Tradotti dal silenzio I – Joë BOUSQUET (seconda parte)

Tradotti dal silenzio I – Joë Bousquet / seconda parte (di Francesco Marotta)

(La prima parte, pubblicata il 20 marzo 2007, si può (ri)leggere qui.)

joe-bousquet.jpg

[I testi di Joë Bousquet qui presentati sono dati nella traduzione di Charles Debierre e Beppe Sebaste; il saggio “Un viaggiatore immobile” è di Beppe Sebaste. Testi e saggio sono tratti da: In forma di parole, Libro VII, Il Pomerio. Antologia poetica, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, 1983, pag. 334-342 e pag. 803-809]

FUMEROLLE

L’AMOUR

dans le miroir qui fascine les astres

PAUVRE

fumerolle

ON

aime mieux croire qu’on a rêvé ton sort
et que personne ne connait de songe
plus exactement significatif
d’une digestion laborieuse

AINSI

debout sur la terre qui s’enroule à toi
et te presse de ses anneaux
mais tes yeux avec leurs trésors
de souvenir et de visions
subissent l’attraction d’un astre
invisible et cet astre a une étoile soeur
qui t’attelle à elle avec les chansons
qu’elle te fait entendre et ton visage est
pendu à ce quadrige stellaire
pour que la terre y entre
avec ses horizons qui t’on faite
et que tu respires quand
tu aimes

ET

tout ce qui est en ce monde
te viole avec ses parfums
brûle en toi comme une lampe
et prend dans ton coeur
des inspirations amoureuses
dont il te recouvre
il
faut bien que debout
assise ou couchée
et même les jambes en l’air
et le derrière au vent
tu tendes au-dedans de toi la toile d’araignée
mais
ce travail d’esclave fait pitié

ON

n’en sortira donc jamais

COMME

on comprend le pervers
qui veut être aimé jusqu’à la folie
et imposer à l’innocence
un amour qui soit l’oubli
de son sexe
ah celui-là prend la fleur des sphères
plante une racine dans la vie animale
et sent aussitôt dans sa peur
l’étendue et la pesanteur ailée
de cette vérité que l’oeil
d’un homme ne peut entrevoir

ON

m’a brisé les os pour que je devienne la pensée
la transparence de cette vérité
que je l’enseigne aux hommes
puisqu’elle ne peut me manger les entrailles

L’AMOUR

est éternel
comme
les autres aiment
des chèvres ou des moutons
moi

j’aimerai une

POUPÈE

*

FUMAROLA

L’AMORE

nello specchio che affascina gli astri

POVERA

fumarola

SI

preferisce credere di aver sognato il tuo destino
e che nessuno conosca sogno
più esattamente significativo
di una laboriosa digestione

COSÌ

in piedi sulla terra che ti si rotola attorno
e ti stringe con i suoi anelli
ma
i tuoi occhi con i loro tesori
di ricordi e di visioni
subiscono l’attrazione di un astro
invisibile e quell’astro ha una stella
gemella che ti cattura con le canzoni
ch’ella ti fa sentire
e il tuo volto è appeso
alla quadriga stellare
affinché la terra vi entri
con gli orizzonti che ti hanno fatta
e che tu respiri
quando ami

E

tutto ciò che è in questo mondo
ti violenta con i suoi profumi
brucia dentro di te come una lampada
e prende dal tuo cuore delle
ispirazioni amorose
di cui ti ricopre
davvero bisogna che in piedi
seduta o distesa e perfino
con le gambe all’aria
e il sedere al vento tu
tenda dentro di te la ragnatela
ma
questo lavoro da schiavi
fa pietà

NON

si uscirà dunque mai

COME

si comprende il perverso
che vuole essere amato fino alla follia
e imporre all’innocenza
un amore che sia l’oblio
del proprio sesso
ah quello prende il fiore delle sfere
pianta una radice nella vita animale
e subito sente nella sua paura
la vastità e la pesantezza alata
di quella verità che l’occhio
di un uomo non può scorgere

MI

hanno spezzato le ossa affinché diventi
il pensiero la trasparenza di questa verità
e che l’insegni agli uomini
perché essa non può mangiarmi le viscere

L’AMORE

è eterno
come
gli altri amano
delle capre o delle pecore
io

amerò una

BAMBOLA

***

L’OMBRE D’UNE OMBRE

I

   La lumière fait place à la pure vérité des bruits

qui se terrent. Crépuscule anxieux où, dans la

chambre d’un malade, une touffe de lys se souvient

qu’il fit jour.

