Massimo Sannelli

Sua biografia (2003-2007)

[in exitu Israel de Aegypto, domus Iacob

de populo barbaro]

1

il meglio si è trovato liberando. Allo

stato

più alto le briciole opposte, ad una

compagnia ora spremi il seme

del sesso, dalla sua tensione

con trasporto: e in un battere

d’occhio ha, questo, fatto – e l’uomo

ha oscillato, se non aveva conforto,

oltre al bene, che sente.

2

questa nicchia, picchiare:

come sono, dove erano,

che cosa hanno fatto. per ardore

un contatto minuscolo, il piccolo

*tanto*,

che una volta bastò,

mangiare.

questi compagni, confidenti

sensibili, carte, i dati – le dita

lunghe e le mani, *fredde*,

il viso *magro* modellato non

sono qui: «non ti lascio uscire»,

e guardi, come indegno

del letto, tua scelta,

del sonno, non tuo.

3

da qualche cosa calda (è notte), la cura

personale inizia, di sé. niente vieta.

alcune maternità diverse, non opposte

alla vera, sono spirito («Dio è amore»):

qualcuna è madre vera, uno si adatta, l’uomo,

loda l’affinità, teme: è il *chiaro vincolo*.

chi apre le braccia, chi

non rifiuta il miracolo, esaltato

mentre sente, dire, *muovi,

prego, prometto, resta, no*; la mattina

tenta ancora, dopo: e prima Adamo, dopo

Maria, a cui Giovanni rimane.

4

la veglia (la svolta) sensibile svolta sopra

il livello più basso: il piede sulle cose,

per ragione e potenza. afferrate – ricordate –

le mani intime, pare

altro. e quando sfiora. quando ama. in vetrata

e alveare, presenti,

con celle e trasparenza, e cera. niente vieta:

gloria all’esterno.

5

gloria all’esterno,

indipendente dalla posizione

severa che lo giudica.

all’esca si arriva, per un morso

solo. per uno scatto solo

il pesce è al laccio. nella storia

il pane è bianco sottile, non

preciso. senza

sei denti, tra tutti i segni

non è questo

il più definitivo: la giustizia

o splendore o perdòno

o perdita di sangue o di denaro,

per la vita, se viene:

allo stato

più alto le briciole opposte, ad una

compagnia ora spremi, qui mi lasci,

io ti aiuto.

(marzo-aprile 2003; novembre 2007)

[già come chiusa dell’Esperienza, La Finestra,
2003, in una stesura con 11 testi, ora rifiutata e ricostruita. Più
che mai, e più di altri testi, queste poesie devono essere lette A
VOCE ALTA, con lunghe pause tra verso e verso – m.s.]

85 pensieri su “Massimo Sannelli

  1. maria grazia

    senza parole, massimo: hai pronunciato e trasceso ogni cosa in nome d’altri e facendo uso del corpo con profondità e malinconia
    ti abbraccio
    maria grazia

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  2. mariapia

    Caro Massimo,(e caro Fabri che le posti)
    che bellezza quste poesie. In particolare amando (un pò) di più le prime, ma sempre, tutte.

    Sempre quel corpo esposto, in amore o in rogo, che sillaba piano.. mi ricordi in questo, come non saperlo,la grande maestra Amelia Rosselli, negli ultimi mesi diluviata di saggi, che tentano lenirne il corpo, benedirlo.

    Maria Pia Q.

    Rispondi
  3. massimo

    grazie, a chi ha voluto e potuto. come sempre, come deve essere: le Donne Gentili rispondono – rispondono per prime.

    molto semplicemente: 11 poesie orribili, in posa, pesantissime, chiedono: “noi siamo le tristi penne sbigottite… non disdegnate di tenerci…”. dunque le ho riscritte. passano 4 anni e l’urgenza preme, dentro e fuori (ancora!). 4 anni fa dovevo ancora dimostrare qualcosa: per esempio la risposta alla domanda “a quale tribù appartieni?” o “ti pagano?”.

    e ho perso decine di amici e colleghi e altri e altre: la biografia si è ristretta molto. questo non è un danno.

    non basta dire (anche se è vero) che “la poesia è una stretta di mano”. in primo luogo, questo è vero per Celan, cioè per chi parla 7 lingue e ha visto lo S/terminio (dunque: la morte dei Termini). per altri, per molti, questo aforisma è una scusa: ma non nel mondo delle Donne Gentili.

    brucia ancora la frase (recente) “tu non sei un uomo, sei soltanto un poeta”. è presto fatto e detto: non sarò più (un) poeta. in parole non mie: “Credendomi inaridito per sempre…
    Il film l’ho già girato, e con Cristo!
    Così mi salvo”.

    perciò mi salvo, a Dio piacendo.

    *

    tra alcuni versi e strofe ci sono spazi bianchi, che forse wordpress (che non tiene fede al suo nome!) non stampa, o io non vedo su win98. ma non importa. basta che la voce ascolti dove non si respira, e che si fermi. «proprio dell’uomo è il riposo e lo slancio».

    *

    più vado avanti più penso: bisogna parlare solo alle *sirocchie-uccelli*, come il piccolo sciocco umanissimo Francesco dolce…
    massimo

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  4. francescomarotta

    “Basta che la voce ascolti dove non si respira, e che si fermi”.

    Così anche il tempo, insieme alla voce.

    Perché così è.

    fm

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  5. Alessandro Ghignoli

    caro Massimo,
    perdere ‘persone’ nel cammino non è poi una così grave cosa. ritrovare delle tue poesie è sì un bel darsi.

    un abbraccio

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  6. rita r. florit

    perdite…pane di ogni giorno e si procede, sia arranca, ci si sfinisce si parla a molti ma ad ascoltare solo quelli che sanno, quelli che ti sanno…sanno tutto e non chiedono, ascoltano come gli uccelli di Francesco… e accolgono.
    Tutto di te va letto ad alta voce, grazie di questo dono Massimo

    rita

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  7. -

    Come cristo sacrifica la sua vita per noi, il Poeta. Ma Egli in questo caso è vittima solamente di Se stesso, del Suo sesso. Non lo è degli uomini, nè dei tempi.

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  8. violaamarelli

    “il meglio si è trovato liberando”, e “qui mi lasci/io ti aiuto”, un cerchio infinito che si ri/apre… Nel liberarsi da ogni esca lo scatto dell’amore, l’esterno, ammesso ci sia esterno-interno, Viola

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  9. Lorenzo Carlucci

    “ri/apre” è una frazione?

    a quanto vedo (ma ho la febbre) la direzione della poesia di Sannelli ha tre forse motrici: eliminazione totale della metafora, interiorizzazione (“encapsulatio”, per restare nel gergo para-scientifico) del citazionismo sotto la pelle del testo, nelle pause del respiro. è il risultato di un intervento violento, come riporta l’autore stesso, esprimendo un moto di rabbia verso i propri testi – verso la forma dei propri testi prima dell’intervento: “molto semplicemente: 11 poesie orribili, in posa, pesantissime”, la poesia di Sannelli sembra essere il risultato (e l’immagine) di un accanimento sulla fibra della carne della parola del respiro, accanimento vòlto a far tralucere dalle fibre macerate, ridotte in trasparenza, la Luce (di Dio, del Mondo, etc.). La poesia di Sannelli fa i conti (ancora e ancora) con la fantasmagoria del “dopo storia”. Sannelli dice: non è possibile la ‘grande poesia della tradizione’ perché egli sente di non possedere i legami traumatici con gli eventi umani (altri direbbe la Storia) che hanno caratterizzato la voce di molti poeti del Novecento (cfr. il commento qui sopra su Celan). Forse Sannelli esprime una percesione lievemente distorta generalizzando questa situazione – di mancata religio con il trauma, di impotenza – e indicandocela come stigamte comune a tutti noi, al tempo nostro. Forse. Quello che è certo è che la poesia di Sannelli, il “non sterminato” è consapevole di non potersi fare “lingua mitica” (ciò che forse ha tentato d’essere in passato), trauma del mondo (dice bene chi commenta sul Cristo e il Poeta qui sopra). Per tanto, la veemenza del “lavorìo delle fibre” deve raddoppiare, fino, quasi, alla scomparsa dello stesso lavorìo, ossia della Poesia stessa di Sannelli: “molto semplicemente: 11 poesie orribili, in posa, pesantissime”.

    Esemplare percorso, e unico.

