Frustrazione

Non ricordo esattamente la frase né l’autore, ma era pressappoco: “Solo chi è infelice scrive romanzi” (e poesie, aggiungerei).
Partendo da questa frase posso dire, quindi, che la frustrazione del progetto di vita è una delle cause scatenanti di una certa produzione letteraria.
Ciò che mi preoccupa è che nei secoli la quantità e la qualità della frustrazione sono cambiate, portando più ampie fasce di scrittori a vivere una condizione disperata e allo stesso tempo veicolante un profondo malessere invece della frustrazione / indignazione che animava la voglia di riscatto e di costruzione attraverso la spinta letteraria.
L’ Oscura Frustrazione sembra proprio appannaggio dei giovani autori, i quali riescono utilmente a far porre l’attenzione sulle radici di un malessere che spesso ci troviamo a condividere a livello inconscio, effetto che giustifica ampiamente la lettura delle loro opere in prosa o in poesia.
Ma ogni tanto spero che ciascuno di noi faccia una tappa leggendo o rileggendo anche altri autori (magari del passato) che possano indurre in noi una positiva reazione o magari anche solo rasserenarci per un po’.

Buone Letture

17 pensieri su “Frustrazione

  1. paolocacciolati

    Hai fatto una riflessione interessante. Ho l’impressione che la “frustazione” di molti giovani contemporanei si risolva spesso in un ombelichismo quasi di maniera.

    P.

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  2. remo

    credo sia vero.
    ma penso che sia stato un problema “vero” anche in passato.
    quindi di sempre.
    credo sia vero e questo credo lo percepisco soprattutto leggendo.
    penso anche a tanti mugugni, però.
    di chi dice io non leggo i contemporanei, gente frustrata e basta.
    avrebbe – ipotizzo – detto la stessa cosa ai tempi di pontiggia, fenoglio, pavese.

    ma la tua chiosa finale

    Ma ogni tanto spero che ciascuno di noi faccia una tappa leggendo o rileggendo anche altri autori (magari del passato) che possano indurre in noi una positiva reazione o magari anche solo rasserenarci per un po’.

    è, parlo per me, perfetta.

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  3. Gaja

    Ciao carissimo Remo! Colgo al volo l’opportunità che mi fornisci con il tuo commento per esprimermi meglio: l’argomento mi interessa molto. A mio parere il minimalismo narrativo alla Carver va bene se sei bravo come e più di Carver. Altrimenti si rischia di sfociare sempre nelle solite riflessioni “ombelicali”, come dice Paolo. Che poi i grandi classici di oggi nel passato siano stati trascurati, o sottovalutati, questo è anche vero. Penso a Joyce (uno su tutti) che dovette pagarsi la pubblicazione di “The Dead”: 300 copie autofinanziate.
    Io, personalmente, leggo qualsiasi cosa (nei limiti del mio tempo e delle mie preferenze: e a volte faccio delle eccezioni anche a queste, perché sono curiosa) e cerco comunque di tenermi aggiornata e di farmi un’opinione “libera”. Per dire: uno degli scrittori contemporanei che amo di più è Michele Mari (e la sua lingua è una ricchezza musicale, pur non essendo barocca.) Insomma, secondo me i giovani dovrebbero trovare (non solo i giovani, tutti, me compresa! Chiunque voglia scrivere sul serio!) una propria voce, come mi ha sempre insegnato Carla Vasio (la quale mi ha anche sempre detto che la scrittura è talento che va disciplinato ed esercitato ogni giorno, con costanza). Da lì in poi tutto diventa “vero”: se non si arriva a un traguardo del genere si corre il pericolo di essere “di maniera”.
    Mi sono capita? ;-)) Un abbraccio, Remo. A presto, spero.

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  4. rferrazzi

    Alle riflessioni del post e dei commenti aggiungerei questa: perfino la Divina Commedia nasce da una frustrazione. Quindi, forse non è il caso di demonizzare le frustrazioni. Semmai sarebbe auspicabile una selettività diversa da parte di chi deve valutare i prodotti di queste frustrazioni. Insomma: la frustrazione può essere la molla del talento, ma se il talento non c’è…

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  5. Anna L.B.

