Francesco Dalessandro

APRILE E GLI ANNI

*

Sì, è vero, accadde. In un giorno già lontano:

quella data segnò il tempo e divise la storia.

Era aprile era un giorno di sole dopo il freddo

e la pioggia. In un luogo ben vivo nel tempo:

i suoi piedi toccavano il suolo lo stesso che tutti

tocchiamo indossava un vestito simile ad altri

vestiti di altre donne lo sguardo pungeva

e i capelli cadevano al vento: il tempo sfogliava

calendari non scordava un minuto camminava

nel tempo era il tempo concesso alla mia ansia

era un verdetto di chiare di semplici parole.

Quel che disse che lei disse, oh in una lingua

con grammatica e storia, era vero ma sembrò

menzogna se ancora non ci credo non ci credo…

1.

Amarti fu il rischio più alto fu il mio rischio:

tu eri (ah tu sei!) come i giorni le notti le estati

e gli inverni che passano che si trasformano.

Come inverno in primavera come il giorno nella notte

anche tu ti trasformi perché sei il mutamento,

proprio tu così fedele e costante nel mutare

come estate in autunno e crepuscolo in alba

quasi ignara di parole. Ma dimmi, potrò vivere

nel tuo mutevole clima, nel futuro e nella luce

che stai maturando? Avrò un giorno, ci sarà

un mio giorno? Avrò estati e primavere (fiorite

in me sempre)? Potrò vivere quando inevitabili

altre luci e altri venti nuove notti e nuove lune

da te nasceranno, dal tuo stesso mutamento?

2.

Domani è la parola. Libera senza peso

vaga nell’aria: è il tuo fiato, io lo respiro.

Quando dici “domani” si risvegliano

le promesse e vestite di niente, d’invisibile

niente, fuggono svelte dalle tue

mani. Le speranze, le loro più povere

sorelle, le seguono insieme svolazzano intorno

alla mia testa al mio cuore come eteree

farfalle. Ah perché poi pentita le vorresti

catturare e infilzare con gli spilli racchiudere

nella triste bacheca dell’attesa?

Lasciale volare, che mi accechino che senta

il vibrare delle ali, che in quei voli

leggeri s’incarni la parola. La parola domani.

3.

Getta ah getta i vestiti il ritratto che gli altri

riconoscono in te poi che solo con gli sguardi –

i loro sguardi curiosi i loro sguardi indifferenti

gli stupidi sguardi che non possono conoscerti –

pretendono di giudicarti.

Io no non è così che voglio averti, come un’altra,

figlia estranea degli umori e delle apparenze

con cui ti vestono. Io libera ti voglio,

irriducibile e pura, perché quando chiamerò

il tuo nome nel mondo solo tu sarai tu.

E quando chiederai chi sta chiamando

non sarà un nome né una storia a risponderti

ma solo questa nuda carne nuda come pietra

come mondi dirà “Sono io, io sono che ti voglio!”.

4.

Non c’è ora che ignori chi tu sia o come

tu sia. Ti riconosco nella luce bambina

dell’alba – mentre ancora addormentata

ti penso. Altri no non ti possono cercare

né conoscere: allusioni e pretesti

della vita ti nascondono. Afferrarti seguirti

nel ricordo degli anni dei nomi sarebbe

come perderti. Io no. Ti ho conosciuta

così chiusa al passato alla storia così nuda

d’equivoci senza perdono. E così ti riconosco.

Così mia durante gli anni e nelle incerte

parole di un dialogo interrotto, mille volte

e mille volte ripreso, rimandato senza

chiederti nulla domandando di sbagliare.

5.

Ascolta! Solo “sì” dice il mondo. “Sì” mari

e cieli con spuma con leggere

nuvole e brezze ripetono. Da un mondo

all’altro tanti piccoli “sì” come fiocchi

di neve come piume ricoprono la terra

di un enorme candido manto. Ma se

ti avvicini a ciò che tace, a una roccia

o all’amore, puoi comprendere come

siano schiavi del “sì”, misteriosa parola

che il mondo solo adesso concede. Potrai

chiedere cose impossibili taciute (perché ora

non è folle) fatta certa che i dinieghi

più ostinati erano falsi – apparenze ritardi

colpevoli mancanze – che dietro maturava

lento al ritmo dell’ansia anche il tuo “sì”.

6.

Bastarmi, dovrebbe bastarmi ciò che dài.

Bastano presenza saluto e sorriso,

lo sguardo silenzioso che regali al mattino.