    Saluti,
    Lorenzo

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  10. Lorenzo Carlucci

    errata corrige: l’ultima citazione voleva essere: “perciò mi salvo, a Dio piacendo.”. anche, ho annunciato “tre” forze motrici e ne ho enumerate solo due (ho la febbre alta).

    ciao,
    lorenzo

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  11. Lorenzo Carlucci

    errata corrige II: a chi si chiede a qual latino appartenga “encapsulatio”, si risponde: l’intenzione era di scrivere “encapsulation” (inglese) 🙂 🙂 vado a letto. scusate.

    lorenzo

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  12. violaamarelli

    Buona guarigione…per la terza forza motrice attenderemo domani (ma a volte di forza, specie se motrice, basta una), un saluto Viola

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  13. Lorenzo Carlucci

    grazie. ma quello su sannelli che aveva di male (oltre la battuta iniziale sulla frazione)?

    ciao
    lorenzo

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  14. violaamarelli

    nulla, anzi, l’ho trovato esatto..se si è puer sacrificale e non vi è nulla per sacrificarsi occorre limpidamente affrontare questo nulla, e il silenzio, vivere la scena che ci è toccata in sorte, possibilmente migliorandola.. (per il resto è che ho neuroni distorti e le tre forze motrici mi richiamavano – irresistibilmente .- le parche), a presto rileggervi, te e Sannelli, Viola

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  15. enrico de lea

    perdere le persone, le sembianze –
    alla fine c’è un masso e, dietro, il muschio –
    un tempore inavvertito, ieri, di padre, sopra
    il giusto illuminarsi della mattinata, il
    soffermarsi in una pausa dell’aspirare
    il salsoiodio delle marine austere –
    d’una perdita e di un’apparizione

    p.s. non so commentare, scrivo così la mia ammirazione, enrico

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  16. massimo

    torno (da Milano: lettura pasoliniana; non solo) e trovo (in me) una stanchezza più grande. cinque siti riuniti nell’avvisare che si legge e vede Pasolini non riescono a raccogliere 20 persone intorno ad una proiezione *gratuita*, a Milano; e il discorso con i membri dell’entourage (ci fu) è sempre il solito: “hai una liaison? lavori? lavori per la pura sopravvivenza?”. e non dico che queste domande siano tutte squallide (tranne la prima, che è parente del desiderio sado-maso di un poeta, in un’altra *cena* – ultima; il PRIVATO è stato ); mi sembra solo che l’obiettivo si perda.

    pubblico queste poesie – che avevo regalato a Fabrizio, e che lui ha amato, e ha voluto onorarle pubblicandole qui (e io lo ringrazio, perché ha onorato una difficoltà oggettiva del loro autore); arrivano lettere che dicono: “come! avevi detto che non avresti più pubblicato in rete…” Ecc. E sarebbe facile capire che queste poesie sono abbozzi (si vede e si sente), e che la loro pubblicazione è il segno di stima di un uomo ad un suo simile.

    infatti non credo che pubblicherò altre *poesie* in rete (benché le mie ‘scelte’ – la stessa idea di scegliere qualcosa mi fa sorridere… – non abbiano importanza). quindi queste poesie, cariche di senhals privati e di invocazioni (la dolcezza, sempre la dolcezza, “dov’è il tuo amore?”, sì, anche con una certa enfasi che trema) – chiudono un ciclo. cioè chiudono un ciclo che si esprime in un certo modo e in certi spazi.

    non è vero, come ho sentito dire ieri: “è un periodo, ti passerà”. no, non credo che passerà. ma di qui a dire che faccio di Cristo un vestito che metto e tolgo, ecc. – io non ho mai trovato Cristo sulle bancarelle del mercato (dell’usato, sempre). ma chi mi ha detto che non sono un uomo sa anche che il tempo scorre. una vita molto lunga può essere anche una punizione: il futuro è lungo, le ore di lavoro non potranno riempirlo.

    manca amore, dunque. e manca nella sua forma minima ed esatta. manca nella sua forma anche *graziosa* e timida. *anche nel mondo dei poeti*, che dovrebbe essere il Regno delle Nuances, non ci sono sfumature tra un’amicizia casta e una storia di sesso; tra il poeta stanco e il poeta che dice “io me ne farei trenta” (donne); tra il poeta che non si droga e quello che gli dice “drògati, vedrai come trovi i soldi!”; tra il poeta che non mangia e il poeta che mangia non ci sono sfumature. e ci si sfinisce, mentre ripetiamo che “la poesia è una stretta di mano” (ma noi non abbiamo mai visto la casa Antschel vuota, non abbiamo camminato dalla Romania a Parigi, e non parliamo 7 lingue, ecc.)… E le sirocchie alate – forse sono un pubblico migliore, o un migliore contesto (caro Carlucci, sei un lettore attento e sensibile: ma sei la stessa persona che mi ritenne turbato, nell’uomo interiore, quasi pazzo; e io, vedi, abbraccio il tuo amore, lo riconosco, ma non riesco a ricambiarlo come l’amore merita: perché tu sei la stessa persona, ma anch’io sono la stessa persona). (ti ho parlato con il cuore, rosso, in mano, per dirti una mia difficoltà, e per chiedere scusa).

    la colpa non è dei poeti. un mondo che parla a se stesso non può che esporsi all’autismo. ed è naturale che sia così. soprattutto se la community è tanto maschile (e dunque fallica, per forza di cose: anche tra poeti il fallo è la *prima cosa*). per questo: onore alle Donne Gentili. (non penso ad un mondo senza fallo e senza errore; e nemmeno ad un mondo femminista/femminile: ben venga maggio, e il gonfalon selvaggio! ben venga il pene eretto, se c’è; ma le parole che ricattano in nome e per conto del pene – forse non eretto – sono squallide).

    ma il fallo è la prima cosa se si ha *anche* da mangiare (per esempio). altrimenti “uno parla da solo”, come Cesare perduto nella pioggia. il tempo stringe. al punto che – davvero – la questione, per alcuni, è *dove andare a finire*. la questione vale anche per altri e altre, in modi diversi.

    nel Regno delle Nuances ci dovrebbero essere delicatezze da chirurgo e da frate e da madre. ma il Regno è ipotetico e ideale, il pubblico si restringe, e la stanchezza (anche della lingua) aumenta. il risultato è – per esempio – che qualcuno, uomo o donna, non parla, perché non si sparli di lei o di lui. la più grande LIAISON è nella condivisione della parola (che NON ci appartiene); non nella comunione di due piazze. questo non è un risultato degno di noi. il tempo stringe. e coraggio sempre, e vivete felici
    massimo

    Rispondi
  17. Lorenzo Carlucci

    caro massimo, non ricordo quando e come ti ho ritenuto “turbato” o “quasi pazzo”, ma ho pessima memoria. può darsi che io l’abbia fatto. sono un po’ brusco. non mi aspetto amore, né da te né da altri. una capacità (potenza) di intelletto e sensibilità sì, perché so che c’è. ma puoi benissimo esprimerla in dialogo con altri e non con me. io continuerò a dire ciò che penso del tuo lavoro, quando lo penso.

    ciao,
    lorenzo

    p.s. circa i pochi spettatori: da una parte, sai, c’è il videoregistratore, il dvd, il computer. uccellacci e uccellini l’hanno dato con l’unità in videocassetta anni fa, si trova in “videoteca”. non c’è molto da stupirsi. per la poesia “tout court”, confronta un altro dato recente: presentazione di “nel bosco” di e. biagini, ed. einaudi, in una libreria di roma, presentano magrelli anedda cortellessa; pubblico: sette (me compreso) persone più qualcuno che arriva verso la fine (magrelli va via subito dopo aver parlato). (nota che, per quanto detto sopra, il confronto in termini di “appeal” qui non è tanto con pasolini quanto con daino, dunque regge, diciamo).

    Rispondi
  18. scettico

    Tante volte passando di qui mi viene da pensare che forse la poesia non è roba da blog. Né da commenti.

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  19. Lorenzo Carlucci

    scettico: nessun commento e nessun blog potranno cambiare l’essenza della poesia, no?

    lorenzo

    Rispondi
  20. scettico

    @lorenzo
    sono d’accordo, niente può cambiare l’essenza della poesia. ma prima bisogna capire se quanto si è scritto è poesia. mi pare chiaro a tutti che gran parte di quel che si legge nei blog non lo è. per la poesia il web è un cimitero. è come la televisione, appiattimento totale, tutti che si sentono autorizzati a scrivere e a leggere. così non va bene, non si va da nessuna parte,tutto questo mi sembra la dimostrazione che “di notte tutte le vacche sono nere”. questa è una mia considerazione, chi vuol scrivere poesie sul blog e commentarle è per me liberissimo e fa bene a farlo. Come io sono libera di esprimere la mia opinione e le poesie preferisco leggerle altrove. i commenti non sono altro che una esemplificazione delle dinamiche sul web, si finisce per per parlare di tutto tranne che di poesia. emergono conflitti e frustrazioni, simpatie e antipatie. insomma niente è come sembra, qui in gioco non è la poesia, siamo noi, con i nostri desideri e le nostre paure, la scelleratezza e il buonsenso, l’umiltà e la superbia, con tutto. insomma con la voglia di esserci, nel bene e nel male.

