Ich liebe dich, du sanftestes Gesetz
Ich liebe dich, du sanftestes Gesetz,
an dem wir reiften, da wir mit ihm rangen;
du großes Heimweh, das wir nicht bezwangen,
du Wald, aus dem wir nie hinausgegangen,
du Lied, das wir mit jedem Schweigen sangen,
du dunkles Netz,
darin sich flüchtend die Gefühle fangen.
Du hast dich so unendlich groß begonnen
an jenem Tage, da du uns begannst, –
und wir sind so gereift in deinen Sonnen,
so breit geworden und so tief gepflanzt,
daß du in Menschen, Engeln und Madonnen
dich ruhend jetzt vollenden kannst.
Laß deine Hand am Hang der Himmel ruhn
und dulde stumm, was wir dir dunkel tun.
Ti amo, tu legge la più soave
Ti amo, tu legge la più soave
nella quale, lottando con essa, maturammo:
tu grande nostalgia che non vincemmo,
tu selva da cui non uscimmo mai,
tu canto che cantammo con ogni nostro tacere,
tu rete oscura,
dove fuggendo si catturano si sentimenti.
Tu hai cominciato così infinitamente grande
in quel giorno quando cominciasti con noi, –
e noi siamo così maturati nei tuoi soli,
così estesi e piantati in profondità
che tu ti possa finalmente compire
in uomini, angeli e madonne.
Posa la tua mano al pendio dei cieli
e sopporta in silenzio ciò che noi ti facciamo nell’oscurità.
Traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch
Rainer Maria Rilke nasce il 4.12.1875 a Praga.
I suo ritratto è della pittrice Paula Modersohn-Becker.

Gentili Adelmina e Stefanie,
“tu canto che cantammo con ogni nostro tacere”
verso colmo e aperto a molte interpretazioni,mi fa pensare al silenzio come atto ascetico dal quale nasce una sintesi e un’armonia più alta. Ammetto che di fronte ad ogni riga di scrittura letteraria il mio pensiero corre a H. Bloom come alla chiave che apre tutte le porte, e mi rendo conto che non può essere così; ma quasi sempre funziona, e anche in questo caso mi pare.
Grazie per questo prezioso contributo e un caro saluto,
Roberto
… è vero , è un verso centrale. Credo sia caratteristo per Rilke, poeta così eloquente: quel vuoto, quel muto, quella macchia cieca che significa che le parole, nemmeno quelle del poeta, potranno mai raggiungere, mai cogliere le cose nella loro essenza. La parola non dev’essere troppo splendente – o come diceva Celan : essa ha sempre anche bisogna della sua ombra…
Un caro saluto!
Stefanie
P.S. Quale sarebbe la chiave di lettura secondo Bloom?
Be’, se non proprio di Bloom, di un Bloom modestissimamente “misletto” da me: appunto il passaggio da forme complesse ma in apparenza trasparenti ad altre ancor più complesse e che della trasparenza non conservano più alcuna segno.
L’eloquenza a volte è un paravento, e questo pare proprio un caso del genere.
Questa è un’arte sacra ed aristocratica, per accedervi occorre superare molte soglie, farsi cancellare molte P dalla fronte. Il tutto fra canti e parole intervallate da lunghissimi silenzi.
Un caro saluto,
Roberto