Fabrizio Corselli, poeta e saggista classe ’73, nato a Palermo. Ha pubblicato nel 2001 il libro di poesie sui miti greci I Giardini di Orfeo, Edizioni Laboratorio Giovanile. Diverse le pubblicazioni di poesie e critica letteraria su riviste del settore, in particolar modo, Apologia del pensiero impuro su Atelier (col titolo di Sublimis). Collaborazione con il Salone Internazionale di Parigi e con il Museo Beleyevo di Mosca.
Si occupa da tempo di iniziative volte a promuovere il mondo della poesia, con un occhio di riguardo nei confronti della cultura classica. Segnalato sul sito della Treccani dal Prof. Roberto Carnero per la positiva riscrittura dei classici greci in relazione all’epica sportiva antica di cui si occupa con assiduità e dedizione dal ’96, con l’inedito non integrale Olimpica – Il respiro dell’eternità, recensito da Lorenzo Flabbi.
Tra le sue ultime uscite: All’Ombra di una Guerra, rievocazione mitologica della Battaglia delle Termopili (E-Book) e il recente Satyros – Viaggio arcadico di un satiro danzante. Opera epico-mitologica in due volumi (E-Book), Edizioni Mondogreco 2007. Uscito recentemente su Lulu.com il libro Shams al Nahar e le dieci perle d’Oriente.
Per saperne di più ecco qui a seguire la prefazione di Veronesi e in fondo il link alla pagina dove poter scaricare l’opera sulle Termopili.
CORSELLI E L’ARMONIA DELLE TENEBRE
Prefazione a cura di Matteo Veronesi
Non c’è, scriveva Leopardi nelle note ai Canti, «argomento più degno di poema lirico» della strage delle Termopili, capace di fondere, in chiave lirica ed epica ad un tempo, eroismo e poesia, il sudore e il sangue del sacrificio, del dolore, del corpo martoriato, e la sublimazione alata ed imperitura della trasfigurazione storica e mitica. Nella canzone All’Italia, «come per ingannare il desiderio», come per eludere il doloroso rimpianto che l’anima assetata di bellezza e di antico avverte di fronte all’affievolirsi e al venir meno delle vestigia del passato, il poeta aveva cercato di ridestare, nella propria mente e nel proprio spirito creatore, l’animo con cui Simonide di Ceo effigiò e fermò per l’eterno, nel suo celebre epitaffio, la «vivente morte» dei Trecento spartani.
Ebbene, è proprio la loro sacra tomba, il loro bomòs-táphos, il loro monumentum (nel molteplice senso di ricordo, testimonianza, ammonimento, monumento funebre) ad ispirare, ora, i versi di Fabrizio Corselli: versi che non nascondono, anzi mostrano in tutta evidenza (ma senza ostentazione, senza esteriore compiacimento, anzi per intima, quasi predestinata necessità espressiva) il loro carattere sdegnosamente, direi nietzscheanamente, “inattuale”, il loro grande stile, la loro politezza di marmo neoclassico, di smalto parnassiano, o magari di sgargiante e sontuosa allegoria mitopoietica, fra neobarocco e mitomodernismo.
Simile ad un archeologo – per riprendere una suggestiva analogia pascoliana – , il poeta, nel momento stesso in cui ricalca le vie del passato e insegue i fantasmi della classicità, per così dire disseppellisce, riporta alla luce e nuovamente vivifica forme, espressioni, voci preziose ed opache come medaglie o gemme dissepolte, cadenze remote ed archetipiche (penso, qui, al nucleo primo, all’unità bisillaba discendente, spondaica o trocaica, della metrica indoeuropea, con i quali possono forse essere identificati la Parola-Immagine, il primevo Logos visivo-uditivo, richiamati, a proposito di Corselli, da Emanuele Giordano: e non a caso un lettore sensibile e attento come Lorenzo Flabbi ha rinviato tanto alle polimetrie lievi e fluide di Pindaro, quanto al respiro scandito e insieme duttile delle Barbare carducciane). Per questa via, pur se attraverso il dolore e lo strazio della guerra, sembra trasparire, ridestato, dall’impalpabile velo della pagina elettronica, il fulgore di un’Ellade sospesa fra storia e mito, fra realtà e visionarietà, dove – dice il D’Annunzio più rarefatto e allusivo – «la pietra è figlia della luce / e strumento dell’aere è il pensiere».