    D’accordo con Gaja e con Ferrazzi. Peraltro a ben vedere la frustrazione fa partire lo sviluppo della personalità umana (vedi Melanie Klein). Il problema non è la frustrazione, ma casomai il risentimento strisciante (vedi Friedrich Nietzsche).
    E’ veramente un luogo comune pensare che la scrittura sia una cosa da sfigati. Se scrivere poesie è da sfigati, allora cosa sarà mai guardare la televisione? L’ordinarietà e la bruttezza sono cose da sfigati, il conformismo e la rabbia, lo strisciare e l’invidiare. Chi è così e scrive, buonanotte; chi non è così e scrive, magari fa anche qualcosa di buono.

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  6. mariobianco

    La parola “frustrazione” ha forse qualcosa di generico, andrebbe scannerizzata nel sue varie componenti.
    Non basta certo la delusione, per qualsiasi buon motivo, a spingere un narratore a creare un buon romanzo.
    Le cause sono complesse, non si spiega la voglia, la passione di narrare per iscritto solo con la spinta di ambizioni deluse, desideri non appagati, sconforto, depressione, scontento.

    Secondo me c’è spesso, o talvolta, un sano desiderio di comunicare, raccontare, trasmettere o inventare una storia,
    poi il talento, l’abilità, la ricerca, la profondità mettono in prosa il risultato dapprima solo immaginato.

    Per l’ombelichismo citato da Paolo io credo che si coniughi sovente, al tempo attuale, con un uso eccessivo della prima persona, venuto, preso a modello, spesso, da troppi scrittori americani.
    Certi scrittori credono che per fare un buona narrazione sia necessario essere “sinceri”, e quindi narrare di sè in prima persona.
    Ma bisogna saperlo fare.
    La prima persona spesso ti frega, ti fa dire al di là, ti rende cieco, non ti mette la giusta distanza tra te e il tuo narrato.
    L’immedesimazione diventa eccessiva e, tràcchete: ombelichismo.

    Poi non mi dispiace questa citazione, tanto per dire:

    Per porre rimedio contro il dilagare dei libri, bisognerebbe considerare gli scrittori come dei malfattori, che solo in rarissimi casi meritano l’assoluzione o la grazia.
    (Nietzsche)

    Ma Nietzsche era cattivello con gli scrittori…..

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  7. elena f

    “Salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente, è lo scopo che persegue, anche senza saperlo, chi scrive davvero[…]
    […]
    Il fatto è che lo scrittore non deve esibire se stesso, anche se è da sé che trae ciò che scrive[…]
    Chi scrive mentre lo fa deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità. La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita ad essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore. Lo scrittore vanitoso dirà tutto ciò che dev’essere taciuto per mancanza d’entità[…]
    Il pubblico esiste prima dell’eventuale lettura dell’opera, coesiste con essa e con lo scrittore in quanto tale. E in realtà riusciranno ad avere un pubblico solo quelle opere che l’avevano già dal principio[…]”
    (M.Zambrano, perchè si scrive, Raffaello Cortina)

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  8. elisabetta

    La frustrazione, però, è il motore che spinge molti libri ad avere successo, perchè percentualmente i lettori soffrono di questo male nella loro vita privata come in quella professionale, esattamente come molti scrittori, e si identificano facilmente. La frustrazione è impotenza e genera anche rabbia, che sono motori molto vitali per chi scrive, anzi a volte, essenziali. Molti grandi romanzi del passato nascono dall’impotenza e dalla frustrazione. E sono successi, che accarezzano il cuore e proprio per quel processo di identificazione che la letteratura consente, “possono indurre una positiva reazione”.
    E.

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  9. mariobianco

    C’era, ‘na volta delle volte, la diceria o leggenda che certi giovini si suicidassero perché avevano letto “Le ultime lettere di Japcopo Ortis”.
    Arrivava l’ispettore de polizia, il Commissario Spennuzzi e ti trovava sul comodino del glaciale giovinetto il criminal libretto.
    Poi, passa un po’ di tempo, e ti reperivan mica nella nuova stanzetta del nuovo tristo giovinetto, come corpo del reato, sempre sul fatal tavolinetto misto a pastiglie di Veronal “I dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese.