    Rispondi
  21. Alessandro Seri

    Massimo Sannelli, sussurra poesia, io dubbioso e colposo trovo assai sensato ciò che scrive in risposta o per gentilezza a chi lo commenta e non oso parlare della/delle sua/sue poesia/poesie perchè non ho facoltà di farlo. Mi limito a godere sui suoni delle sue lettere e della sua presenza quando capita. Massimo Sannelli è un uomo attento e complicato dalla dolcezza; ciò che scrive invece con la dolcezza si semplifica. Non ho razionalità a sufficienza ma da questa isola, da questa mia colonna, lo sento vicino come pochi pochi altri.

    un marinaio che non sa nuotare, Non tanto lungo e Nato in un’isola in mezzo al mediterraneo

    Rispondi
  22. Lorenzo Carlucci

    caro scettico, ora più che uno scettico mi sembri un “autoritarista”. perché ti sento smarrito davanti a questo presunto “appiattimento”, e “appiattimento” non significa semplicemente assenza bensì distruzione negazione demolizione di verticalità e gerarchie. ma non è questo forse un errore di prospettiva? ciò che succede qui non distrugge alcuna gerarchia, può essere, se vuoi, “piatto”, ma non “appiattisce” nulla e tantomeno la poesia. non ha quasi nulla a che fare con la televisione, perché i contenuti non sono programmati per il pubblico, e l’unica analogia con la televisione è quella che sottolinei tu, “la voglia di esserci”. ma questa, concorderai, tu caro scettico, è la pulsione fondamentale di ogni essere vivente. non è pertanto giudicabile. giudichiamo – al più – delle forme che essa produce, e giudichiamo con la forma di giudizio che possiamo. questa attività non “appiattisce” alcunché. non mette i bastoni tra le ruote alla critica (se esiste), alle università, all’editoria, ai poeti stessi. può forse far da valvola di sfogo a molti, questo sì. non credo nuoccia a te, o alla poesia. i commenti “non sono altro che una esemplificazione delle dinamiche sul web”, per “parlare di tutto tranne che di poesia”? non direi così (tutti i commenti? sempre?), ma tu sei “libera” di esprimere la tua opinione, come dici. certo è che hai perso un’occasione per parlare – liberamente – di poesia. o sbaglio?

    ciao,
    lorenzo

    Rispondi
  23. scettico

    caro lorenzo,
    io non mi sento qui smarrita. Ti dirò, questo è il luogo che meno di ogni altro mi fa sentire smarrita, condizione che, quando mi capita, accolgo volentieri visto che considero lo “smarrimento” il motore del processo creativo.
    Va bene, il web non appiattisce la cosa in sé, la poesia in sè, però ne appiattisce la fruizione. Le gerarchie(ma poi sei sicuro che nei blog non ci siano gerarchie?) non sono l’unico sistema alternativo all’anarchia, in mezzo potrebbe esserci qualcos’altro. Ti dico un segreto: qui non mi sento libera di parlare di poesia, perché le poche volte che l’ho fatto, muovendo critiche non positive ma sempre costruttive,con rispetto, apportando motivazioni articolate e pensate, ho trovato dall’altra parte il solito aspirante scrittore frustrato che non accetta le critiche e intorno a lui un coro di amici anche loro nella stessa barca pronti a soccorrerlo. Quindi qui vengo, leggo e parlo d’altro. Come trovo inguardabile il cinema in televisione, così trovo illeggibile la poesia sul web. Per me non è proprio il suo posto, non è questo il mezzo per “liberare” la poesia, per farla circolare, per farla vivere. Qui, inesorabilmente, la poesia muore. Muore seppellita dai commenti, muore sulla luce fredda del monitor, muore nelle giusticazioni che il poeta dà. Muore nei perché e nei per come. Poi a me non nuoce niente, come hai fatto notare tu. Io invece potrei farti notare che se tutti i sedicenti poeti comprassero un libro di poesie all’anno la posizione della poesia nel mercato editoriale cambierebbe drasticamente. E forse le case editrici pubblicherebbero più poesia, compresa quella dei nuovi poeti che, suppongo, desiderano essere pubblicati, o no? O preferiscono il web?

    Rispondi
  24. scettico

    @lorenzo
    p.s.
    Il poeta genovese non vede però di buon occhio il fenomeno bloggers: «Il dramma è che oggi tutti scrivono, e nessuno legge», spiega, «c’è chi scrive guardando solamente alla classifica e c’è chi, non avendo la possibilità di essere pubblicato, utilizza Internet. Ma perché, sommersi come siamo da mille problemi, dovremmo aver voglia di leggere cattivi libri? Internet apre la strada ad uno sfogo generale e tutti si sentono scrittori. Ci sono cose più serie di cui occuparsi»

    parole di Edoardo Sanguineti

    Rispondi
  25. Lorenzo Carlucci

    cara scettico, il suo punto di vista è ragionevole. lei dice di aver criticato con serietà e argomenti e d’aver ricevuto isterismi da wanna-be-writer come risposta. uh, lo so bene, càpita, càpita! spesso. sempre? la mia esperienza è che non càpita sempre. di certo abbastanza spesso da far stancare persone ragionevoli. una domanda: perché parlare male del mezzo (televisione, internet, blog) e non far ricadere la colpa sulle persone? io me la prenderei con gli interlocutori dei suoi sfortunati tentativi di critica virtuale, uno per uno, piuttosto che con il mezzo. lei ora dice: “il web” non appiattisce la poesia ma la “fruizione” della poesia. ci si potrebbe chiedere: è davvero la fruizione della poesia l’obiettivo dei blog di poesia? o altro (trasmissione, segnalazione, discussione, conoscenza, archiviazione, etc.)?
    in questo caso, cosa esattamente viene “appiattito”? prenda uno come me, che non “lo fa di mestiere”: posso fare una lista di almeno dieci nomi di poeti (e intedo: poeti) contemporanei che non avrei mai conosciuto senza “il web”. e non perché non hanno pubblicato.

    saluti,
    lorenzo

    p.s. l’indicazione dello “smarrimento” come motore del processo creativo, e il ricorso all’auctoritas di Sanguineti qui sopra delineano piuttosto bene i contorni del suo ritratto intellettuale, o, se non altro, cominciano a delinearli. ci dica il suo nome, mi sembra una roba “da web” parlare con un innominato.

    Rispondi
  26. naif

    Caro Lorenzo,
    è vero, magari non capita sempre di dover fronteggiare certe reazioni, però capita spesso. Diciamo che la norma è quella, poi ci sono le eccezioni. Bene, io vorrei che fosse il contrario. Ho avuto occasione di vedere artisti affermati, delle più diverse discipline, incassare critiche negative col sorriso e congedarsi ringraziando. Anche per questo alcuni atteggiamenti mi paiono ingiustificabili anche se in li comprendo benissimo perché immagino da che tipo di persone provengano, e mi allontanano.
    Non me la prendo con il web, né con i media in genere, ma con l’uso che se fa. E, tanto per allargare il campo, non le sembra strano vedere la parola poetica, invariata, così come sarebbe scritta sulla carta, riproposta sul web? Forse il web richiederebbe nuove forme che niente hanno a che fare con quello che sembra una pedissequa riproduzione di altro medium.
    Che serva a diffondere, ad archiviare, a trasmettere etc. ho qualche dubbio, in questo mondo virtuale che si estende in tutte le direzioni si rischia spesso di girare a vuoto invece di perdersi e quando ci si perde qualcosa troviamo mentre girando a vuoto non troviamo niente. Ed è anche troppo facile perdere il senso di ciò che si dice e si fa e la memoria mi chiedo qui sopra cosa sia, se “sia”.
    Lei dice di aver conosciuto poeti contemporanei attraverso il web. Ma veda, erano poeti. Avevano pubblicato. Anch’io conosco ogni giorno molte cose attraverso il web, dalle arti figurative alla musica, ed è meraviglioso. Io discutevo il blog e le tonnellate di poesia riversate nella rete, con i relativi commenti di amici esultanti che sottolineano la bavruura di questo e di quello. Magari in mezzo c’è anche qualche perla ma come si fa? Questo intendevo dire quando parlavo di appiattimento. Anche qualora ci fosse sarebbe difficile scorgere un diamante in mezzo a tanti zirconi(e sono stata buona nella scelta dei termini).
    Per il resto fa piacere scambiare opinioni con una persona attenta, acuta e di buonsenso come lei.
    Non so quale sia il mio “ritratto intellettuale”, francamente non ho mai pensato di averne uno e la cosa mi fa un po’ sorridere. Comunque se avessi un ritratto intellettuale sarebbe certamente “naif”.
    Mi perdoni ma che cosa cambia sapere chi sono? Non sono un innominato. Ma un nome è un’etichetta,

    mi chiamo franco
    mi chiamo beppe o pino
    mi chiamo sandro o gino
    mi cambio il nome
    così quando la morte verrà a prendermi
    non mi troverà

    proprio questo ritornello stavo ascoltando
    poco fa.