E in questo senso, in questa luce andrà visto l’avvicinamento di Corselli alla poetica del Mitomodernismo, da molti liquidato, troppo superficialmente, come un movimento «nato morto», privo di aperture e di prospettive. Il poeta mitomodernista non ha l’ingenuità di considerare il mito e l’antico immediatamente, metastoricamente vivi ed attualizzabili. Al contrario, «archeologo dei suoi giorni» – per citare Giuseppe Conte –, egli indagherà, curvo e paziente, le antiche tracce per riportare in vita, attraverso un arduo ed amoroso lavoro di scavo e di ricerca, quello che Eliade chiama il tempus illud, l’«Aprile bianco» o l’eterna, ciclica primavera delle ere e delle stagioni defunte. Come nel Conte di Elegia scritta nei giardini di villa Hanbury, così anche in Corselli è celebrata la gloria ardente e rinascente di «chi è ucciso in gioia», nella consapevolezza storica che «siamo aridi, vinti, ma nell’ora / di questo tramontare ci è possibile / un canto». Insomma – per riprendere ancora il Pascoli critico e prosatore – le parole e le voci dell’antico sbocciano come «fiori fra le rovine», e il poeta-archeologo è come un «frugatore di sepolcri» che però «vivifica» ogni cosa, «ricreando, col soffio del pensiero», il «mondo immenso» che trapela e traspare dal buio e dalla polvere degli archi franati e delle colonne atterrate. Come in Foscolo, il poeta «abbraccia l’urne» e le interroga, facendone risuonare la voce sepolta, le armonie e gli echi prigionieri; la Madre, l’origine, la matrice «mandano la loro voce dalle rovine» e «dettano la loro storia», così che «i secoli piangono sulla sua solitudine» (ma può venire in mente, ancora, il leopardiano «clangor de’ sepolti», la voce dei Padri «svegliati dalle tombe», dei «morti risvegliati», che rimbomba nel Leopardi della canzone Ad Angelo Mai).
Pausania rievoca (Periegesi, 32, 4) la energhès théa, la visione perturbante e insieme nitida, fulgida ed enigmatica ad un tempo, degli spettri dei soldati che combatterono a Maratona; e rammenta l’orghé, l’ira degli spiriti, che si abbatte su chiunque abbia consapevolmente e deliberatamente ricercato ed inseguito quella visione. Corselli ha sfidato quell’ira, ha affrontato l’insidia, il pericolo intellettuale, artistico, anche psicologico e umano, che grava su chi vuole ridestare il mondo sepolto, e battere alle porte oscure della dimenticanza e del nulla; e l’ha fatto con l’ala di Psiche, con il volo del «vero poetico», del contenuto di verità che trascendono e purificano la storia e l’evento nell’eterna compiutezza della forma.
«Parea ch’a danza e non a morte andasse / ciascun de’ vostri, o a splendido convito», dice Leopardi; e anche in Corselli la Gloria si fa Bellezza (si pensi alla ricchissima polisemia del greco tò kalón), la storia si trasfonde e si trasfigura in immaginazione e in poesia, la frattura e il trauma dell’evento, del discrimine, della ferita e dello scontro fra culture si ricompongono nella superiore armonia, nella sovrana conciliazione della parola e della forma. In tal modo, nella struttura e nel respiro del poemetto, Corselli compie e realizza la sintesi, la catarsi, il superamento insiti nell’essenza del tragico.
Si devono certo tener presenti i significativi saggi che Corselli ha dedicato (oltre che al Lessing, appassionato e insieme armonioso e sereno, del Laocoonte) all’interpretazione di Sade in chiave classicistica. Ma Corselli attraversa ed oltrepassa il sadismo, sublimandolo nella finezza e nella finitezza della forma, nell’aristocrazia – per così dire – dell’artificio, nella visione e nella luce di un superiore destino, di un Conflitto che è – diceva Eraclito – «di tutte le cose Padre, di tutte Re».
Si legge negli Infortunes de la vertu di Sade che «l’imperio della bellezza costringe al rispetto», e le si deve rendere «una sorta di culto che non si infrange senza rimorso». Per un attimo, di fronte alle forme eburnee e perfette di un corpo di fanciulla, anche gli abietti libertini sadiani si arrestano, interdetti e sgomenti – salvo poi doversi di nuovo piegare alla logica implacabile che lega le vittime ai carnefici, i perseguitati ai persecutori, e che finisce quasi per essere vitale e necessaria ragione di esistenza per gli uni non meno che per gli altri.
