Nebbia

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di Lucia Marchitto

Se qualcuno mi chiedesse perché sto piangendo non saprei proprio cosa
rispondere.

Quarto racconto della raccolta: Nebbia – Lucia Marchitto

“Pronto?”

“Sì, pronto, dimmi”

“Volevo dirti che sono arrivato al 1573 con la numerazione delle
pratiche, prosegui pure dal 1574. Ciao e buon lavoro!”

1574. Guardo la tastiera come se la vedessi per la prima volta, ho un
fremito nelle dita, pigio una, due, tre, quattro volte: 7415,
cancello, riscrivo: 1475, cancello ancora, riscrivo: 7514, cancello,
cancello, cancello, cancello! Le dita la mano le spalle la pancia le
gambe i piedi le dita dei piedi i capelli tremano, mi manca il
respiro. Mi alzo apro la finestra corro in bagno inciampo mi afferro
alla maniglia barcollo apro la porta la chiudo raggiungo il water, mi
siedo. Respiro.
Torno, schiaccio i tasti velocemente come sempre 1574 prima pratica,
1575 seconda, 1596 terza, 1597…

Guardo i numeri: sono perfetti nella loro successione.

Quarta 1599, quinta 3001 … faccio una pausa, apro il cassetto, prendo la mela.
Porto sempre una mela rossa sul lavoro.
Per riempire il vuoto.
Mentre addento la mela guardo il monitor: l’ho fatto ancora! Apro un
file di Excel copio-incollo1574, 1575, tiro il bordo della cella 1576
– 1577 – 1578 – 1579 – 1580, i numeri si srotolano precisi. Perfetti.

Se qualcuno mi chiedesse perché sto piangendo non saprei proprio cosa
rispondere.

Mentre la porta si chiude alle mie spalle sento qualcosa di salato tra i denti.

‘Si sono aperti i rubinetti. ‘

Dicevano così in classe quando qualcuno piangeva.

Mi destavano sempre una sensazione strana le lacrime.

Non sapevo cosa dire o fare di fronte ad esse, allora giravo la testa
da un’altra parte per non vederle, per coprire il mio imbarazzo e
quello di chi stava piangendo, anche se, a dire il vero, chi stava
piangendo quasi mai si accorgeva di me.

Come adesso, tutte queste persone incontrandomi si fermano un attimo
interdette poi si girano dall’altra parte e allungano il passo.

Deve essere una visione patetica la mia.

Una persona della mia età che addenta una mela rossa, una mela
rossa lavata di lacrime.

Cammino abbastanza veloce, abbastanza stabile sulle gambe. Abbastanza.

La mela ha uno strano sapore dolce e salato.

Mai mangiato una mela così.

Cammino tra la folla, in questo corridoio lungo, tutti che guardano
davanti, tutti che vanno di fretta.

Dietro di me lascio una scia d’acqua, la guardano e stanno attenti a
non camminarci sopra.

Un fiume di lacrime.

Mi ricordo a scuola quando qualcuno piangeva fiumi di lacrime,
lasciavano straniti questi fiumi, io non sapevo mai come attraversarli
così stavo sulla sponda, ci camminavo sul fianco del fiume, io.

Mario no, gli piacevano i fiumi, si buttava dentro, si bagnava, li
prosciugava per poi farli scorrere di nuovo.

Mario adorava i fiumi salati.

Il boccone non ne vuole sapere di attraversare il cavo orale, o
meglio il boccone vorrebbe scendere giù per terminare il supplizio
della macina ma qualcosa, inesorabilmente, gli blocca la strada, lo
spinge fuori dalla gola, se non fosse per i denti stretti e le labbra
serrate, sparerebbe fuori come un proiettile in faccia a.

Questa faccia che mi guarda con la faccia stranita o meglio che
guarda le mie lacrime e il mio fiume e non sa dove spostarsi per non
vedermi.

Se qualcuno adesso mi chiedesse perché sto piangendo io non saprei
proprio cosa rispondergli.

Fiumi di lacrime, lacrime amare che si mescolano al dolce della polpa.

Amare, come il verbo amare, si scrive allo stesso identico modo, non
ci avevo mai pensato!
Così sorrido mentre penso A M A R E , alla voce del verbo amare e
all’aggettivo amare e più ci penso e più mi viene da ridere, non
riesco a trattenermi, sono una cascata di risate, io che da sempre
sono una persona seriosa, sin da quando ero ancora in fasce, e poi
quando cominciai a camminare, e poi quando andai a scuola, e poi. Mai
un sorriso. Mai.
Me lo dice sempre mia madre, lo racconta spesso, tante volte, troppe.
Dice che non riuscivo mai a stirare un sorriso e a volte quando ci
provavo si stendeva soltanto un angolo della bocca, l’altro rimaneva
invariabilmente piegato verso il basso.
Di ridere poi non mi è mai successo. Ricordo al cinema una volta che
tutti ridevano, ridevano ridevano e io niente, ero la tristezza in
persona, ero talmente triste che un altro al mio posto avrebbe pianto
ma io non sapevo neanche che sapore avessero le lacrime.

E’ così che ho affrontato la vita: senza lacrime e senza sorriso.

A muso duro ho combattuto con i numeri.

I numeri.

I numeri mi rappresentavano, mentre loro si susseguivano si
moltiplicavano si addizionavano si dividevano, si sottraevano anch’io
mi susseguivo mi moltiplicavo mi addizionavo mi dividevo, mi
sottraevo.

Il corridoio ormai è un fiume di lacrime, le persone stanno sui bordi
attente a non caderci dentro.

Se ci fosse Mario.

Mario adorava i fiumi.

Se qualcuno mi chiedesse perché sto piangendo io non saprei proprio
cosa rispondergli.

La poltiglia della mela approfittando del mio riso, sospinto dal basso
da un qualcosa che non so riconoscere, si fa proiettile e taglia
l’aria.

Un proiettile muto che corre veloce, sfiora le persone, le loro bocche
aperte, si ingrossa del loro fiato, si addensa di colore, diventa
rosso, violetto, nero, si fa strada nel corridoio, oltrepassa la
porta e si allarga verso l’alto.
E’ una spirale che si allarga, prende il posto del cielo.

Come me le persone si siedono sul bordo del fiume, guardano fuori
stranite, ognuna chiusa nella propria voce, nel proprio urlo.

Sono tante.

Le conto: 1574 – 7415 – 1475 – 7514 …

Dal fiume si alza una nebbia.
Una nebbia bianca e spessa e grassa.
Una nebbia tanto spessa e tanto grassa e tanto bianca da celare il
dentro e il fuori, da mangiarlo il dentro e il fuori.

2 pensieri su “Nebbia

  1. blu

    il lavoro che non si ama ci aliena spesso, abbiamo però delle “riserve” in grado di far scattare una protezione che ci concede l’attimo del respiro… e non sono i polmoni… è la mente che si gonfia e fugge!

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  2. Lucia

    Ciao Paolo, veramente la mia intenzione non era parlare del lavoro, il tema del racconto è l’identità, o meglio la sua assenza.
    Certo il lavoro incide ed è determinante quando al di là di questo non c’è altro. Un abbraccio Lucia

    Rispondi

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