    Un saluto
    la non innominata
    cantata da Vinicius
    (qui dentro c’è il mio nome)

    Rispondi
  27. Lorenzo Carlucci

    Gentile Naif, sta diventando un amichevole discorso tra amiche a una sala da the… 😉 Forse è opportuno interromperlo o continuarlo in privato! Anyway, rispondo solo a due cose: “Ma veda, erano poeti. Avevano pubblicato.” Oh beh, sì, la maggior parte aveva pubblicato in case editrici che avrei potuto conoscere soltanto attraversi “il web”, non potendo passare i miei giorni a spulciare cataloghi di librerie o di biblioteche.
    La mia lista conta anche qualche inedito (diventato, nel frattempo, edito!). Sono d’accordo con lei, è molto ragionevole: come trovare i diamanti tra gli zirconi? E come non esser frastornati dai cori degli amici e simili? Non è facile, non è neppure necessario. Ma allora la sua è la posizione di una lettrice, che invoca l’esistenza di filtri (critica, editoria, accademia), struttura, se non gerarchia. Ancora ragionevole, legittimo. A un certo livello, qualcuno dovrà “sporcarsi le mani”, passare al setaccio. Sia che lo faccia per mestiere o per passione. Il “web” è un setaccio aggiunto agli altri. E’ un setaccio più esposto al “noise” rispetto agli altri, dunque più faticoso. E’ un setaccio che si affianca agli altri: perché i punti di contatto (con la critica, con l’editoria, con l’accademia) ci sono, ci sono. Mi chiedo anche: dove, un giovane critico, anche un purosangue d’accademia, potrebbe meglio esercitare il proprio talento, la propria capacità di giudizio, di sussunzione, di analisi etc. che là dove tutto si presenta – dapprima – come indistinto, appiattito, vacca in notte nera?
    […] Io ordino un altro the.

    A rivederci,
    Lorenzo

    Rispondi
  28. naif

    Gentile Lorenzo,
    io ancor più brevemente per le ragioni da lei indicate 😉
    concordo con lei, purtroppo oltre che naif in certi casi sono impaziente, ammiro chi invece è paziente e ha voglia di sporcarsi le mani.
    E’ stato piacevole conversare con lei
    ordino anch’io un altro the, magari con una fetta di torta come quelle che si gustano da La glace a Copenhagen. Con panna e scaglie di cioccolato fondente, è passato un anno e ancora ne ricordo il sapore, gliene offrirei volentieri una fetta.
    Spero di rincontrarla, qui o in uno degli universi paralleli(è notizia di oggi, ha visto?) o da La Glace.

    Arriverci

    L. de Moraes

    Rispondi
  29. elioc

    Questo scambio (estremamente interessante) mi ha dato occasione di focalizzare un punto che ha spesso costituito per me elemento di scandalo, o di sgomento silenzioso (il secondo quando mi accorgevo dei danni che l’espressione di tale sentimento avrebbe potuto arrecare): “amore” è un termine ad ampio spettro che può riferirsi ad una molteplicità di situazioni, anche molto differenti fra loro, ma possiamo ben supporre che tutti ne conoscano il senso fondamentale, allo stesso modo in cui tutti devono ben sapere cosa significa nutrirsi o respirare. Delle sue diverse manifestazioni, il fenomeno misterioso e violento dell’innamoramento, con le sua perdita (ed eventuale riconquista) dell’anima, costituisce un ambito non certo marginale, ma semmai la pericolosa quintessenza.
    Quel che appare ovvio è che “per amore” si può fare realmente di tutto, e che l’innamoramento non può costituire la base di un’attività sociale, proprio perché il suo scopo biologico sembra semmai essere quello di “estrarre” violentemente una coppia dal più ampio contesto, per costituire un “nucleo” separato che solo più tardi ricercherà le sue forme di reintegrazione. Quello che invece si richiede nel più ampio contesto dei vari “giochi sociali” è una stretta osservanza delle “regole”, correlata ad un elementare senso di “giustizia”. Così il maestro che si trovasse ad avere in classe un proprio figlio baderà con particolare attenzione a trattarlo come tutti gli altri, lasciando le naturali manifestazioni di affetto e preferenza ad altri ambiti – il figlio, se intelligente, capirà bene i motivi di tale temporanea “asciuttezza”.
    Mi sembra così di capire un po’ meglio l’origine di tanti malintesi. In questo nuovo mezzo che è la rete, le “regole del gioco” non si sono ancora esplicitate, ed ogni luogo di aggregazione le può “intendere” in maniera piuttosto differente. In generale, si avverte una dialettica fra la natura intrinsecamente democratica e rizomatica della rete, in cui ciascuno può trasformarsi in “autore” (per esempio aprendosi un blog) per poi “aggregarsi” ad altri nelle maniere più varie, e le concezioni più tradizionali che vedevano autore e pubblico divisi e gerarchizzati in maniera assoluta. Il lamento di coloro che si sentono sommersi e sperduti nella massa semiacculturata di un pubblico che sembra aver rotto gli antichi recinti è tipico, e spesso divertente, ma è anche chiaro che dei criteri di gerarchizzazione dovranno in qualche modo riformarsi, probabilmente si formerà una competizione tra “modelli” differenti e direi che i vincitori ancora proprio non si intravedono.

    Rispondi
  30. naif

    Gentile Elio,
    ho trovato anch’io interessante il suo comm.
    Ci sono suoi assiomi che, trovo, non abbiano alcun fondamento. Dire che l’amore sia una perdita dell’anima, con eventuale riconquista, è uno di questi. Dipende da cosa si intende per amore. E da cosa si intende per anima (e già chi mi tremano le vene dei polsi). La pericolosa quintessenza di cui parla lei, quel tipo di innamoramento lì, mi sembra quello di individui che hanno una personalità disturbata (narcisisti, depressi, ossessivi-compulsivi) e portano le loro problematiche anche dentro l’innamoramento. L’amore, come dice lei, si manifesta in molti modi. C’è chi mette amore nelle cose che fa da quando si alza a quando va a dormire e c’è chi non lo fa o riesce a farlo solo in alcuni momenti. Le regole, se non vengono introiettante ed elaborate dall’amore per esse, dall’amore per la giustizia, non sono nulla. Chi le segue per imposizione sociale avrà sempre la tendenza a trasgredire perché non ne capirà mai il senso profondo(guardi cosa è successo al crollo dei regimi in cui le regole venivano imposte con la forza). E il senso profondo qual è? Il senso profondo dovrebbe essere l’amore per noi stessi e per gli altri. Se ci fosse un’educazione sentimentale oltre che civica(ma ahimé in Italia manca anche la seconda), credo si crescerebbe più “integrati”, le gonadi andrerebbero insieme al cervello invece di vivere in questa dicotomia. La ragione da sola e la messa al bando dell’empatia, la razionalizzazione estrema della società si ricordi a che cosa è servita: è servita alla crescita e alla costruzione del totalitarismo. L’empatia è lo strumento più grande che abbiamo per difenderci dal male, chi non riesce a vedere se stesso nell’altro è condannato a vedere il proprio cuore indurirsi. Voglio precisare che non sono cattolica né professo una qualsivoglia fede.
    Le sue considerazioni sul web le ho trovate interessanti, però ho già scritto troppo per un comm e mi fermerei qui. La ringrazio per avermi dato con le sue riflessioni, che anche se non mi vedono concorde rispetto appieno, lo spunto per queste mie.

    Un saluto
    L.

    Rispondi
  31. naif

    @Elio
    p.s.
    lei dice “per amore si può fare di tutto”,
    allora per amore si può anche uccidere?
    C’è chi lo fa, chi sostiene di aver ucciso perché amava(le cronache ne sono piene), e anche se non ci fossero le leggi a vietare l’assassinio spero che nessuno qui voglia sostenere che l’ amore può portare a massacrare l’altro. Mi permetto di osservare che forse quell’amore lì amore non è. Che l’amore dovrebbe essere cura, protezione, non possesso né tantomeno violenza.

    Rispondi
  32. elioc

    @Naif
    Mi chiama ad esprimermi su di un tema sul quale esito alquanto: al riguardo, mi sembra di essermela cavata per un pelo – alla bell’e meglio – figurarsi se ho qualcosa da insegnare agli altri. Eppure, rifacendomi esclusivamente alla mia esperienza, vorrei sottolineare la natura violentemente biologica, sebbene possa venire amplificata o attutita dalla cultura, dell’innamoramento “romantico”, che quasi tutti incontrano per la prima volta durante l’adolescenza. Con “perdita dell’anima” (sebbene il termine riecheggi suggestivamente un aspetto evidenziato da Jung nelle culture “primitive”) intendo quell’improvviso svuotamento di ogni interesse in tutto ciò che sia estraneo al campo dell’innamoramento, un processo impressionante che ha intralciato più di un momento della mia esistenza e che mi precipiterebbe nel panico se si rifacesse vivo ora, o ancora peggio più avanti. Tuttavia non riesco a considerarlo patologico e neppure a separarlo dal campo più ampio degli affetti “razionali”. Ritengo anche che esso abbia una fondamentale attinenza alle fascinazioni artistiche, anche queste evidentemente intrise di narcisismi e desiderio mimetico. Si tratta di meccanismi oscuri che possiedono evidentemente delle ragioni adattative, un po’ come il bagno di sangue, apparentemente gratuito, che caratterizza la nascita nei placentati. Ma il punto fondamentale è che le ragioni si possono condividere, rimuovendo gradualmente gli ostacoli alla comprensione, mentre la radice di un sentimento si inabissa sempre nei corpi e nelle storie, così che ad un certo punto, nonostante tutti gli sforzi, diventa normalmente necessario congedarsi. Sarebbe bello riuscire a farlo senza maledirsi a vicenda soltanto perché non si riesce ad “essere un unico essere” 🙂