   Toute la calme du soir, apaisement d’un ciel qui

se peint ses rivages.

   Mais celui qui sait a deux yeux pour voir le blanc,

le long évanouissement où les transparences de l’air

sont seules à se survivre, celui qui sait que la beauté

d’une femme rêve sans fin de ce bonheur qu’il a

perdu…

   Ecoute, il fait doux, l’été vient de nuit, cette

année. Ecoute, la chanson se souvient d’un amour

sans trop savoir s’il est le tien…

   Dans l’heure étrange qui se retourne, le silence

vient de partout. L’ombre de l’âme, où brillent

faiblement les formes des êtres que j’aime,

m’apparaît dans toute sa grandeur rocheuse, et je

sens que ma réalité d’homme est pour un instant

comme écrasée devant la hauteur de ce que

j’appelle mon rêve. Hauteur matérielle et sensible,

ranimant autour d’elle un horizon intérieur où la

pureté des forms est si grande qu’elle réussit à

diviser sur sa prope clarté les ténèbres. Je comprime

à deux mains mon coeur qui bat, car, dans cet

aperçu ouvert sur des ténèbres qui ne font jamais

régner que mon être sur moi, je découvre que le

sentiment de mon humanité se perd et que, devant

moi, tremblant, interdit, sous le ciel mort d’une

fatalité implacable, ma vie écoute ma vie.

   Personne ne sait si je dors. Mes yeux ont rêvé

qu’il n’y avait plus de larmes. Dans la fible clarté

qui tombe des étoiles, il me semble que mom âme

interroge le ciel à travers la pâleur de mon visage

qui frissonne; et je devine que toute chose vivante

s’oublie dans l’apparition d’une beauté qui, en

moi-même, est silence. Seul comme si personne ne

savait que je suis, j’écoute dans la vie de l’heure la

plus irréelle le gémissement de tout ce qui veut finir

e pense ainsi de se survivre. Il y a pour moi dans la

tache claire d’un carreau, sous les toits très loin de

la fenêtre où je me tiens, un enfant qui écrit son

journal sans savoir qu’il sera malheureux et que

jamais une femme ne me demandera ce qu’il portait

dans son amour.

[…]

*

L’OMBRA DI UN’OMBRA

I

   La luce fa spazio alla pura verità dei rumori

che si rintanano. Crepuscolo ansioso in cui, nella camera

di un malato, un ciuffo di giglio si ricorda che è

stato giorno.

   Tutta la calma della sera, tregua di un cielo che

si dipinge le sue rive.

   Ma colui che sa ha degli occhi per vedere il

bianco, il lungo dileguamento in cui le trasparenze

dell’aria sono le sole a sopravvivere, colui che sa che la

bellezza di una donna sogna senza fine quella

felicità che egli ha perduto…

   Ascolta, è dolce, l’estate viene di notte

quest’anno. Ascolta, la canzone si ricorda di un

amore senza troppo sapere se si tratta del tuo…

   Nell’ora strana che si capovolge, il silenzio viene

da per tutto. L’ombra del’anima, dove brillano

debolmente le forme degli esseri che io amo, mi

appare in tutta la sua grandezza rocciosa, e sento

che la mia realtà d’uomo è per un istante come

schiacciata davanti all’altezza di quello che chiamo il

mio sogno. Altezza materiale e sensibile, che ravviva

attorno a sé un orizzonte interiore in cui la purezza

delle forme è così grande da riuscire a dividere le

tenebre sulla propria chiarezza. Comprimo con due

mani il mio cuore che batte, perché, in questo

scorcio aperto su delle tenebre che fanno regnare

soltanto il mio essere su di me, scopro che il

sentimento della mia umanità si perde, e che

davanti a me, tremante, interdetto, sotto il cielo

morto di una fatalità implacabile, la mia vita ascolta

la mia vita.

   Nessuno sa se io dormo. I miei occhi hanno

sognato che non c’erano più lacrime. Nella debole

luce che cade dalle stelle, mi sembra che la mia

anima interroghi il cielo attraverso il pallore del mio

volto che rabbrividisce; e indovino che ogni cosa

vivente si oblia nell’apparizione di una bellezza che,

in me stesso, è silenzio. Solo, come se nessuno

sapesse chi sono, ascolto nella vita dell’ora più

irreale il gemito di tutto ciò che vuol finire e pensa

così di sopravvivere. C’è per me nella macchia scura

di un vetro, sotto i tetti così lontani dalla finestra in

cui mi trattengo, un bambino che scrive il suo diario

senza sapere che egli sarà infelice e che mai una

donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il

suo amore.