Bastano i passi che accordi con i miei

tutti i giorni camminando tra la gente –

ma io solo te percepisco nel riflesso

di vetrine e di sguardi solo l’ombra

tua figura realizza il miracolo del tempo.

Basta il respiro il riso e anche l’assenza

– perché ti rende leggera puro sogno

presente nell’anima come la bellezza,

univoca essenziale venuta per redimermi.

Sì questo dovrebbe bastarmi. Ah

ma non basta! Devo chiedere di più.

7.

Ma non domando nulla. Forse è questo

non domandare nulla che mi salva.

Se ti chiedessi la parola – se insistessi

per udirla – prima ancora che fosse

pronunciata sarei perso perché il dubbio,

grande universo oscuro, in cui vivo

(e vivi) non si scambia con certezze

non si paga con la (fredda moneta)

verità. Saremmo persi. Dov’è ora

tremante il tuo corpo sarebbe certezza

però anche assenza. Dove sono

l’ansia e il tormento cieli neri, stellati

d’incertezze e forse, tu non ci saresti

più. Ci sarebbe lei – per sempre – e io,

e io al suo fianco… Ma senza più te.

8.

Ti guardo e vivo dentro mondi

lievi fragili. Il tempo misura

la vita in anni giorni ore minuti

ma un minuto può essere un secolo

una vita un amore. Mi riparano

tetti. No, nubi cieli. Ancora meno,

aria nulla. E non cammino in terra

non calpesto più il suolo ma volo.

La vita è breve e leggera scivola

via senza scie né impronte

e se vuoi condividerla non devi

cercare orme o ricordi ma lievi

ombre le labbra gli occhi il palmo

della tua mano, perché là io vivo.

9.

Come darti di più? Ah fossi sabbia sole

d’estate quando sola ti stendi a riposare!

Andando via mi lasceresti l’impronta

tenera tiepida incancellabile del corpo

(del tuo corpo) mentre seguendoti io baci

dalla nuca al tallone lascerei sulla tua pelle.

Ah fossi lo specchio dove ti nascondi!

Fossi legno, tessuto che conserva il tuo profumo!

Ah fossi le cose che tocchi tutti i giorni

che vedi ormai senza guardarle perché sai

che sono là, gli oggetti poveri del tuo

distratto amore quotidiano che cerchi e ritrovi

sempre là dove appena li lasci, nella pena

nata dal tuo abbandono, sperano nella tua

mano.

10.

Ritratti ombre tue copie – simulacri

a te somiglianti mi mandi incontro,

per amarmi. Così vivo fra immagini

di te senza di te. Mi stanno accanto

e mi parlano. Dicono “Non siamo

lei ma le somigliamo”. E camminiamo

per i viali autunnali o per le strade

rifiorite di glicine, sotto l’ombrello

o in pieno sole nei bar affollati mattina

o sera sulla metro. Sedute al mio fianco

mi sussurrano all’orecchio – perché

nessuno le ascolti – “Noi non siamo

lei. Ma ti amiamo per suo conto”. E quando

siamo soli mi abbracciano mi baciano.

Ma sei tu che lo fai tramite loro.

11.

Vivo d’ombra, in mezzo ad ombre

simili a te. Hanno il tuo corpo e i tuoi

desideri. Capelli occhi, le labbra

e i baci sono tuoi, mani e carezze

sono tue. Non sono te. Hanno una vita

separata dalla tua, così irreale e vuota

di ciò che l’amore sempre porta con sé:

l’attesa tremante della voce dello sguardo,

l’ansia del ritrovarsi il prodigio del corpo

il pensiero di te quando dormi

e a me non pensi. Sono il semplice miracolo

del sogno, creature senza età. Non posso amarle

ma lascia che mi restino accanto che dicano

“Non siamo lei. Però è lei che ci manda”.

12.

Sono loro che soffrono, creature d’aria e inganno.

Senti come ti chiamano? Non le senti

chiedere un corpo sangue una realtà?

Sono le ombre che gridano le immagini

tue che mi stanno accanto. Vieni accorri

tendi le mani salvale! Rendi loro il tuo corpo.

