… e magari per un sussulto di coscienza. Chissà. In quanto alla reazione di “lui”, ahimè… certi si defilano anche senza che ci siano problemi grossi come questo. Parlo di 20 anni fa, di ragazzi giovanissimi. Ma succede ancora, credimi. Ed è molto triste. Grazie per la partecipazione a questo argomento che da sempre mi sta a cuore. Ciao

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  3. jolanda catalano

    Anche a me sta a cuore l’argomento,Ramona,per questo intervengo e qualcosa avevo detto in Roberta
    e il dolore innocente.ma ogni caso appartiene dolorosamente a chi lo vive.
    vero,l’argomento purtroppo è sempre attuale e bisognerà ancora parlare e parlare auspicando che
    un giorno tutto questo parlare-educare possa produrre i frutti necessari a che nessuna ragazza
    o donna debba sentirsi sola in tali dolorose circostanze.
    ciao
    jolanda

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  4. commentator

    Per quel che riguarda l’inizio romantico di questa storia, secondo me si dovrebbe di nuovo insegnare alle donne che gli uomini, prima di anticipare con essi le gioie di coppia, bisogna legarseli ben stretti al dito per evitare che se la diano a gambe levate.

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  5. vbinaghi

    Un uomo che se la dà a gambe lasciandosi dietro una donna incinta non è un uomo, è una merda. Devo dire che personalmente non ne ho conosciuti. Ho saputo invece di un paio di donne che, grazie ad una legge decerebrata, hanno imposto l’aborto ai loro uomini.
    E questo è pure peggio.

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  6. ramona

    @ Jolanda: è l’augurio che ci facciamo tutte (e uso il femminile di proposito….)

    @commentator: non basta un anello al dito per far maturare un uomo, purtroppo.

    @Valter: concordo con te in entrambe le affermazioni, anche se stabilire cosa è peggio è difficile. Ma certo, non ci dimentichiamo che ci sono anche le situazioni in cui a soffrire molto sono gli uomini. In ogni storia c’è sempre qualcuno che soffre. Ma un aborto, sulla donna, lascia sempre il segno, anche se è lei che lo vuole.

    Grazie a tutti

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