[…]

 

Un viaggiatore immobile

“Il y a une nuit dans la nuit”

Se è ancora possibile avere delle esperienze – e certo, per chi sa e vuole porre l’accento sull’intensità degli avvenimenti, lo è sempre – vorrei far dono a tutti i lettori, anche ai più ipocriti, della mia esperienza di lettura di questo Bousquet come sempre intenso, al limite della febbre. Una lettura divenuta già, nelle pagine che precedono, traduzione, trasporto amoroso, viaggio intensivo e sonnambolico nella spazialità senza limiti del testo. E’ in questo breve scritto che ho scoperto che Joë Bousquet non solo canta, suona, evoca, danza e compone come astrattamente compongono i suoi amici pittori, Fautrier, Dubuffet, Ernst, Tanguy; ma, anche, significa. E se ciò che significa è così consegnato all’oblìo perché così spinta in avanti è la prevalenza cantilenante del metro sull’accento nella prosa di Bousquet, esso si percepisce tramite un’esperienza che non si discosta molto, appunto, da quella febbre. Cercare un dietro (ma può essere anche un davanti), oppure un fondo, naturalmente infinito, infinitamente differito, dove questo precipitarsi si traduce via via in un progressivo assottigliarsi – di se stesso, del proprio linguaggio del mondo – che procede con l’eliminazione implacabile di categorie di se stessi… Strano tipo di addizione, quella che si rovescia in una sottrazione uguale e contraria…

“Comment expliquer, plus clairement avec des mots une chose simple, et qui tient toute dans le fait que l’on joue sa vie dans ses paroles?”

Il corpo- immenso – (basti vedere la bibliografia) delle parole di Bousquet è definito da questo mistero, il quale giace sulla scrittura come una curva a gomito di cui è impossibile scorgere la fine: interminabile melopea, quella di Bousquet, di cui possiamo accorgerci solo una volta che ci si trova dentro, come in un tornante. Più precisamente il mistero, ciò che restituisce al nostro fascino di lettori il “senso” (nel doppio senso logico e spaziale) di itinerario, è quello che viene chiamato mistero della peregrinazione. Rileggendo i “verbali” delle esperienze da hascisch di Walter Benjamin troviamo così definita la “sintesi del carattere fondamentale di questa ebbrezza”: “al fondo del peregrinare non c’è un movimento conforme a un fine, una spontaneità, bensì un puro, insondabile venir trascinato, il peregrinare è uno stato patico, che si potrebbe chiarire rifacendosi alle nuvole, se si fosse in grado di seguire il loro corso con la sensazione che esse non si muovano da sole ma vengano mosse“. E che cosa guida e rende possibile il movimento delle nuvole, se non l’inclinazione stessa delle nuvole a venir trascinate? Come per l’ebbrezza di Benjamin, nell’Amor Fati di Bousquet tutto, in forma di parole, precipita, si lascia cadere in un movimento che è puro divenire, divenire-nuvola del vento e divenire-vento delle nuvole, in un abbraccio effettuale; omologia tra un essere che dice di sé e della propria condizione di infermo a vita: “la mia ferita esisteva prima di me, io sono nato per incarnarla“; e un’opera fatta d’immaginario in cui questo essere sprofonda per crearsi un corpo d’assenza, come dice Nelli; che compensi il suo corpo assente.

Ma intendiamoci: Bousquet è “figlio dei propri eventi e non delle proprie opere, poiché l’opera stessa è prodotta soltanto dal figlio dell’evento”. Ha ragione Deleuze: bisogna chiamare Joë Bousquet stoico: “Si esita a volte a denominare stoica una maniera concreta o poetica di vivere, come se il nome di una dottrina fosse troppo libresco, troppo astratto per designare il rapporto più personale con la ferita. Ma da dove provengono le dottrine se non da ferite e aforismi vitali, che sono altrettanti aneddoti speculativi con la loro carica di provocazione esemplare (…) La ferita che (Bousquet) porta profondamente nel suo corpo, egli l’afferra, nondimeno e a maggior ragione, nella sua verità eterna e come evento puro. Nella misura in cui gli eventi si effettuano in noi, ci aspettano e ci aspirano, ci fanno segno” (Deleuze, Logica del senso, p. 133). Nell’universo di Bousquet tutto giace allo stesso modo nella condizione di segno. Bisogna capire la solitudine immobile e costretta in una stanza di un uomo che fa di sé il proprio fantasma, letteralmente, e che trascina in una fantasmatizzazione panica il mondo che lo circonda.