    Rispondi
  33. naif

    @Elio
    Certo, come lei ha espresso benissimo l’innamoramento è un’esperienza “straniante”. E lì uno dei possibili punti di contatto dell’eros con l’arte.
    Quell’aspetto essenziale dell’innamoramento di cui parla, quello “svuotamento”, credo anch’io non sia patologico. Però è sul confine, questo lo rende tanto interessante e misterioso, e su quel confine non è facile muoversi. Andare al di là è un attimo e più ci si spinge in là più diventa l’amore diventa ossessione fino alle forme più disperate e nefaste(mi viene in mente l’Amore fatale di Ian McEwan) Non saremo certo noi qui a chiarire un tema così complesso come quello dell’eros 🙂 . Mi accontento di tentare qualche considerazione al riguardo.
    Senza andare nel patologico è vero a volte l’innamoramento intralcia la vita, però è anche vero che crescendo si impara a gestirlo un po’ meglio, si spera. Per esempio può capitare che diventi uno stimolo per “creare” qualcosa, può essere uno “stato di grazia”. Pensi a quanto si è fatto artisticamente “per amore”. A volte quello stato invece porta alla paralisi creativa. Però penso che questo sia un fattore soggettivo. La perdita di interesse per il mondo circostante, se non si è malati, non può durare a lungo (per fortuna!), questo è stato dimostrato scientificamente. Passato l’innamoramento è necessario altro e lì si vede se i soggetti in questione desiderano e sono in grado di percorrere la strada insieme oppure no.
    Riguardo “all’essere un unico essere” beh, mi sembra che se questo è il presupposto di un amore le conseguenze non potranno che essere catastrofiche. Quell'”essere uno”, se siamo fortunati, è una sensazione legata a un istante e non starò certo a spiegare quale. Ma quello è un momento quasi “mistico” in cui davvero ci si perde, ma è un momento, uno magnifico stato alterato di coscienza.Anche questo aspetto dell’eros si avvicina molto all’arte, all'”illuminazione”, che dura un istante. Non si può pretendere che diventi paradigma della nostra esistenza, volerlo come stile di vita della coppia. Né vorrei che fosse ridotto a meccanismo biologico, ad una semplice astuzia della natura. Se fosse così si potrebbe spiegare “tutto” con la scienza senza lasciare posto al mistero e all’arte.
    Anch’io non ho nulla da insegnare, mi barcameno come posso, ma fino qui mi sono barcamenata con piacere grazie anche alla gentilezza e all’inelligenza degli interlocutori.

    A proposito di congedi 🙂
    mi congedo anch’io
    e la ringrazio di nuovo

    Un saluto
    L.

    Rispondi
  34. elioc

    E’ stato un piacere. Mi trovo in buona sostanza d’accordo, con un’unica riserva: temo che questi diversi aspetti possano essere mantenuti ordinati e “funzionali” soltanto in circostanze (interne ed esterne) complessivamente favorevoli. Quando si “raggomitolano” sono guai, anche se rimane, in certi casi impossibili da quantificare, la paradossale fortuna del guaio “artistico”, ovvero della “ferita” che innesca un processo che alla fine conduce a qualche genere di “perla”, venga o non venga questo esito percepito dalla società.
    Elio

    Rispondi
  35. GiusCo

    Un bel discorso, complimenti a chi ha commentato. Vorrei puntellare l’analisi di Elio sui modelli in competizione per l’autorevolezza; vorrei sottolineare come, a differenza delle scienze esatte, in questi ambiti artistici non dovrebbe trattarsi degli uni contro gli altri, ma di diverse strade in via di sviluppo, alcune con una storia gia’ alle spalle e altre abbastanza inedite, almeno in Italia. Ecco che dunque la via percorsa da Sannelli puo’ non essere amata (e io non la amo) ma comunque rispettata; cosi’ come possono essere rispettati i tentativi organici sul web, almeno quelli chiari negli intenti; conseguire e valutare risultati e’ un po’ piu’ difficile, ma questi spazi magmatici non sono per loro natura gerarchici, dunque mal si prestano alla sintesi. Di certo, la sintesi la lascerei fare a chi ha gli strumenti; e in questo tempo non ne servono pochi, per cui ogni autorevolezza rimane infine locale. Magari l’aspetto piu’ efficace del web resta ancora la possibilita’ di comunicare e aggregare affini, cosi’ da lavorare assieme alla propria strada. Non mi pare un esito da poco. Saluti e ancora complimenti per i toni e l’approccio tenuti in questo colonnino.

    Rispondi
  36. elioc

    Concordo. La natura intrinsecamente divergente dei percorsi estetico-sentimentali consentirebbe un pluralismo che nella scienza può essere accettato soltanto in via provvisoria (così l’evoluzionismo è parte della scienza ed il creazionismo no, nonostante la geniale “terza via” indicata da Borges in “P.H.Gosse e la creazione” 🙂
    Soltanto che l’aut-aut che nella scienza è richiesto in rapporto alla “verità”, in questo altro ambito sembra venire a riproporsi nelle vesti del “successo”.

    Rispondi
  37. GiusCo

    Elio, rimanendo nello specifico sannelliano (la poesia), come lo definiresti il “successo”? Avere il seguito dei dieci/venti lettori -autori in proprio- assidui dei blog/siti di nicchia? Pubblicare per una major (Einaudi o Mondadori)? Godere della considerazione e delle favorevoli recensioni dei sei/sette critici puri che professionalmente si occupano anche di poesia? Mettersi in proprio e ricalcare lo schema del network, della cooptazione e dell’ ubi maior minor cessat? Nella mia esperienza, se c’e’ qualcosa che del metodo scientifico puo’ trasporsi ai fenomeni artistici, questo e’ la informazione, ricerca & sviluppo” di linee di pensiero/poetica; robe molto attaccate allo specifico del mestiere, appunto; e’ in ogni caso difficile arrivare a parlarne anche tra professionisti e su riviste specializzate, figurati su supporti usa & getta come i post nei blog. L’ “have your say” del web 2.0, che indispone l’utente Scettico/Naif, e’ il principale rilievo mosso dalle gerarchie consolidate, alle quali dopo una quindicina d’anni di vita online non sento ancora di dare torto, sebbene esse stesse non abbiano piu’ l’autorevolezza necessaria a rilasciare patenti di “successo”.

    Rispondi
  38. Lorenzo Carlucci

    vorrei fare due osservazioni. La prima è questa: indicare la “verità” come il criterio dell’accordo nel campo della scienza mi sembra un poco semplicistico, o forse astratto. rilevanza, capacità esplicativa, quantità e qualità delle relazioni tra un risultato o una teoria e altri risultati e altre teorie, etc. sono altri criteri che ovviamente giocano un ruolo essenziale, accanto alla verità, nel decretare l’affermazione, il “successo” di una teoria. La seconda osservazione è questa: perché mai in poesia il criterio della “verità” si dovrebbe sostituire con il criterio del “successo”? E.C. osserva che ciò accade di fatto, mentre G.C. sembra ammettere la sostituzione senza batter ciglio. Come mai? Anche la comunità scientifica si costituisce prima con l’accordo su criteri di valore o – se preferiamo – di validità (e verità e correttezza e rilevanza e originalità etc.), e solo poi su criteri di “successo”, quasi corollari.
    O sbaglio? Perché non può accadere lo stesso in poesia? Per quanto vedo io, deve accadere e, anche, accade.

    Salve,
    Lorenzo

    p.s. Ma d’altra parte, “il web” è il regno del “meta”, certo uno dei luoghi naturali delle riflessioni “trascendentali”, o, a volte, delle “meta-riflessioni”. Le vostre osservazioni vi stanno dunque come uccellini nel nido.

    Rispondi
  39. GiusCo

    Si’ Lorenzo, “verita'” e “successo” sono due approssimazioni abbastanza grezze; mentre per “verita'” non ho interesse a discutere (devo gia’ farlo tutti i giorni nel mio lavoro in ambiti specifici), “successo” mi pare piu’ interessante. Del resto il “successo” e’ una strategia di sopravvivenza fin dai tempi della vita prebiotica (posizionamento, riproduzione, caso) e dunque ha senso anche in poesia: se Paul Muldoon traduce una poesia di Eugenio Montale, come ha fatto, e’ un “successo” della poesia montaliana generato da “successi” precedenti (l’essere stato pubblicato, recensito, tramandato, tradotto, pluripremiato). Naturale che una parte del ragionamento verta su questo “successo”, su cosa lo configuri oggigiorno e le migliori strategie per raggiungerlo (magari a discapito dei concorrenti). In questo senso mi interessa l’opinione di Elio, al quale mi accomunano alcuni approcci. Alla prossima. GiusCo.