Ma non c’è, in Corselli (come, poniamo, in Hemingway, o in certo D’Annunzio), un’estetizzazione della violenza, una giustificazione artistica e ideologica del furore e dello scontro. In lui, piuttosto, la pulsione di morte si sublima e si purifica (venendo nel contempo filtrata e rischiarata dalla luce della coscienza storica, letteraria, erudita) attraverso la bellezza; Eros e Thanatos si conciliano e si fondono nel fuoco della contemplazione, sotto il cesello amoroso e paziente della forma e dello stile. I soldati, fermi ed incrollabili come nell’arcaica energia delle elegie di Tirteo, si ergono «come cariatide austera in un buio tempio elleno». Anche la luce intellettuale della Grecia sembra adombrarsi ed incupirsi per le nubi della guerra, per l’oscurità del destino inesorabile, o per la stessa opacità ermeneutica di eventi, parole, pietre ormai remoti e franti.
Ma nelle tenebre della storia (come il dantesco globo di luce del Limbo, «ch’emisperio di tenebre vincìa») brilla il lume ostinato della gloria, e si staglia la sovrana levità dell’armonia e del canto (si ricordino i nietzscheani «piedi lievi», simbolo dell’amor fati, della ferma e volontaristica accettazione del destino). «Sulle alte e adombrate colonne di avvinta carne / s’elevano e ancor più oscillano come vergini ree / danzanti dalla brillante armatura e dal volto sereno». L’«odore dell’amara angoscia (…) si assottiglia / tra i profumi del buon mirto e del bianco oleastro. (…) / Colto è ora il fiore della morte sul cinereo campo». Pur nella solennità e nell’ampiezza della ricostruzione storica e del disegno poematico, affiorano qui metafore ed analogie lievi e sfumate, di un gusto fra parnassiano ed ermetico, fra il D’Annunzio dell’Asfodelo e il Luzi di Avvento notturno («Già colgono i neri fiori dell’Ade…»).
Sono ombre e spettri (pur se resi lievi, limpidi, sublimi dall’alone della poesia e della memoria) ad aggirarsi, aleggiando, esalando la propria voce oltremondana ed incorporea, nella chiusa del poemetto. «Come delicata e finissima cenere, lenta, si depone / sulle loro corazze la singola stilla, erta vaticinando / l’amato lutto tra le braccia d’Afrodite caro a molti» (dove si noti la voluta e suggestiva ambiguità logica e sintattica, che è in realtà molteplice ricchezza di senso, ingenerata dall’anastrofe, dall’iperbato, dall’enallage: Corselli tratta deliberatamente l’italiano come se fosse una lingua desinenziale, non troppo diversamente da quanto faceva Mallarmé con il francese).
Viene in mente, per pura analogia, una squisita gemma della poesia ellenistica minore, cioè il frammento 1 Diehl degli Amori di Fanocle: dalla sommità del tumulo di Orfeo la cetra «arguta, melodiosa, armoniosa» (liguren) continua ad effondere per le isole e i lidi la nube lieve e dolce del suo canto eterno. In questo senso andrà inteso il kléos, l’ideale ellenico della gloria e della fama che Corselli insegue, con la sua poesia, sul piano tanto degli eventi narrati, quanto dell’esito estetico e letterario. Una gloria che non è la superficiale visibilità che oggi deriva a certi giovani poeti dalla moda dei reading, dei festival, delle letture, che sembra avere esteso anche alla letteratura la logica del reality show, e nemmeno la risonanza e il favore che l’opera potrà incontrare fra i contemporanei e i posteri più immediati, ma piuttosto, come nel Leopardi delle Operette morali, un valore assoluto, sovrastorico, sempre intangibile ed assente perché invariabilmente ed infinitamente distante da ogni fine terreno, da ogni transitorio punctum temporis, da ogni momento fuggevole e perituro. La gloria degli scrittori, afferma Leopardi nel Parini, ovvero della gloria, «non è mai (…) presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo». Solo «passato di vita» l’animo poetico vivrà davvero; solo attinta la “condizione postuma della letteratura”, come l’ha chiamata Ferroni, esso godrà del suo tempo cristallino, immobile e puro. Una gloria, un kléos, questi, che da un lato preesistono alla creazione poetica e ne sono in certo modo il presupposto e la sorgente, dall’altro si proiettano nell’indefinito dell’avvenire e della posterità, ma in nessun tratto e in nessun punto sono circoscritti al limitato e contingente tempo terrestre.
Certo una poesia dotta, raffinata, alta, ardua come quella di Corselli faticherà a trovare – direbbe Nietzsche – «il suo lettore» in un panorama letterario dominato dalle poetiche minimaliste dell’”autenticità”, del “quotidiano”, del “corpo”, del “vissuto”. Ma – per citare ancora Leopardi – la «speranza», facoltà ancor superiore e più elevata rispetto alla gloria medesima, «passata al di là della stessa morte, si ferma nella posterità», o meglio si sublima e si scorpora nella sfera dell’eterno, nell’assoluto della storia e del mito, nella luce della Parola pura e necessaria.
Matteo Veronesi
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