E’ che non c’è niente se non personificato. Vedere è visioni. Ogni rumore contiene una voce che è risposta a un’anima che si interroga“. (J. Bousquet, Notes d’inconnaissance).

Tutta la meditazione dell’autore di Traduit du silence è meditazione sulla ferita, su quell’istante perpetuamente ripetuto, ma sempre segreto, in cui il 27 maggio 1918, in un posto chiamato Vailly, un proiettile sparato dal fronte tedesco gli spezza la spina dorsale e, a vent’anni, inizia la sostituzione del suo corpo naturale con un corpo di parole… ma è anche, allora, una meditazione estrema sul linguaggio, nella misura in cui esso si assume il carico di far vivere dentro di sé gli avvenimenti, e soprattutto quell‘avvenimento a cui Bousquet chiede solo di essere tanto degno da riuscire a incarnarlo. Ancora in Notes d’inconnaissance, senz’altro l’ultimo dei vari cahiers, forse il più opaco ma anche il più denso e sostanziale, Bousquet delinea in uno schizzo retrospettivo la sua poetica dell’avvenimento:

… ciò che entra nella memoria fa violenza all’invenzione. La parola fa violenza (…) Ma l’effetto prodotto è funzione dell’attitudine che l’aveva diretto.
… forza la memoria con ciò che prendeva nelle sue mani la forma della memoria. Astuzia grossolana.
Un passo in più: La morte, i più grandi occhi che mi amano.
La tendenza a generalizzare è già troppo forte per chi si rivolge a tutti.
L’atto poetico deve essere come un colpo di stato. Uscito dal presente, deve imporlo alla memoria“.

Non è facile pensare per avvenimenti, oltrepassare la regione solida e sicura dei concetti. Ma Bousquet l’immobile, Bousquet il fantasma, riesce a seguire il ritmo vertiginoso in cui una scrittura, delle parole, gli stiano davanti, giungano prima dei suoi pensieri, lo sorprendano, “nel bianco della pagina / dove la neve è l’imagine /di amori che non si vedono”, come enigmi che si tramutino, in seguito, in evidenze di qualità superiore. Questo è ciò che Bousquet eredita, violandola, dalla scrittura automatica dei surrealisti, per elevare a operazione poetica ciò che è stato per lui il bagliore, lo splendore neutro, ormai impersonale, della ferita da cui è originato: “Elevare l’accidente al di sopra della ragione“.

L’effetto febbricitante di questa collisione del testuale e del reale che è in realtà un abbraccio, un divenire reciproco, sta nell’essere portati a condividere un universo magico a cui del reale importa solo catturarne “l’accento sonnambolico“, “rêver ce qui est“, trovare nelle cose la stessa tensione verso la surrealtà, un’inclinazione, una complicità nel divenire-fantasma, divenire-metafora, metafora di altre metafore, verità dunque. “Quando un’opera, scavando il reale, si rivolge all’immaginario, integra questo” (Notes d’inconnaissance): non solo afferma di voler prolungare la realtà nell’immaginario, ma vuole “utilizzare fino in fondo allo sguardo il privilegio di vivere” (Ibidem). Incarnare l’Evento significa allo stesso modo incarnare il Verbo. “La mia opera – scriverà Bousquet – s’impadronisce del mio segreto diventando il segreto di opere più alte e più oscure”.

Vi sono delle parole chiave, in Bousquet, delle immagini-supporto, quali riflesso e ombra, per esempio (L’ombre d’une ombre) che esemplificano la proliferazione iperbolica del reale e degli eventi, rendendoli fantasmi, raddoppiandoli, fino a servirsene per una strategia incertificante che Nelli ha chiamato dell’Absence-Réalisante (René Nelli, Joe Bousquet et son double), e che trova il suo esempio più adeguato nella “Ninfa che si veste di ciò che la denuda“. E’ ancora una volta il “mistero della peregrinazione”; nel gioco di specchi e di riflessioni che cresce dilatandosi su se stesso, e che dunque è in un certo senso il contrario di una “messa in abisso”, Bousquet giunge a metterci di fronte alla “condizione della mancanza di parole”. E l’affermazione di Benjamin, ancora sull’ebbrezza, “è una legge: l’hascisch fa il suo effetto solo se si parla di hascisch”, parafrasata nell’altra “la poesia fa il suo effetto solo se si parla di poesia”, potrebbe diventare l’insegna di Bousquet, dell’illusione magico-realista di una poetica che riflette e prolunga se stessa, si guarda come esperienza, si trascina, accompagnandosi da sola, nella corrente degli eventi, nel senso del senso, nel divenire delle nuvole, nella fiumità del fiume, nella “fumerolle”. Ascoltiamo ancora una volta le parole di questo grande viaggiatore immobile:

