UN LIBRO BELLISSIMO

Livia Candiani BEVENDO IL TE CON I MORTI – viennepierre 2007

Libro sospeso tra leggerezza e pensiero, tra bianco allontanato e parola senza respiro. Non lingua sapiente dei morti ma lingua che vuole liberarsi del superfluo, del peso dell’acrimonia e della vanità.
  Così questi morti parlano un’altra lingua, quella dei sogni e delle metafore semplici, di un fare che è già lingua prima della lingua, prima della deriva del corpo.
  Ma vorrei scrivere di queste bianchissime pagine senza lasciare tracce di sporco. Vorrei parlare all’anima, seduta su una panchina distante, del vialetto nel quale scrivo. Sentire queste parole nel margine sospeso in cui le cose mostrano una loro nudità prima di scomparire per sempre.
  Che cosa ci possono dire questi morti? Che cosa ci possono rivelare? Quando i vivi ci parlano del Nulla, devono prima inforcare gli occhiali e aprire i libri della sapienza. Questi fantasmi, invece, lo fanno mostrando semplicemente la necessità della sottrazione. E’ vero, molti di essi sostano sulla soglia, ancora non appagati, intenti a ripetere i gesti della vita, mentre altri coltivano già i fiori del trapasso, si gettano a manciate nel grande mare bianco della dimenticanza. Tremolano nella luce, e noi vediamo il loro corpo esile, sottile, come certe visioni di fata morgana; come la voce che non ci giunge.
  Questa visione di loro avviene attraverso gli occhi della scrittura che si fa medium, che di loro ci restituisce l’idea di ciò che può rimanere del Bene. Ecco: l’intuizione di questo libro è che i morti non sono in un altrove, ma nello spazio del sole che tramonta; nei riflessi della neve; tra i rami, là dove guardiamo e non vediamo. Che l’anima esiste ancora, in una forma intermedia in cui deve consumarsi; ancora materiale prima di allontanarsi per sempre. Questi morti sono i sottili pensieri del dormiveglia, le trame della luce che suggeriscono le care forme. Sono lì, diversi nell’essere, senza l’indicazione di una colpa che non sia quella del non aver capito l’origine delle proprie azioni inquiete, dell’aver sotterrato le ferite. Così essi non raccontano nulla. Sono fissi, nell’immobilità di qualcosa che è già avvenuto. In un presente non appagato.
  Tutto questo è detto con maestria, senza sfoggio, col timore che le parole possano rompere il delicatissimo equilibrio di questo tempo senza tempo. Così i morti rimangono nello spazio dell’attesa; ripetono, finché la luce non li ha consumati, finché non li ha resi fili di cristallo senza più consistenza.
  Perché essi si fermano? Perché si fanno guardare? Questi loro gesti rimandano alla percezione di uno sguardo sottile: la poesia che sa vedere cose che gli altri ormai non vedono. “offrire al vero mondo/ogni visione”, (p.80). E’ dichiarato questo compito nel momento in cui appare la madre: la creatura più esigente, più intransigente, capace di riportare le parole al peso del mondo, alla costruzione verbale dell’affanno; al timore di confondere il male. Sono i testi della sezione “Madre eretica”, in cui la scrittura, con i suoi chiaroscuri, dimentica i morti e le loro fragili geografie, ci ricorda che il mondo nel quale viviamo è pesante come l’attesa dell’abbandono. Qui, come ogni vero poeta, Livia Candiani è costretta a fare i conti col grande fantasma della madre morta; a distinguere il grano dalla gramigna, a prendere posizione.

Quale pietà sarà mai
quella dei cieli
che ti stavano attorno
fino alle caviglie
e non raccoglievano
il tuo smisurato urlo
meglio è forse
l’abbraccio stretto della terra
la visione minima
d’insetti e foreste d’erba
il punto di vista
delle margherite.
p. 92

Ecco, compito della poesia, di questa poesia, è dare forma all’urlo; non permettergli di atterrire con la sua potenza il sonno dei vivi. Dargli sepoltura nell’abbraccio gentile dei fiori, nel respiro del bosco, indifferente alla misura del tempo degli uomini, delle città. Il corpo della madre, il più ritroso a scomparire, ad andarsene con la moltitudine dei suoi simili, appare, sottile equilibrista, sulla copertina bellissima di questo libro; sospesa sul filo della luce che la sta inghiottendo, per diventare, finalmente, celeste. E’ una preghiera, questa; un pegno in forma di parole per ciò che non comprendiamo e che tuttavia ci ostiniamo a raccontare.
  Libro bellissimo, dell’inconsistenza della materia e della vita. Di un’altra vita più misteriosa e necessaria; come se questa nostra fragile esistenza mancasse di un colore, quello che abbiamo smarrito o volutamente dimenticato. E che questi morti ci offrono come si offre un te attorno alla tavola misteriosa in cui le creature più distanti finalmente si sorridono.

