Opale

di Antonio Sparzani

Erano le sette di uno slavato pomeriggio della fine di maggio. Nel cortile del liceo artistico il preside, finito il lavoro durato inusitatamente a lungo, intratteneva un amico, un suo caro amico, che era andato a trovarlo e a confidargli i casi propri. L’amico stava vivendo un momento complicato della sua vita.

Improvvisamente il preside, che aveva alzato il viso – l’amico era più alto di lui – fu colpito da una sensazione di bellezza; aveva guardato distrattamente il cielo, mentre parlava, parlava con il suo inimitabile accento senese – che suonava sempre così strano nella sonnecchiante città dell’Emilia – e aveva subito decifrato un colore raro.

Il cielo era cosparso di nuvole d’una sfumatura perlacea, poco diversa da quella del cielo, appena un po’ meno brillante. Sai, disse il preside, sai che i migliori pittori diventano matti per rendere un colore così? L’amico, un po’ stupito, guardò in alto, sopra gli alti tetti dell’isolato di fronte, e intuì, più che capire. Il cielo era di un azzurro così pallido che sfiorava il latte, e, a seconda dei giochi arabescati dagli ultimi raggi del Sole, ormai completamente nascosto dalle case, dava su una nuova sfumatura, ora più zaffiro, ora più opale. Era quest’ultima che incantava il preside, che andò avanti a spiegare, nel suo modo discreto ma avvincente, e a raccontare – aveva fatto il restauratore di quadri quand’era più giovane – la natura, la ricerca e la non facile realizzazione dei colori più tenui.

L’amico, la cui vista, non tanto buona, neppure era stata educata ad una specifica formazione pittorica, rimase tuttavia incantato a guardare quel trascolorare evidente e veloce, e pensò che era l’ultima sfumatura, che chiamò in cuor suo opalescente, quella che lo affascinava di più, perché gli sembrava esprimere qualcosa di vicino, di adatto al proprio stato d’animo del momento; e anche perché, con un leggero brivido, gli ricordava il romanzo che stava leggendo, Cecità, di José Saramago, nel quale si narrava di una strana malattia che offuscava gli occhi, impedendo tuttavia che questi vedessero il buio, ma al suo posto una brillante, lattea e uniforme lucentezza. Pecifica nto buonahe chiamò in cuor suo opalescente, quella che lo affascinava di più.stica, rimase tuttavia incantato a

 

2 pensieri su “Opale

  1. Giorgio

    Dopo un inizio di “slavata” quotidianità, sorprendente e inquietante la chiusura del racconto: vai a fidarti della bellezza!

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  2. M.me Verdurin

    Che la parola sia quest’arma impropria per seminare tutta questa malinconia è come avere una Luger parabellum nella fondina. All’uopo ho ormai secca e sbriciolata in un cartiglio lavanda, spiccata da un cespuglio di un piazza piccola di un paese piccolo, in discesa, con “torre antica” e rondini che volavano basse in moltitudine di inspiegabile carosello in una simile ora opale. La annuso a volte per essere così perfettamente triste come in quell’opale là, per la nostalgia delle cose che non accadono. Perchè c’è una perfezione anche nella malinconia.

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