    Rispondi
  40. Lorenzo Carlucci

    GiusCo, nessuno discute il tuo interesse per il successo. Che tu ti debba occupare di “verità” per lavoro in “ambiti specifici” non toglie che tu possa occuparti della verità – o del suo “analogo” – in poesia, poiché t’interessa anche la poesia. Specialmente, come suggerivo, se il punto di partenza è l’analogia con la comunità scientifica, dove l’accordo sui criteri di valore e di validità precede l’accordo sui criteri di successo. Forse per te in poesia i primi sono scontati, ovvi, o impossibili. O forse ti interessa solo il successo (come concetto, naturalmente). Tant’è.

    Au revoir,
    Lorenzo

    Rispondi
  41. GiusCo

    Boh Lorenzo, “verita'” mi pare un concetto locale, tanto nei miei discorsi professionali quanto in questi artistici; non ho dunque nulla da eccepire alla tua verita’, se ne hai, come nulla da eccepire ho a quella di Sannelli, di Scettico/Naif e di Elio. Invece “successo” e’ piu’ divertente, sia qui che sul lavoro, e soprattutto stimola vitalmente il soffio che ci anima. Senza un qualsivoglia tipo di “successo” (anche nel portare cibo alla bocca, se cibo abbiamo) moriremmo in pochi giorni. Non voglio discutere su

    Rispondi
  42. GiusCo

    …ops, e’ partito il colonnino… riprendo:

    Non voglio discutere su quanto discorsi e propositi di “insuccesso” animino molti interventi letterari (e qui Massimo mi perdonera’, se vuole: compreso i suoi), stavo solo chiedendo ad Elio, a partire dalla sua formazione esterna all’agone poetico, come caratterizzerebbe il “successo” in poesia. Un semplice scambio di opinioni su un argomento mirato.

    Buonanotte. GiusCo.

    Rispondi
  43. naif

    @Lorenzo le ho scritto privatamente
    per chiarire alcune cose.
    Spero che il tuo indirizzo
    che ho trovato sul web sia ancora attivo.

    Un saluto

    Rispondi
  44. naif

    @Lambertibocconi, grazie. I temi discussi con Elioc lei li conosce bene, anche se “conoscenza” è un termine inadeguato quando si parla di poesia. E forse più che tanti discorsi sarebbe opportuno postare qui una sua poesia. La parola poetica non ha niente a che fare con la parola assertiva, la loro materia è la stessa ma l’una può dire cose che l’altra non può. L’una può percorrere territori che all’altra sono preclusi. Ecco il valore della poesia, ecco perché ancora ne sentiamo il bisogno, nonostante tutto.

    L.

    Rispondi
  45. lambertibocconi

    Va bene L.! Farò un bell’intervento stasera, adesso non posso, vado a fare il bagno e poi coraggiosamente IN UFFICIO. Che luogo metafisico da paura. C’era anche lei con me a vent’anni nelle favelas di Rio? Baci.

    Rispondi
  46. massimo

    cari… forse *non esiste una sola poesia*; dunque, se “successo” deve essere, non esiste un solo successo. ma a parte questo (sono quasi giochi di parole: Vallejo sospettò la caduta della Spagna: “bambini… se cade la Spagna… dico, dico solo per dire!”. ma noi siamo in un’altra fornace, temo…. (chi vivrebbe per noi e *di noi*? chi morirebbe per noi o sopravviverebbe *per la nostra parola*? ciò che manca è proprio questo *amore*, e pronuncio così la parola terribile).

    ***

    [da un post su PPP, qui, giorni fa]

    le imitazioni non sono più possibili [sono o ridicole o parziali: non è pasoliniano penetrare un seno con i chiodi: per esempio, e scriverne]. l’interpretazione dello *stesso* ruolo avverrà in altri modi. santo Francesco era di aspetto vile e sporco e trasognato e imbelle; ma il mondo lo seguiva (parafraso un Fioretto, tra i più alti). in un metro e sessantacinque cm e negli occhiali pesanti, e nella voce infantile o nelle “narici dilatate” – “un uomo fioriva”. intanto, si compiva il Distacco. dopo, gli autori hanno perso il pubblico. e se ora si parla di poesia “marginale” – quasi vantandosene – o di poesia (e poeti, fisicamente) da portare negli autogrill – non si pensa mai: quale potenza hanno quei testi? forse meritano il margine. quale presenza hanno quei corpi? forse non entreranno mai in quell’Area di Sosta… Grazie a chi mantiene la memoria [di PPP].

    Rispondi
  47. lorenzo carlucci

    per sete di assoluto, per bisogno, tu estremizzi, sannelli (ma è anche bene che tu lo faccia, è la retorica che scegli): “chi vivrebbe per noi e *di noi*? chi morirebbe per noi o sopravviverebbe *per la nostra parola*? ciò che manca è proprio questo *amore*, e pronuncio così la parola terribile”. qual’è la tua top-ten di poeti (qua poeti, non qua profeti o predicatori) *per* la parola dei quali *il pubblico* (l’altro, se preferisci) è morto, o sopravvissuto? una domanda meno estrema della tua: poeti d’oggi capaci di fare piangere? capaci di fare innamorare (ossia capaci d’amore, in tutti i sensi)? o estrema, d’altro estremo (che non la morte e la sopravvivenza): poeti capaci di farci venire voglia di figliare?

    ciao,
    lorenzo

    Rispondi
  48. naif

    mi chiedo: è poesia una poesia chiusa in se stessa, inattingibile, spoetizzata, fuori dal senso come dal non-senso? non è questa poesia solo di chi la scrive e quindi(anche qualora avesse “successo”) destinata a perire con l’autore? che poesia è la poesia che muore? io dalla poesia “pretendo” un’apertura di senso, fosse pure sul baratro del non-senso ma ‘qualcosa’ voglio intravvedere, basta con i poeti ciechi che fustigano se stessi e la parola poetica, non voglio più farmi maltrattare i sensi da questi. Ma è una mia opinione eh? Che nessuno si risenta, prego.

    Rispondi
  49. naif

    @Lambertibocconi. No Cara, non sono mai stata in Brasile purtroppo. E se fossi andata nelle favelas a vent’anni probabilmente non ne sarei uscita viva perché, se adesso che ho superato i trenta sono “naif”, si può immaginare come potevo essere a vent’anni :-). Un bacio a lei e un abbraccio.

    Rispondi
  50. elioc

    @Giusco
    Fino a qualche tempo, fa immaginavo che il web avrebbe potuto raccogliere e coordinare (entro una molteplicità di gruppi, magari in fruttuosa competizione “evolutiva” fra di loro) quell’enorme massa di esclusi che comunque la stretta accademica/mediatica/editoriale è costretta a produrre – per quanto possa sforzarsi di (o essere sforzata a) allargare il raggio delle proprie cooptazioni. Tutto naturalmente parte dall’evidenza di una sproporzione tra una capacità creativa ormai di massa e la capacità di una “cultura” di recepire ed integrare questa eccedenza.
    Immaginavo che in tal modo avrebbero potuto nascere delle “imprese culturali” che, in virtù di un maggiore “disinteresse”, ovvero indipendenza da logiche estranee (economiche, narcisistiche ecc.), avrebbero potuto mettere a punto dei “memi” competitivi rispetto a quelli allevati negli ambiti precedenti, pur potendo scontare qualche handicap su altri aspetti.
    Dopo l’attenta osservazione di un numero significativo di esperienze (nelle quali sono stato più o meno coinvolto direttamente) la mia percezione è piuttosto mutata, in quanto ho constatato come le modalità di aggregazione sembrino condannate all’accumulazione, senza maturazione apparente di neppure un pallido embrione di quei criteri di selezione “aperti” e trasparenti che avrebbero dovuto legittimare eventuali gerarchie alternative. Interrogandomi sui motivi di tale mancanza, ho notato come la modalità immaginata (ma non realizzata) comporterebbe la ricreazione in un ambito artistico/letterario di “meccanismi virtuosi” che sono tipici dell’impresa scientifica. Da qui il sospetto che fosse all’opera qualche differenza irriducibile, alla quale ho fatto in precedenza cenno.
    Se le cose stanno in tal modo (e io lo sospetto fortemente) allora non mi attenderei dal web alcuna “alternativa”, ma un semplice supplemento quantitativo, lievemente declassato, ai meccanismi preesistenti (che vengono naturalmente presi d’assalto, e magari chiamati “macchine per l’ottundimento delle menti” quando li hanno in mano gli altri). Penso tuttavia che le cose potrebbero anche evolvere in maniera molto più drammatica conducendo non già all’intensificazione (o “fioritura”) bensì al superamento (e abbandono) di certe forme di interazione culturale che oggi ci paiono ancora così inamovibili.

    Rispondi
  51. GiusCo

    Grazie Elio. Potrebbe forse tornarci utile il contributo di Tiziano Scarpa appena apparso su “il primo amore” : http://www.ilprimoamore.com/testo_683.html … mi pare interessante soprattutto l’accenno alla eccellenza ostentata, come se gli autori avessero imparato da se’ a farsi pubblicita’ e comunicazione prima ancora (e sospetto: al di sopra di) dell’opera. E’ un terreno scivoloso e non mi avventuro oltre.