L’illusione è sacra: essa nega ciò che siamo senza intaccare l’essere; solleva la nostra persona e, senza per niente idealizzarla, le presta la leggerezza di un’idea“.

***

Note del curatore

1.
Il post conteneva, in origine, anche i testi della prima e della seconda parte di L’ombre d’une ombre di J. Bousquet. Pubblicarli, insieme all’originale francese, avrebbe appesantito, molto probabilmente, tutto il lavoro. Ho preferito, invece, riportare solo un significativo stralcio di versi della prima parte e, integralmente, il bellissimo saggio di Beppe Sebaste, che a mio modo di vedere rappresenta benissimo, tra tante altre cose, un’utilissima introduzione e una chiave di lettura imprescindibile dell’opera di questo immenso, e ancora poco conosciuto, autore. A un prossimo, eventuale incontro, dunque, la pubblicazione dei testi espunti.

2.
La disposizione dei versi di Fumerolle è leggermente diversa dall’originale, che mi è stato impossibile riprodurre. Per averne un’idea, basta immaginare i versi in minuscolo spostati a sinistra, come in una pagina normale, e quelli in maiuscolo esattamente al centro di una pagina così configurata.

8 pensieri su “Tradotti dal silenzio I – Joë BOUSQUET (seconda parte)

  1. beppe sebaste

    Oddìo, mi è stata appena segnalata da marino m. sul mio blog questa vostra pubblicazione. Grazie, ma mi imbarazza un po’. Quando ho scritto quel testo avevo 23 anni. Non l’ho riletto… ora lo faccio, con un brivido.

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  2. nicolaponzio

    Davvero bello e profondo il saggio di Beppe Sebaste. Rimane il rammarico di non riuscire a trovare praticamente nulla di tradotto di questo grandissimo poeta. Dunque un doppio grazie a Francesco, per questi suoi post assolutamente necessari.

    Nicola Ponzio

    Rispondi
  3. mariapia

    Quanti altri brividi, Beppe, rileggendoti, e pensandoti appunto poco più che ventenne (dunque appena iniziato il viaggio, anch’io..),e con l’amico Charles Debierre. Come tutto molto qui, presente!
    E bellissima rilettura. Grazie Nicola, e a te Beppe;come è scritto il tuo blog?
    Maria Pia

    Rispondi
  4. Giorgio

    Grazie del post e del saggio di Sebaste, che mi sembra invecchiato molto bene.

    Di Bousquet, dopo che l’ho conosciuto dal precedente post di Francesco, ho trovato in libreria solo una cosa, la corrispondenza con Simone Wei: brevissima ma intensa, da togliere il respiro.

    Rispondi
  5. Giorgio

    Nicola, il titolo è “Corrispondenza – Progetto di una formazione di infermiere di prima linea” (il secondo titolo è un breve testo di Simone Weil), la casa editrice è SE, si trova anche nei negozi Remainders a metà prezzo. Fammi sapere: se hai difficoltà a trovarlo, te lo procuro io.

    Rispondi
  6. Giovanni Nuscis

    “…colui che sa che la

    bellezza di una donna sogna senza fine quella

    felicità che egli ha perduto…”

    “…un bambino che scrive il suo diario

    senza sapere che egli sarà infelice e che mai una

    donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il

    suo amore.”

    Grazie a Francesco Marotta e a Nicola Ponzio per questo post prezioso (conservo, stampate, le due parti). Poesia altissima che giunge dritta al cuore e che, per quanto mi riguarda, credo proprio che vi rimarrà.
    Come osserva Beppe Sabaste nel suo illuminante saggio, si avverte piena la “meditazione sulla ferita, su quell’istante perpetuamente ripetuto, ma sempre segreto…”
    E’ un peccato che non si trovino, tradotte, le opere di Bousquet.

    Giovanni

    Rispondi

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