Sii tu la loro carne, il tuo sangue

il loro sangue. Solo in te troveranno riposo

e nutrimento avranno un nome placheranno

l’ansia errante che le uccide. Solo noi

daremo loro l’amore e stringendole tra i corpi

nudi abbracciati nel cuore del nostro

desiderio anche a loro sveleremo quale fuoco

può bruciare passato e futuro tutto tutto…

*

Com’è egoista l’amore! Ah come inabissa

il mondo in un vuoto di cieli in un vuoto di spazi

siderali! Tra rovine di stagioni tra crolli

di muri di colonne di templi di dottrine

e idee esso muove i suoi passi. Qui la trama

di secoli si spezza qui la storia guarda indietro

ripensando il futuro. Nell’occulta segreta

ansia dell’ieri e del domani nel sangue

del presente nel crollo dell’ordine dei fiori

delle nuvole dell’ombra nel silenzio del perdono

e della pietra nel computo sterile del fato

scivolando in abissi trionfanti di sconfitte

verso il nulla del caos del non ritorno noi

potremo amarci – come prima del mondo della sua

mondanità.

10 pensieri su “Francesco Dalessandro

  1. Stella Maria

    una più bella dell’altra.
    le ho lette così tutte di un fiato e senza fiato son rimasta.
    onore al poeta e invidia per colei che le ha ispirate e invidiosa non sono.
    respiro il potere dell’amore e l’importanza di un “sì” che cambia le cose. L’attesa del “sì” tormento e ansia che si libra poi in gioia.
    è vero tiranno ed egoista è l’amore ma senza il mondo non si muove

    grazie Francesco, grazie Fabrizio
    Stella

    Rispondi
  2. beatrice

    versi limpidi, peccato che la lunghezza sia del corpus dei singoli componimenti sia del complesso delle dodici poesie perda a tratti tensione e ritmo.

    bello nel complesso

    Rispondi
  3. Rosa Salvia

    Dodici limpidissime poesie d’amore vissuto, astratto e tellurico, non tensione all’amore e quindi scacco d’amore, “coscienza infelice”,ma amore – missione, amore – salvezza. In questo mondo ove troneggia la demenzialità, la maschera, il trucco, ci vuole ancor più coraggio a camminare nudi (citando Yeats). E l’amore è camminare nudi, la via del poeta.E tu sei poeta.Chi sa, in una nuova incarnazione, sarebbe bello incontrarci, almeno per me!Care cose, Rosa

    Rispondi
  4. Francesco

    Primi commenti, prime risposte. Grazie a tutte: a Stella Maria e a Beatrice (che non conosco), a Rosa (che conosco: a proposito, quella famosa cena?). I vostri nomi sono poesia incarnata essi stessi. Perciò,come dire? “Tre donne intorno al cor mi son venute…” Ricevere i primi commenti da voi: potevo essere più fortunato? Grazie.
    A Beatrice, se ne ha voglia, vorrei chiedere d’indicarmi i punti dei sonetti dove sente che la tensione cala e il ritmo si perde.

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  5. beatrice

    ciao, francesco,

    cercherò di rispondere brevemente.
    tieni presente due cose,
    1) che il mio non voleva essere in nessun modo un giudizio di valore critico ma solo un mio personalissimo sentire di lettrice.
    2) che ho letto ad alta voce i tuoi testi, come è mio solito per tutta la poesia,cercando di mantenere la verticalità dei medesimi e di evitare la loro trasformazione in prosa, cercando a questo fine il ritmo interno e la musicalità della parola nel suo legame con le altre. in questa lettura mi accadeva, strano a dirsi, di sentire una eccessiva sfasatura del ritmo proprio nell’uso dell’enjambement (per es, ma è solo un esempio, nel secondo componimento) che rendeva la lettura un po’ claudicante.

    cordialmente

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  6. jolanda catalano

    C’è qualcosa in questi versi che incanta. Mi hanno fatto pensare a un fiume che scorre nel suo letto ora lieve, ora con l’impeto dell’acqua che si avvicina a una cascata. Gocce di vita, d’amore.

    complimenti
    jolanda

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  7. Francesco

    grazie ancora.

    per Beatrice: ho capito benissimo; qualsiasi critica va accettata
    e va meditata; così faccio di solito; così farò anche con le tue considerazioni, che non considero scontate e delle quali ti ringrazio.
    f.

    Rispondi
  8. Fabio Ciriachi

    Che bello vedere (sapere) che intanto c’è chi lavora e trova le parole (la forma) per dire quello che manca, quello che da altrui diventa anche proprio, un soccorso pronto all’incontro, una bellezza che ancora salva, che continua a salvare. Grazie, Checco, e, come si dice, a buon rendere, Fabio

    Rispondi
  9. Simona Galletti

    Grazie!

    per emozioni che nn so (io) tradurre in parole. E’ bello e importante per me conoscerti attraverso la tua poesia, leggere che ciò che intuivo è effetivamente li, in un anima che si nutre di limpida passione.

    Rispondi

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