    Laonde per cui ne venne criminalizzazione di varie narrative tristi, come ispiratrici anzi causa efficiente di suicidio. Naturalmente questi testi furono catalogati dalle Loro Eminenze nell’Index librorum Prohibitorum.
    Ovvero, secondo me, se uno ci ha la frustrazione, (e anche io ne soffro spesso, come tanti), non è che per forza si specchi in libri ove la frustrazione o lo sconforto campeggino o nereggino il tutto.
    Forse un frustrato cerca, magari e solo o a volte, Arte, Sogno, Volo di parole, magari speranza, trucchi del mestiere, gioco di linguaggio, artifici.
    Per modo dire, faccio presente che “Viaggio intorno alla mia camera” di Francois Xavier de Maistre, risulterebbe essere un meraviglioso racconto su una sorta di grave frustrazione, eppure riesce ad essere straordinariamente autoironico & divertente.
    Per non parlare di “Vita e opinioni di Tristhan Shandy” che resta un testo di avanguardia ancora oggi, dopo duecento anni.
    E il signor Jonathan Swift?
    Anche Rabelais non era granché contento, forse era frustrato.

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  10. Giorgio

    Ricordo due idee contrapposte di arte, su cui discutevo con gli amici quando studiavo filosofia: come mancanza e come esuberanza, sovrabbondanza. La prima sostenuta fra gli altri da Sartre, la seconda fra gli altri da Nietzsche.
    Mi pare che, anziché escluderne una, ambedue le ipotesi possano essere vere, o anche intrecciarsi.

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  11. Roberto

    Sei mesi fa mi è arrivato un file narrativo di un centinaio di pagine (olim si sarebbe chiamato manoscritto) da un’amica costretta in ospedale da una malattia terminale. Madre di famiglia, aveva lucidamente deciso di dedicare le sue energie a scrivere una specie di ricapitolazione letteraria della sua vita, e ci aveva dato dentro senza risparmiarsi, con determinazione e coraggio. Pensava, credo, al marito e alla figlia sedicenne, pensava a quelli che l’avevano conosciuta nella sua veste professionale (dottoressa e ricercatrice), voleva comunicare quanto più possibile il succo di se stessa, e dire a familiari e amici quanto aveva voluto loro bene. E pensava di provare a pubblicare il suo scritto.
    Mi sembrò una reazione umanissima a una situazione – come l’avete chiamata? frustrante? – direi intollerabile. Ho potuto parlare con lei a proposito di quello che stava facendo. No, non le ho chiesto “Perché scrivi?” Mi chiedeva un parere “professionale” (a me! insegnante di liceo!) sulle sue produzioni, e io ero un po’ imbarazzato a spiegarle la differenza che c’è tra la verità umana e le sue necessità, e l’elaborazione letteraria. Quello che mi aveva colpito era che, al di là del valore letterario, le sue storie erano, a quanto potevo capire, piuttosto reticenti proprio su tanti aspetti della sua vita che io e altre persone avevamo conosciuto personalmente. In parole povere, il personaggio che diceva io nelle sue storie era qualcuno che non riuscivo a riconoscere come la persona che conoscevo, ma tutt’al più una versione edulcorata, riveduta, pesantemente corretta. E proprio in un testo che programmaticamente e, date le circostanze, definitivamente, era stato scritto per “chiudere” una vicenda umana con il massimo tono di autenticità.
    Io credo che il giusto termine per la letteratura sia l’anglosassone “fiction”, e questa parola dovrebbe essere presa molto sul serio da qualunque aspirante scrittore. Non significa “finzione”, vuol dire una “fabbricazione” che si allontana da una situazione concreta, individuale, accidentale, contingente, per assumere, quando le cose vanno bene e c’è talento, un valore esemplare proprio in virtù di questo distaccamento artificiale da una qualsivoglia vicenda personale.
    Just my two cents.

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  12. akmeno

    Mi associo a Mario, penso che Roberto abbia portato un esempio estremamente calzante.

    Art

    “di squisito non hai solo un dito, o Mario!”

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