    Grazie anche a Massimo per l’intervento, riflettero’ su *amore*; una prima idea e’ che si puo’ comunque vivere a la William Blake, senza che questo infici la possibilita’ di “successo” (probabile che dunque l’opera che resiste al tempo abbia un suo specifico, come dicono Elio e Naif). Una seconda idea e’ che mi pare d’aver capito di prima mano che all’amor non si comandi, parola poetica o meno (checche’ ne dicesse anche Pasolini): la Parola come coro angelico o contemplazione della Luce e’ a tutti gli effetti una Rivelazione ma, forse Don Fabrizio qui ci aiuta, non a tutti e’ data la Rivelazione ma a tutti e’ dato lo sforzo verso l’accettazione che puo’ divenire Fede. Una terza idea e’ che la “verita'” invocata da Lorenzo (ricordo la sua idea di peer review anche in poesia, sulla strada di quello scientifico) mi pare irrealizzabile, giacche’ lettori di poesia non condividono ne’ protocollo ne’ vocabolario, a meno che tutti si sia talmente perfetti e Rivelati da suonare la stessa musica; roba non di questo mondo, appunto.

    Chiudo, ringraziandovi tutti, con un ultimo tassello: non chiedo l’Eternita’ ai miei (e altrui) lavori artistici, chiedo che aiutino e chiariscano cosa siamo e dove andiamo in un orizzonte temporale finito, diciamo trent’anni a partire da ora? Il resto e’ vita allo stato piu’ superficiale (mangiare, dormire, fare l’amore, essere in relazione), non una sua mancanza.

    Rispondi
  52. Lorenzo Carlucci

    cornacchia, il “peer reviewing” funziona non solo per le scienze esatte ma anche per riviste internazionali (e forse anche nazionali, non saprei) di discipline “umanistiche”. la questione della “verità” o semplicemente di un accordo sui criteri all’interno di una comunità (quella “poetica”) non credo possa liquidarsi con una osservazione empirica come la tua: “lettori di poesia non condividono ne’ protocollo ne’ vocabolario”. si tratta infatti di tendere ad un grado maggiore di condivisione (di accordo). se già ci fosse, non ci sarebbe problema. non c’è bisogno di dire, credo, che la comunità scientifica si è costituita intorno a forme e gradi di un simila accordo, e non ha ricevuto i suoi “protocolli” per Rivelazione. per giudicare se una cosa simile sia possibile in poesia (questione in parte oziosa, almeno per ciò che riguarda le forme istituzionali (critica, accademia etc.)) occorrerebbe discutere dei principii, non delle mere osservazioni di fatto.

    saluti,
    lorenzo

    Rispondi
  53. fabry2007

    confermo l’ipotesi teologica di Giusco e ricordo che oggi Massimo Sannelli compie 34 anni.
    auguri da redattori e lettori di LPELS!

    Rispondi
  54. lambertibocconi

    @naif: guarda che è solo con una grande purezza che ci si salva la vita nelle situazioni più dure. Peraltro le favelas ci sono anche a Milano, io ho 46 anni ma il mio cuore tira sempre alla teppa angelica. Son fatta così.
    Sulla parola poetica, argomento quantomai interessante, per pigrizia e scarsità di tempo scusatemi ma mi autocito da un’intervista (tanto le mie due idee in croce sono sempre quelle): “La poesia per me nasce proprio dall’esigenza di dire qualcosa che in altri termini non si può dire, quindi nasce dall’esigenza di dire l’ineffabile. In questo senso può essere una grande impresa. Il mio intento con le poesie non è di esprimere qualcosa di normale, è di esprimere ciò che in altri metri e modi non è esprimibile. Per natura il linguaggio poetico è speciale, lo sguardo poetico è profondo. Credo che sia costitutivo della poesia agire da svelamento di enigma. Il mondo è pieno di qualità poetica, sottile, insinuata, enigmatica, e il lingaggio poetico la esprime, procedendo per associazioni, immagini, simboli. (…) Per me la poesia ha una funzione psichica. Non mi interesso tanto della funzione della letteratura in sé. Quando scrivo una poesia mi immergo in un mio vissuto profondo, in un substrato fantasmatico, in una dimensione per così dire grandiosa. Scrivere una poesia mi sembra da un lato un episodio di redenzione, dall’altro di grande verità, un episodio esplosivo. La parola a un certo punto ha un limite oltre il quale non può andare. Che cosa c’è al di là? Da una parte c’è l’ineffabile, dall’altra parte c’è l’azione. Così il limite della parola si può superare o agendo, oppure cercando di esprimere l’ineffabile con la parola, ed ecco la poesia. Cosa c’è quando finisce la parola? Una superparola, che è la poesia; oppure l’azione”.
    Besos. A.

    Rispondi
  55. Lorenzo Carlucci

    gentile a.l.b., da ciò che lei scrive, “La poesia per me nasce proprio dall’esigenza di dire qualcosa che in altri termini non si può dire, quindi nasce dall’esigenza di dire l’ineffabile” deduco una curiosa e interessante definizione di “ineffabile”: o, almeno, niente male. era intenzionale?

    lorenzo

    Rispondi
  56. Lorenzo Carlucci

    che pirla mi son partite le definizioni ché ho usato un tag… erano queste, le definizioni: “l’ineffabile è ciò che non si può dire in altri termini”, o, almeno, “ciò che non si può dire in altri termini è (l’) ineffabile”.

    scusate,
    lorenzo

    Rispondi
  57. lambertibocconi

    Caro Lorenzo, provo a spiegarmi. Sì, era intenzionale – come tutto quello che dico quando rifletto (anche se ahimè non è sempre così). Ineffabile = che non si può dire. E fin qui ci siamo. Per me la definizione di “ineffabile” è questa.
    A quel punto, la portata della parola (cioè lo strumento per dire le cose) sarebbe finita. Se è un mezzo per dire le cose e se una cosa non si può dire, ecco che la parola ha esaurito la sua funzione, la sua possibilità. Per esempio, con i piedi si cammina e a i piedi puoi andare fino a dove c’è terra, ma quando poi c’è l’oceano, non cammini più.
    A quel punto, quando si è di fronte all’ineffabile e si sente comunque voglia di viverlo esprimendosi, cosa succede? Io dico: o l’azione o la poesia. O qualcosa di diverso dalla parola, oppure un salto autentico e reale nell’impossibile, la creazione di una parola – la parola poetica – che ha una forza e una portata che il linguaggio normale non ha. Quindi non si può dire che io concordi del tutto con le tue definizioni, piuttosto farei un’asserzione del genere: “L’ineffabile non si può esprimere a parole per definizione. Se però con un salto mortale grondando sangue e grazia viene fuori una bella poesia, si è compiuto una sorta di miracolo creativo e l’ineffabile ha trovato il suo super-verbo”.

    Rispondi
  58. naif

    Gentile Anna, sono cose che dice anche Heidegger, più o meno. Sulla parola poetica e il linguaggio potete leggervi, se non avete di meglio da fare, “In cammino verso il linguaggio”.

    Buonatte e baci.

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  59. lambertibocconi

    Ma dai! E dire che io le avevo pensate per conto mio. Non leggo niente, tanto fra qualche giorno probabilmente crepo. Baci a te.

    Rispondi
  60. naif

    Ma Anna che dici! Anche se non ci conosciamo mi fai preoccupare. Abbi cura te, davvero dico. Ti abbraccio.

    Rispondi
  61. lambertibocconi

    Eheh… allora conosciamoci! Facciamo diventare un po’ più “utile” questo web. Non sono capace di avere cura di me, finché la fibra tiene, camperò, poi finish. Non succede niente, che vuoi che sia. Il virtuale è un passatempo, a me le persone piace averle qui in casa mia. Baci. A.

    Rispondi
  62. elioc

    > Se però con un salto mortale grondando sangue e grazia viene fuori una bella poesia, si è compiuto una sorta di miracolo creativo e l’ineffabile ha trovato il suo super-verbo.

    Ottimo. Ma dove nasce allora il problema? Il problema sta nel fatto che superando i limiti di quanto denotabile dal segno linguistico (il cui significato è già implicitamente negoziato e quindi viene accettato “ad occhi chiusi”, come “moneta di scambio” dei significati) tale “simbolo” non ha l’autorità di imporsi su disposizioni estetiche contrastanti.

    Il problema è solo e assolutamente questo: “imporsi”, sovrapporsi ai “simboli” concorrenti, e sopravvivere.
    A questo serve la critica – che in teoria, in quella concezione “disneyana” e candida della poesia che risulta tuttora così diffusa, non dovrebbe neppure esistere – a fornire un’autorità aggiuntiva, esterna e incontrovertibile, che consenta al simbolo di imporsi, e non come struttuazione di significante liberamente riutilizzabile, bensì all’interno di interpretazioni “canoniche”.