Sebastiano Aglieco

Poesie tratte da BEVENDO IL TE’ CON I MORTI, di Livia Candiani
Viennepierre edizioni, 2007

***

I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un – Arrivederci. – – Come sta? –
– A domani! – .

***

Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.

***

Per noncuranza o per sfida
feriscono i viventi
nessuno porta alla mente
la delicata trama
che ci sospende all’attimo
nessuno s’inchina
al mortale universo
dell’altro.

***

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

***

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

***

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

***

La notte avanza
minuscola,
assoluta,
minaccia di chiodi
gli occhi.
Sulla faccia
c’è il cielo
e sopra il cielo
il cielo,
di cui solo il buio ha memoria.

– Perché l’amore si rompe? –
il bambino Juri interroga il senso.
Ho paura per te Juri,
ho paura per tutti,
per tutti di notte
spengo piano,
piano
le luci,
una,
a una,
adagio,
per non disorientare
il male.

***

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

13 pensieri su “UN LIBRO BELLISSIMO

  1. francesco

    Scinnii duocu sutta l’annu scursu
    pe jorni re muorti.
    Avia ca mancavu i muorti ri na vita.
    Mi fici na passiata o cimiteru salutannu a tutti
    taliannuli nagl’uocci
    in ogni ritrattieddu, a culura, co nivuru e u biancu.
    Iddi paria ca mi salutavanu tutti.
    Bii, ma chiddu nunn’era u Ciciru?
    e l’avutru nunn’era u cumpari Menu?
    chidda, nunn’era a ta nonna?
    Accattai ‘mazzu i rosi bianchi
    e cuminciai a mettirli ne puvirieddi,
    ne tombi senza sinna
    e ne pirsuni ca mi parievunu arririri
    No ma zziu pir esempiu, Accaputu
    e ne noma ca nun puozzu fari.
    A fini mi nni cianai o paisi apperi
    cussì comavia scinnutu,
    silinziusu e mutu.

    Come si fa ad abbracciare qualcuno che muore, ricorderai mai?

    Un libro bellissimo, sicuro; spero di trovarlo -cerco ancora La porta-.

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  2. Giorgio

    Certe volte do ragione a George Steiner, quando bolla tanta critica come “chiacchiericcio illecito”, secondario e parassitico, ma in casi come questo, Sebastiano, trovo la critica la narrazione di un’esperienza autentica, quale può provenire solo da chi si lascia coinvolgere dal testo.

    E finalmente un aggettivo, quello del titolo, che non è un’iperbole.

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  3. fabry2007

    “la poesia è un sostegno leggerissimo, quasi impalpabile e salva la vita”.

    le parole di Livia dicono molto anche su questo libro, credo.
    Calvino faceva della leggerezza uno dei valori da traghettare nel nuovo millennio.
    tra le insopportabili pesantezze dei nostri giorni, l’urgenza è evidente.

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  4. Giovanni Nuscis

    Tra chi la scrive…
    “Lievi le mani della poesia
    intorno alla morte
    lievi.”

    e chi ne parla…
    “Ma vorrei scrivere di queste bianchissime pagine senza lasciare tracce di sporco. Vorrei parlare all’anima, seduta su una panchina distante, del vialetto nel quale scrivo. Sentire queste parole nel margine sospeso in cui le cose mostrano una loro nudità prima di scomparire per sempre.”

    identico l’approccio al mistero della vita e della parola; il suono lontano, nascosto delle cose che si coglie o si perde.

    Complimenti a Livia Candiani e a Sebastiano Aglieco.

    Giovanni

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  5. Anna L.B.

    Livia Candiani grande poetessa da sempre, che viaggia accompagnata dagli ectoplasmi dei poeti russi… Anch’io cercherò il libro, grazie della segnalazione.

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  6. mariapia

    Molto belle, e a me note, ma un piacere rileggerle.

    Conosco Livia, già prima del mio arrivo a Milano nell’82: la prima sorellina e poetessa (insieme a Nadia Campana, da lei diversissima!)e, tra altre cose, scrisse la prefazione al mio primo “Cantare semplice”, Tam Tam: per farlo parlò dell’arcano della luna, ma in modo commovente.

    Cercherò e leggerò il libro, Sebastiano, Ora non sono a Milano, Maria Pia

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  7. Antonio Fiori

    Davvero una bella scoperta Livia Candiani. Per temi e sottigliezze, non per forma, mi ricorda la poesia della Szymborska (quella citata nella nota, ad esempio, sul capovolgimento del punto di vista).
    Grazie a Sebastiano Aglieco per la preziosa segnalazione.
    Antonio

    (così scrivevo in Radici delle isole qualche giorno fa, così mi fa piacere ripetermi qui tra voi)

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  8. enrico de lea

    “i morti
    salgono la china del silenzio
    e a braccia spiegate
    si gettano nella dimenticanza” –

    questi ed altri versi mi colpiscono per l’evocazione di una visione che vanifica l’opposizione e la separazione – la poesia è davvero un lungo dialogo coi morti – la conoscevo di nome – la leggerò presto – grazie a Sebastiano

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