    Occorre, in altre parole, che chi si ritrova in possesso di disposizioni estetiche differenti, sia indotto a farsi un bell’esame di coscienza, per capire che cosa mai sia andato così storto nella sua vita per risultare egli così arido e gretto nei confronti di tale meravigliosa entità.
    Nel caso migliore (l’umiltà che gli dischiude le porte del paradiso) egli intraprenderà un’appassionata opera di ricondizionamento che lo avvicinerà, in un qualche grado, alla verità prima inaccessibile, nel peggiore (la superbia che lo prenota all’inferno) egli sarà per lo meno costretto a non interferire, per non coprirsi di vergogna.

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  63. lambertibocconi

    Caro Elioc, cosa vuol dire “imporsi su disposizioni estetiche contrastanti”? Non ho capito. A.

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  64. Lorenzo

    elio, non ho capito cosa proponi. da una parte ti richiami alla versione “darwinismo simbolico”, dici che l’affermazione dell'”organismo concettuale” (chiamalo “mema”) vincente passa (deve passare (e questo “deve” da dove viene?)) attraverso la critica come “autorità” (ma perché riconosci la sola funzione autoritaria qui? non mi è proprio chiaro: la critica fornisce strumenti più o meno “vincenti” essi stessi, essi stessi necessitanti di un accordo etc.)
    poi concludi auspicando una sorta di “sospensione del giudizio”,
    un po’ buddhistica, o, alla romana: “Pe’ giudicà l’altri/Non basta esse diversi/Bisogna esse mejo/E piu’ diventi mejo/E meno te viè de giudicà” (A. Ciarla). mi sono perso un passaggio.

    ciao,
    lorenzo

    Rispondi
  65. massimo

    al commento 55
    caro Lorenzo… lo sai – i *poeti* ci sono ancora, e fanno piangere e figliare (spero anche: amare, e amare i figli dopo che la voglia è scomparsa e post coitum animal è triste); non scrivono propriamente ‘poesia’; non sulla carta; certamente sono poeti; ma in altre forme (lingue?), e con altri volti… ho scritto una volta che Regina Galindo inchioda, nuda e inerme, chi è vestito e chi non si muove. Regina – non può essere, nella sua forma, un *poeta*? a me tocca il cuore, appunto. ma chi corre non riesce a parlare, ora, devo proprio correre…
    massimo

    (e grazie a Fabrizio, di cuore, degli auguri)

    Rispondi
  66. elioc

    Intanto, Lorenzo, grazie per quella bellissima e salutare citazione 🙂 poi un’inezia: perché “mema”? Io ho sempre incontrato “meme” al singolare e “memi” al plurale (come il gene e i geni, tutti quanti “egoisti” ovviamente). Infine una delimitazione: non ho proposte innovative in tasca, soltanto metto alla prova una possibile “segmentazione del reale” (prendendo ovviamente a prestito elementi e suggestioni da diversi autori) che suppongo possa dare più luce a certi angoli della problematica. Le parole di L.B. prefiguravano, senza nominarlo, il “modo simbolico” come delineato da Eco in “Filosofia e logica del linguaggio”, ed in tale contesto la problematica dell’autorità c’entra eccome. Per me il senso primario della critica lo si ritrova nel contesto competitivo, mentre di solito viene fatto prevalere quello contesto secondario, cioè didattico, che però non fa altro che ratificare e trasmettere in avanti la versione dei vincitori.

    Rispondi
  67. naif

    Gentile Elioc, questo “Filosofia e logica del linguaggio” di Eco non l’ho mai visto. Quando è uscito? Che editore è? Oppure ha fatto confusione e ha cambiato il titolo… O forse il titolo è giusto si confonde sull’autore? Boh. Per qualsiasi delucidazione, grazie.

    Rispondi
  68. elioc

    Grazie Naif di avermi segnalato l’infortunio – mai fidarsi troppo della propria memoria (ma sono anche febbricitante e pieno di tosse). Il titolo era “Semiotica e filosofia del linguaggio”. Einaudi.
    Mi scuso.

    Rispondi
  69. naif

    Ah, mi sembrava. Lasci perdere Eco che per l’influenza non è il massimo, rischia di peggiorare 🙂 . Le auguro di guarire presto,
    un saluto e grazie.

    Rispondi
  70. lorenzo carlucci

    beh quello è un bel libro per introdursi alla semiotica ma le mie domande di sopra restano.

    l.c.

    Rispondi
  71. elioc

    Beh, Lorenzo, in generale è ovvio che di domande ne rimangano. Nel particolare, trovo difficoltà ad individuare il passaggio che senti mancare perché non riesco a figurarmi quali dei miei passaggi ti siano invece sembrati validi, quasi nessuno direi dai toni (niente di male, beninteso). Devo confessare una certa stanchezza, mi pare di essere già andato oltre le mie intenzioni. Se non hai un appunto specifico da muovermi ma volevi invece esprimere un’insoddisfazione più generale per il mio discorso ne prendo atto, ti ringrazio e ci risentiamo alla prossima occasione.

    Rispondi
  72. Lorenzo Carlucci

    si vede che non ci intendiamo. di appunti te ne ho fatti tre:
    (i) perché consideri soltanto la funzione “autoritaria” della critica, (ii) perché suggerisci che l’affermazione dell’organismo concettuale vincente deve avvenire necessariamente attraverso un organismo autoritario come la critica, (iii) perché concludi sottolineando il valore morale di una sospensione del giudizio, mentre sei partito da premesse para-naturalistiche para-evoluzioniste?
    scusa forse non sono domande troppo precise. ad ogni modo l’ultima cosa che desidero è dialogare con qualcuno che lo fa controvoglia.

    saluti,
    lorenzo

    Rispondi
  73. lambertibocconi

    Raga, io non vi capisco, siete troppo intellettuali! Comunque grazie della considerazione. Io con Eco e Heidegger mi ci allungo il vino (vabbè, in quest’ultima frase sto facendo la di più, lo ammetto). Tanti baci. Anna

    Rispondi
  74. elioc

    (i) ho evidenziato un singolo aspetto secondo me rilevante, che ovviamente non “esaurisce” un tema complesso come quello della critica (ii) non ho mai usato il termine “organismo concettuale vincente” né inteso allestire corrispondenze ingenue con modelli esplicativi di tipo biologico (iii) non ho mai pensato né ad un “valore morale” né ad una “sospensione del giudizio”.
    Insomma la quantità di fraintendimenti è tale che mi sentirei obbligato a riscrivere tutto quanto dall’inizio. Ma non mi sembra il caso, specie considerando che siamo ospiti di un thread che parla d’altro. Quindi prendo nota di questa “impedance mismatch” per ricordarmi di ricercare una maggiore chiarezza in occasioni future.

    Ti saluto cordialmente e ricambio i baci ad Anna.

    Rispondi
  75. massimo

    per puro *decentramento* (affettivo; dall’intelligenza) : perché io *non credo*, non credo più a… Ecco alcuni appunti, non più *in fieri* :

    […]

    Di fraternità in fraternità. Le opere *resistono*. Genova stessa. Nella parola *conforto*, in muoversi sotto il sole bianco (ora è luglio) l’esagerazione del conflitto e la sua prosecuzione: nella natura.
    Il percorso di questi mesi elimina l’aridità. Ora la poesia non è sufficiente, come era. C’è anche aggressività (ma è un filo di voce, poco o niente) nel dire a un poeta: ti rispetto, e basta. E perché soffrirne per anni? L’uomo ha gli uomini. Dio solo è solo. Una presenza deve essere indistruttibile: come opporre gli «occhi d’acciaio», illuminati dal sole, quando lampeggiano.

    […]

    quale cibo, e di chi è, è facile dire. Ma non è detto qui. Il discorso cerca meglio The Julep – of the Bee, il dolcissimo nell’Ape: ancora anticipazione, ancora senhal. Regina Galindo cammina a Venezia, nuda; perciò vuole nuda – ha NUDATO – anche la testa: che appare quasi piccola, tonda come un frutto. Regina ha rasato capelli e peli prima della performance. Questa è la giusta performata: l’atto emesso sinceramente, tutto dato, che consuma. non sempre la potenza sarà seria, perciò ride; si parla di ciò che deve essere, come è ovvio. e sia così.
    Chi vede, non ha visto il distacco tra il segno emesso e la carne tradìta, anche se è bella. Avevi già detto sì, e sì ancora, ad uno spogliarti, tu nudato, stesso tu, tra gli altri nudi e le nude, sotto un getto d’acqua dura, in un cortile di Firenze: e questo non era un simbolo; rispondendo. Lo era per gli altri, e per il nudo no: che pensava: ecco, in me non è più nulla installato, nulla di solido. Per il *mio* bene! Per la *mia* coerenza!

    […]

    AI FRATELLI:
    un’intesa immediata, o no. perché *no*? più tardi: una Deposizione e il rumore [ma non parlate]. queste ombre sono masse di attori: ma sono tenui. Non sono vere. Allora parrà: è finito tutto!; le miserie sono finite! DOVETE IMPARARE A PARLARE, DEVO IMPARARE CHE VOI PARLATE. Angelo Rendo ha detto e scritto: «Toglietemi la parola». Ma io, ora, io la voglio.

    [ da *saggio familiare* – inedito, 2003-2007 ]

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